Rassegna.it

Suscribirse a canal de noticias Rassegna.it Rassegna.it
Rassegna.it - lavoro, politica ed economia sociale
Actualizado: hace 3 hours 6 min

Trasporti, Filt Cgil: bene lo sblocco delle navi Tirrenia

Hace 3 hours 9 min

 “Bene che la priorità sia la ripresa dei servizi marittimi, in convenzione con le isole, sospesi dalla compagnia”. E’ quanto sostiene il segretario nazionale della Filt Cgil Natale Colombo sulle ipotesi di soluzione alla situazione di Tirrenia CIN, avanzate dai Ministeri delle Infrastrutture e Trasporti e dello Sviluppo Economico, dalla compagnia e dai commissari, aggiungendo che “attendiamo di conoscere nelle prossime ore i dettagli di quanto verrà messo in campo, anche per verificare le ricadute, già nel breve e medio periodo, sui lavoratori, non senza mantenere preoccupazioni per il futuro”. 

“Riconosciamo - spiega il dirigente nazionale della Filt Cgil - a Mit e Mise una tempestiva assunzione delle preoccupazioni delle organizzazioni sindacali e della politica per evitare ai lavoratori ed alle comunità insulari un problema aggiuntivo all'emergenza sanitaria”.

“L’indispensabile ripresa dei servizi, grazie al possibile sblocco del sequestro dei conti correnti - afferma infine Colombo - rappresenterebbe un segnale distensivo dei commissari, volto a mitigare il clima di una vertenza che, in ogni caso, non dovrà avere ripercussioni sui lavoratori e sul diritto alla continuità territoriale per i cittadini”.

Coronavirus, sindacati agricoli: no all'ampliamento dei voucher

Hace 3 hours 26 min

"Siamo contrari alla semplificazione e all'ampliamento dell'uso dei voucher in agricoltura. L'emergenza del Coronavirus non può essere l'occasione per deregolamentare il mercato del lavoro in un settore in cui le regole esistenti per assumere manodopera già permettono una più che ampia flessibilità”. Lo dichiarano in una nota congiunta Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil. 

“Per noi – spiegano i sindacati di categoria dell'agroalimentare – è inaccettabile che la gravissima emergenza determinata dalla pandemia del COVID-19 possa essere il grimaldello per rendere ancora più precario il lavoro agricolo. Respingeremo, quindi, qualsiasi tentativo di modifica delle attuali norme di utilizzo dei voucher. Non è con queste scorciatoie che si può pensare di convincere i tanti nuovi disoccupati che questa pandemia genererà in Italia, a lavorare nel settore primario per supplire alla momentanea carenza di manodopera. Il problema si risolve rendendo più trasparente l'incontro tra domanda e offerta di lavoro a livello territoriale.

Per questo occorre dare un nuovo impulso allo sviluppo delle sezioni territoriali della rete del lavoro agricolo di qualità, questione sulla quale Fai, Flai e Uila si battono da anni e che deve essere affrontata e risolta”.

Genovesi (Fillea): grandi stazioni appaltanti facciano anticipi come Anas

Hace 3 hours 27 min

È giusta la scelta di Anas di autorizzare pagamenti rapidi alle imprese in appalto, a meno di 30 giorni e anche per avanzamenti parziali dei lavori, purché siano contabilizzati almeno per una parte dell'importo previsto dal contratto. Il commento positivo sugli anticipi decisi dall’azienda pubblica che gestisce una rete di 30mila chilometri di strade italiane è di Alessandro Genovesi, segretario generale Fillea Cgil, che aggiunge: “Chiediamo a tutte le altre grandi stazioni appaltanti, a partire da Rfi e dalle Regioni, di fare altrettanto, per permettere alle imprese, molte strutturate e specializzate, con personale altamente professionalizzato, di avere quelle risorse necessarie a dare continuità ai cantieri con i dispositivi di protezione individuali necessari oggi e soprattutto per ripartire appena vi saranno tutte le condizioni di sicurezza nei cantieri e nel Paese”. Quindi, la richiesta al governo di “farsi parte attiva, sollecitando anche le istituzioni locali e soprattutto le aziende a partecipazione pubblica a seguire l'esempio, dando così un segnale forte e concreto a migliaia di imprese e lavoratori già nelle prossime ore”, conclude Genovesi.

Ancona, fisioterapista morta in casa. Il sindacato chiede di fare chiarezza

Hace 4 hours 9 min

Una fisioterapista di Villa Adria, la struttura riabilitativa che si trova a Torrette di Ancona, Elia Fratini, 62 anni, originaria dell'Ascolano, è stata trovata morta ieri mattina nella sua abitazione di Agugliano. Il suo compagno, come anticipato da alcuni media locali, è stato ricoverato in ospedale, sarebbe in gravi condizioni. La donna era iscritta alla Cgil e fino a un anno fa era delegata sindacale. Il sindacato chiede che sia fatta chiarezza sulla morte.

"Dal 7 marzo era andata in malattia - spiega Alberto Beltrami  della Fp Cgil - dopo che nella struttura si erano verificati dei pazienti positivi al Covid. Ci siamo sentiti diverse volte in questi giorni. Mi aveva scritto che stava male dal 13 marzo e anche se aveva chiesto di fare il tampone non le era stato fatto".

"L'ultimo contatto via telefono - prosegue - lo abbiamo avuto il 23 marzo scorso e mi ha scritto che il suo dottore le aveva prenotato il tampone. Spero che facciano accertamenti sul corpo per capire se aveva il Coronavirus e poteva essere salvata". Beltrani riferisce che altre colleghe della fisioterapista, almeno quattro, sono risultate positive al virus. Il 19 marzo il sindacalista aveva scritto a Villa Adria e alle autorità preposte per chiedere di fare il tampone ai dipendenti della struttura

Davvero le grandi imprese hanno un problema di liquidità?

Hace 4 hours 20 min

Tra le tante richieste che Confindustria ha inoltrato al governo, c’è anche quella relativa alla garanzia di liquidità per le imprese. Il sito di Confindustria riporta stralci di un’intervista rilasciata il 23 marzo al Corriere della Sera dal presidente Vincenzo Boccia, che dichiara: “Occorre salvaguardare però tutte quelle aziende che avranno fatturato prossimo allo zero: c’è bisogno di liquidità. Serve un Fondo di garanzia nazionale, ampliato anche a livello europeo, che ‘copra’ le imprese per il credito a breve in questa fase di transizione, da economia di guerra, con la possibilità di rendere questo debito di guerra in tempi lunghi, ossia 30 anni. È l’unico modo per evitare che alla fine di questa crisi le imprese non possano più aprire. E ci riferiamo a tutte le imprese italiane – grandi medie e piccole – e di tutti i settori”. È legata a questo allarme anche la richiesta avanzata dagli industriali in occasione dell’audizione al Senato del 25 marzo, ossia di “evitare che, in un momento di fortissima contrazione della liquidità, siano le imprese a dover far fronte alle anticipazioni per la corresponsione della cassa integrazione ai lavoratori”.

Ma le cose stanno veramente così? Al netto di situazioni specifiche di oggettiva difficoltà di singole aziende, esiste davvero un drammatico problema di liquidità delle imprese italiane? Per capire se l’allarme sia fondato o meno, abbiamo analizzato i bilanci delle imprese italiane con più di 50 dipendenti e abbiamo calcolato alcuni aggregati. I dati sono tratti dai bilanci del 2018, depositati presso le Camere di Commercio nel 2019. Si tratta dell’ultimo dato disponibile in quanto la maggior parte dei bilanci del 2019 non è ancora stata depositata, anche alla luce dell’ampliamento dei termini temporali disposto dal governo a fronte dell’emergenza Covid-19. 

COME È STRUTTURATO IL CALCOLO
Tra le imprese che hanno depositato il bilancio 2018, abbiamo ovviamente selezionato quelle che hanno esposto con completezza i dati di nostro interesse: quelli relativi agli Impieghi dello Stato Patrimoniale, e in particolare all’Attivo circolante. Sono state, quindi, quasi completamente escluse tutte le immobilizzazioni, materiali, immateriali e finanziarie (di queste ultime abbiamo recuperato solo alcune voci, cioè quelle relative a immobilizzazioni che possono essere smobilizzate in breve tempo). All’interno dell’Attivo circolante, abbiamo distinto le voci in diverse categorie in base al tempo di recupero, cioè la capacità di conversione degli impieghi in forma monetaria (entro/oltre l’esercizio). L’attivo circolante, infatti, si suddivide in attivo disponibile e realizzabile. Anche per gli impieghi convertibili in forma monetaria entro l’esercizio, quindi, è stata fatta un’ulteriore suddivisione tra quelli che costituiscono liquidità immediata e quelli che costituiscono liquidità differita. Le disponibilità liquide immediate sono costituite da depositi bancari, denaro in cassa, assegni. Sono definite ‘immediate’ perché possono essere utilizzate in qualsiasi momento, cioè sono immediatamente convertibili in denaro per qualsiasi impiego. Si tratta di denaro che le imprese hanno già, in banca o in cassa. Denaro, quindi, che può essere speso immediatamente. Le liquidità differite, per essere pienamente disponibili, devono attendere una determinata scadenza. In genere vengono suddivise tra disponibilità entro l’esercizio (12 mesi) e disponibilità oltre l’esercizio (oltre 12 mesi). Le prime sono quelle che ci interessano maggiormente. Sono costituite da crediti verso i clienti entro l’esercizio, crediti tributari entro l’esercizio, crediti per imposte anticipate entro l’esercizio, crediti verso altri entro l’esercizio. Poiché nei bilanci non sono evidenziati i fondi di rettifica (ad esempio i fondi di svalutazione crediti), è plausibile che queste voci siano state esposte al loro valore netto. Quindi l’approccio utilizzato in questo calcolo è prudenziale, in quanto sconta tali valori di rettifica. A queste voci abbiamo aggiunto anche ratei e risconti. Abbiamo altresì evidenziato, indicandoli in tabella come ‘altri crediti’, i crediti finanziari a breve verso controllate, collegate, controllanti e imprese sottoposte al controllo delle controllanti. A queste voci abbiamo aggiunto anche i crediti verso i soci (ovvero quelle parti di capitale sociale che i soci non hanno ancora versato e che possono essere richiamate) e le immobilizzazioni materiali destinate alla vendita. Non abbiamo posto in evidenza, all’interno dell’attivo circolante, i prodotti finiti, ovvero quelle merci già prodotte dall’azienda, in magazzino in attesa di realizzo mediante la loro vendita. Anche in questo caso, la decisione di escludere queste poste dell’attivo risponde all’esigenza di adottare un approccio prudenziale. 

I dati esposti nelle tabelle seguenti sono estremamente chiari. 

Se guardiamo alla manifattura, cioè al settore più interessato dalla conflittualità di questi giorni per ottenere la sospensione delle attività a tutela della salute, vediamo che la liquidità immediata è pari a oltre 58 miliardi. Se a essa aggiungiamo le altre disponibilità realizzabili entro l’esercizio raggiungiamo la cifra di oltre 207 miliardi di euro. Se sommiamo le disponibilità immediate e differite nonché gli altri crediti di tutti i settori, otteniamo la cifra di 528 miliardi di euro

Più nello specifico, guardando ai tre settori industriali maggiormente interessati dagli scioperi di questi giorni, le imprese metalmeccaniche (per intenderci quelle sindacalizzate dalla Fiom), possono contare su oltre 99 miliardi di disponibilità, quelle del settore chimico-tessile-gomma- plastica-energia (sindacalizzate Filctem), su oltre 112 miliardi; quelle del solo settore cartaio su oltre 7,8 miliardi. Guardando alla sola liquidità immediata, cioè i denari che le imprese potrebbero immediatamente spendere, le cifre sono ovviamente inferiori ma comunque consistenti: oltre 25 miliardi per la metalmeccanica, oltre 32 per le imprese sindacalizzate dalla Filctem, quasi 2 per il settore cartaio. A cui si aggiungono quasi 80 miliardi delle altre attività, per un totale di quasi 140 miliardi. Il mondo dell’impresa dispone quindi ampiamente di risorse, qualora volesse fare la sua parte sostenendo in maniera solidale le specifiche situazioni di difficoltà. Dottor Boccia, siamo propri sicuri che le imprese italiane versino in una situazione di liquidità talmente drammatica da dover chiedere altri soldi al governo?

Matteo Gaddi, Nadia Garbellini, Fondazione Claudio Sabattini 

Cgil, grave blocco del sistema informatico dell'Inps

Hace 4 hours 36 min

“Grave il blocco del sistema informatico dell’Istituto di Previdenza, comprendiamo le difficoltà, ma siamo preoccupati. In una fase così delicata come quella che stiamo vivendo, è necessario un intervento immediato per garantire l’accesso alle prestazioni a cittadini e Patronati”. Così il segretario confederale della Cgil Roberto Ghiselli. “Da diversi giorni - afferma il dirigente sindacale - il sito dell’Inps presenta difficoltà di accesso, culminate nella giornata di oggi. La corsa di queste ore a presentare le domande per le quattro indennità previste dal decreto ‘Cura Italia’ - denuncia - è anche il frutto di una cattiva informazione e di una norma scritta male, cosa che a suo tempo la nostra organizzazione aveva evidenziato”.

“Comprendiamo le difficoltà dell’Istituto, impegnato in questa fase a dare attuazione a molte delle misure previste a favore dei lavoratori in difficoltà a causa dell’emergenza epidemiologica in corso, ma - sostiene Ghiselli - siamo molto preoccupati per la situazione che si sta determinando. Purtroppo - spiega infatti - non si tratta solo del blocco dell’accesso per le prestazioni legate all’emergenza sanitaria (cig, congedi parentali, indennità), ma come segnalano i nostri Patronati è impossibile accedere al sito anche per tutte le altre prestazioni. Il segretario confederale sottolinea poi che “qualunque sia l’origine del blocco di queste ore, non è la prima volta che ci troviamo di fronte a disservizi di questo genere: si ripetono ad ogni scadenza importante”.

“Il sindacato confederale, come il Civ dell'Inps - continua - sostiene da tempo la necessità di rafforzare il sistema informatico dell’Istituto, che in passato era un’eccellenza, ma da anni si è smesso di investire esternalizzando sempre più l’attività”. “Ci auguriamo che si possa intervenire il prima possibile - conclude Ghiselli - trovando un'immediata soluzione a tutela dei diritti di tutti, poiché l’unico canale disponibile per accedere alle prestazioni è ormai esclusivamente quello telematico”.

Coronavirus, nell’area fiorentina oltre 2.000 lavoratori precari a rischio

Hace 5 hours 38 min

Hanno il contratto in scadenza, ma in tempi di covid e di sospensione lavorativa non viene rinnovato. E per loro non vale nemmeno il divieto di licenziamento sancito dal decreto Cura Italia. È la situazione che vivono oltre 2mila lavoratori delle agenzie interinali nell’area della Città metropolitana fiorentina, che hanno perso o sono in procinto di perdere il posto di lavoro per mancato rinnovo del contratto. Nidil Cgil Firenze lancia l’allarme e chiede che Governo e Regione trovino forme per tutelare l’occupazione di questi lavoratori fragili: “Sì a una moratoria per consentire il rinnovo dei contratti scaduti.

Trasporti, Filt Cgil: bene lo sblocco delle navi Tirrenia

Hace 5 hours 40 min

“Bene che la priorità sia la ripresa dei servizi marittimi, in convenzione con le isole, sospesi dalla compagnia”. E’ quanto sostiene il segretario nazionale della Filt Cgil Natale Colombo sulle ipotesi di soluzione alla situazione di Tirrenia CIN, avanzate dai Ministeri delle Infrastrutture e Trasporti e dello Sviluppo Economico, dalla compagnia e dai commissari, aggiungendo che “attendiamo di conoscere nelle prossime ore i dettagli di quanto verrà messo in campo, anche per verificare le ricadute, già nel breve e medio periodo, sui lavoratori, non senza mantenere preoccupazioni per il futuro”. 

“Riconosciamo - spiega il dirigente nazionale della Filt Cgil - a Mit e Mise una tempestiva assunzione delle preoccupazioni delle organizzazioni sindacali e della politica per evitare ai lavoratori ed alle comunità insulari un problema aggiuntivo all'emergenza sanitaria”.

“L’indispensabile ripresa dei servizi, grazie al possibile sblocco del sequestro dei conti correnti - afferma infine Colombo - rappresenterebbe un segnale distensivo dei commissari, volto a mitigare il clima di una vertenza che, in ogni caso, non dovrà avere ripercussioni sui lavoratori e sul diritto alla continuità territoriale per i cittadini”.

E se aprissimo i cortili dei nostri istituti?

Hace 5 hours 47 min

Giunti alla terza settimana, si cominciano a prendere le misure con la didattica a distanza. Il collegamento in streaming, attraverso varie piattaforme (zoom e we school sembrano le più utilizzate), consente un contatto diretto con studenti e studentesse, certo non garantendo quella normalità che qualcuno va inutilmente cercando, ma almeno quel minimo di continuità rispetto al lavoro svolto sino alla chiusura delle aule. Da qui la costruzione di un nuovo calendario, necessariamente ridotto rispetto quello seguito a scuole aperte, attraverso il quale fissare una cadenza settimanale che possa rappresentare per tutti un piccolo punto di riferimento in un momento in cui, per tutti, trovare un punto di riferimento diviene ogni giorno più difficile. 

Nessuno o quasi di noi insegnanti era pronto ad affrontare una simile situazione, e gli accorgimenti didattici adatti ai tempi si scoprono di volta in volta, cercando di vivacizzare l’incontro per esempio con inviti di partecipazione alla sessione rivolti a scrittori, giornalisti, musicisti, o agli stessi colleghi, anche della stessa scuola o dello stesso corso, preparando lezioni in compresenza, fissando un argomento comune tra le materie, per offrire una lezione dinamica e gradevole, allo stesso tempo sperimentando pratiche di insegnamento che potrebbero tornare utili anche domani.

Domani. Puoi inventare quello che vuoi, ma per i ragazzi il nodo rimane questo. Puoi invitare chi vuoi, ma durante lo streaming a un certo punto la domanda all’ospite di turno arriva puntuale: “Quando finirà tutto questo?”. Sono passate tre settimane, in realtà quasi un mese (le scuole sono chiuse dal 5 marzo), e i primi segnali di cedimento, dal punto di vista emotivo, cominciano a essere evidenti tra i nostri allievi. Bello vederli la mattina, darsi il buongiorno tutti insieme, i volti che si sovrappongono sullo schermo; ma l’espressione di quei volti raccontano molto, e i lunghi silenzi purtroppo eloquenti.

Da qualche giorno, una volta abbandonato il meeting, la sensazione di fare poco, di fare troppo poco, di dover fare qualcosa di più dopo un mese di clausura, si insinua rapido nell’animo. A questo si aggiunge l’impotenza nel raggiungerli tutti, perché qualcuno inevitabilmente rimane tagliato fuori, perché non ha il pc, non ha i giga a sufficienza, non ha una famiglia che li supporta nella maniera dovuta. Ma questo non deve scoraggiare, anzi bisogna insistere con loro, la giornata deve iniziare proprio da loro, cercando almeno di scambiare due parole al telefono, in attesa di trovare una soluzione concreta. Forse arriverà con i fondi del ministero, forse no. Nel frattempo, continuare a lavorare con gli altri compagni di classe, anche chiedendo loro aiuto per stabilire un minimo di rapporto con chi resta indietro, perché è anche così che si prepara il terreno per quando saremo di nuovo tutti insieme. Torniamo così al nodo, il nodo che stringe ognuno di noi: quando finirà tutto questo?

Nell’attesa azzardiamo una proposta, consapevoli che ipotizzare il giorno in cui potrà essere eventualmente messa in pratica sia ancora impossibile da stabilire.

Lo spunto arriva da una serie di associazioni, antropologi, psicologi dell’infanzia, genitori, insegnanti, che a vario titolo in queste ore hanno inviato petizioni e lettere ai sindaci, al ministero dell’Istruzione, a quello per le Pari opportunità e la famiglia, allo stesso presidente del Consiglio. I contenuti della richiesta sono ben riassunti nell’articolo di Chiara Saraceno apparso sulla prima pagina del quotidiano La Repubblica domenica scorsa, dal titolo “Un’ora d’aria per i bambini”. Scrive la sociologa:

Ci sono genitori che chiedono che anche i bambini abbiano almeno lo stesso diritto di uscire dei cani, rispettando rigorosamente le norme di distanziamento sociale. Il diritto 'all’ora d’aria' è oggetto di una richiesta di genitori di ragazzi con disabilità psichiche, ma non solo, perché questi ragazzi, a cui è stata interrotta la routine quotidiana, a volte diventano violenti. Questi genitori lamentano anche l’assenza di previsione di attività e di sostegni specifici da parte della scuola che, oltre a lasciare le famiglie isolate, rischia di innescare un processo irreversibile di peggioramento delle capacità dei ragazzi.

Ecco, da questa prospettiva, credo che oggi il nostro compito, il compito di noi insegnanti, sia anche quello di cominciare a immaginare come accorciare le distanze, pur mantenendole alla sicurezza sanitaria richiesta dal periodo, un periodo ancora piuttosto lungo, che dunque necessita di graduali fasi di avvicinamento. Tra queste, laddove possibile, potrebbe esserci la riapertura degli spazi esterni delle scuole. Per dirla meglio, quelle scuole che hanno degli spazi aperti adeguati, potrebbero pensare come poterli organizzare partendo dalla disponibilità dei docenti, nel ruolo di dipendenti pubblici destinati alla loro gestione e  al controllo del rispetto delle regole, selezionando pochi studenti alla volta, volendo accompagnati anche dai genitori, tenendoli per un’ora in un luogo aperto ma dentro l’edificio scolastico, considerando anche il prossimo arrivo della bella stagione.

Naturalmente si tratta di una proposta da calibrare in base al grado (una scuola primaria non è un liceo), e gli accorgimenti dovrebbero essere ben indicati da un ennesimo decreto ministeriale, sulla base di quanto accade quando andiamo a fare la spesa nei supermercati. In questo caso, si tratterebbe di una responsabilità affidata al mondo della scuola, coadiuvata dalla collaborazione delle famiglie, un altro esperimento di cui fare tesoro una volta rientrati in classe.

Oltre che pensare ai compiti, ai voti, agli esami, alle promozioni o alle bocciature (il maestro Alberto Manzi, indiscusso precursore della didattica a distanza, immagino si stia rigirando nella tomba), forse è arrivato il momento di riflettere su come alleggerire questa reclusione forzata dei nostri studenti, dei nostri figli, che ogni giorno diventa sempre più pesante da sopportare, per tanti motivi. Noi siamo i colpevoli, e loro non hanno meritato tutto questo. 

Un Piano Marshall per la scuola italiana

Hace 6 hours 1 min

Oggi, in piena emergenza da Coronavirus, le priorità affrontate sono state la questione sanitaria e l’urgenza di trovare risposte sul fronte del mercato del lavoro; e non poteva che essere così. Ma domani, quando lentamente ci potremo lasciare alle spalle l’allarme e i drammi nati da questa emergenza, quando bisognerà mettere al centro delle politiche pubbliche un ampio programma di rilancio del nostro Paese, dovremo essere capaci di ripartire innanzitutto dai nostri bambini, dai nostri ragazzi, dalle nuove generazioni per dare davvero un futuro a questo Paese. 

Con l’interruzione dell’a.s. 2019-2020, la cui ripresa nei prossimi mesi è molto incerta stando agli attuali dati epidemiologici, gli studenti di ogni età rischiano di accumulare ritardi incolmabili nei loro percorsi formativi. Nel Decreto Legge n. 18 del 17 marzo 2020 l’unico intervento sull’istruzione del Governo ha riguardato la didattica a distanza: si è limitato a finanziare un sostegno all’acquisto di piattaforme informative o di device individuali per studenti con maggiori difficoltà. 

Sull’utilizzo della didattica a distanza, le scuole in questi giorni stanno dando risposte diverse, variabili tra e nei territori e fortemente dipendenti da quanto in passato sono state in grado di sviluppare nell’utilizzo delle tecnologie in ambito didattico. Ci sono scuole, specialmente gli istituti secondari di II grado e i licei, che hanno avviato forme di didattica a distanza anche molto avanzate fin dall’inizio dell’emergenza, altre che solo con il passare delle settimane stanno cominciando a coinvolgere gli studenti in una qualche attività di didattica a distanza e altre ancora, mi sentirei di dire la quasi la quasi totalità degli istituti comprensivi, che lo sta facendo in modo occasionale e in assenza di una programmazione specifica. 

Significa che tantissimi studenti, soprattutto nella fascia dell’obbligo, stanno facendo ‘poca scuola’ oppure stanno facendo ‘una scuola’ senza una "didattica in presenza" che, soprattutto per la scuola primaria – e ancor di più per la scuola dell’infanzia -, è quasi imprescindibile per il raggiungimento di esiti di apprendimento. Ciò vale ancor di più per i tanti studenti con carriere scolastiche fragili già prima di questa emergenza che, con molta probabilità, non saranno raggiunti per niente dalla didattica a distanza. Ma vale non solo per loro, vale anche per quegli allievi, specialmente della scuola primaria e della secondaria di I grado – le medie per intenderci – che prima dell’emergenza non avevano difficoltà conclamate, ma che ora, senza maestri e professori a guidarli quotidianamente, rischiano fortemente di scivolare verso l’area dei potenziali "dispersi", cioè di coloro – e sono tanti in Italia (lo sappiamo bene) – che al termine della scuola media non sanno capire un testo di facile comprensione, non sanno elaborare uno scritto di base, hanno difficoltà nei calcoli elementari.  

Al termine di questa emergenza, una delle questioni strategiche per il nostro Paese sarà, dunque, proprio il settore dell’educazione, dell’istruzione e della formazione: il mancato completamento dell’anno scolastico e la fruizione a macchia di leopardo della didattica a distanza accresceranno in modo esponenziale i divari territoriali nei livelli di apprendimento già molto forti in Italia. 

Servirà ancor di più varare quel Piano di contrasto alla povertà educativa e alla dispersione scolastica che la Cgil chiede da tempo e su cui dovranno concentrarsi quante più risorse disponibili a partire da quelle dell’attuale programmazione 2014-2020, a cui dovranno accompagnarsi risorse ordinarie da stanziare nel quadro di un Provvedimento legislativo ad hoc. Queste risorse andranno utilizzate a partire dal prossimo anno scolastico per un investimento su un Piano strategico di vasta portata che possa riequilibrare gli effetti della crisi in corso, in modo tale che tali effetti non siano moltiplicativi rispetto a condizioni di dislivelli e divari territoriali preesistenti all’emergenza. Un Piano che, considerando il carattere di estrema emergenza e di straordinarietà che sta impattando sul sistema ‘scuola’ nel suo complesso (da 0 a 99 anni), sia in grado di realizzare velocemente e sistematicamente una strategia di intervento per rafforzare il possesso delle competenze di base, potenziare la frequenza scolastica, migliorare gli esiti di apprendimento, contenere dispersione implicita e esplicita, migliorare gli strumenti di inclusione scolastica. 

La Cgil dovrà farsi promotrice di una scommessa culturale non scontata e che finora l’Italia non si è dimostrata capace di percorrere fino in fondo: puntare su quella che si potrebbe chiamare La scuola a 360°’, dai nidi alle scuole dell’infanzia, dalla scuola dell’obbligo ai licei e alla filiera tecnico professionale, dall’Università e dalla ricerca scientifica fino al diritto alla formazione per tutta la vita, soprattutto per lavoratori e lavoratrici che hanno perso il lavoro durante l’emergenza Coronavirus e hanno bisogno di riqualificarsi e trovare una nuova occupazione. 

Un Piano Marshall per la scuola e a favore delle generazioni future, che prenda le mosse valorizzando le professionalità dei tanti docenti, insegnanti, educatori, di tutto il personale della scuola e che quindi non può che vedere protagonisti le organizzazioni sindacali e in primis la Cgil!

Istruzione, prove tecniche di normalità

Hace 6 hours 7 min

Dopo le forti pressioni delle organizzazioni sindacali, oggi si è tenuta la prima convocazione del ministero dell’Istruzione in tempo di pandemia per parlare di mobilità, concorsi e organizzazione dell'anno scolastico. Lo annuncia la Flc Cgil in una nota. "Riteniamo indispensabile e urgente il confronto con il ministero - afferma il sindacato - perché si giunga al più presto all'elaborazione di uno scenario complessivo, che in tempi di grande incertezza possa contribuire ad offrire ai nostri ragazzi e agli insegnanti che li seguono a distanza un orizzonte di studio e di lavoro". La Flc-Cgil propone che il prossimo esame di Stato possa prevedere "solo una prova orale sia per il I grado che per il II grado della scuola secondaria e che "lo svolgimento possa essere programmato, come ogni anno, a metà giugno per il I grado e durante la prima metà di luglio per il II grado".

Sugli esami di Stato che concluderanno l'anno scolastico "il confronto è aperto e a giorni saranno comunicate decisioni ufficiali in merito". È quanto rende noto il Ministero dell'Istruzione. È in corso un confronto, fa sapere il dicastero, per ascoltare le proposte di tutte le forze di maggioranza. Le decisioni che saranno prese dovranno tener conto della situazione d'emergenza che il Paese sta vivendo. L'impegno è quello di lavorare su molteplici scenari. Il dicastero ricorda che la ministra Azzolina "si è sempre detta favorevole a una valutazione seria dell'anno scolastico in corso e degli esami, nel rispetto del lavoro che stanno portando avanti i docenti e dell'impegno di famiglie e studenti".

Porte aperte della Cgil di Salerno

Hace 7 hours 35 min

La Cgil di Salerno spiega in un comunicato  che con riferimento all’emergenza “coronavirus” e in linea a quelle che sono le scelte del livello nazionale, garantisce l’apertura delle proprie sedi principali, "svolgendo un lavoro inedito e per certi aspetti fondamentale, che tra l’altro è anche una puntuale conferma dell’indispensabile ruolo del sindacato e soprattutto dei propri Servizi, a partire da quelli del Patronato che come Inca è chiamata ad erogare".

I dirigenti locali della Cgil vogliono così trasmettere un messaggio forte e chiaro: "non metteremo mai in quarantena la nostra funzione di contrattazione, rappresentanza e tutela, operando nel rispetto delle indicazioni e dei vincoli dati dalle Autorità competenti, per assicurare in ogni momento presenza, vicinanza, sostegno ed assistenza a chi rappresentiamo. Ovviamente assistiamo i Lavoratori, i Pensionati, i disoccupati, iscritti e non iscritti".

"Le attività relative alla tutela individuale – conclude la nota – si svolgeranno su appuntamento, attenendosi scrupolosamente alle vigenti disposizioni prescritte dal governo,in tema di distanziamento sociale e di salvaguardia della salute degli utenti e degli stessi nostri operatori. Mentre le attività fiscali, attraverso il nostro Caaf Cgil possono essere richieste via mail o telefonicamente".

Bergamo, tra errori, deroghe e futuro

Hace 10 hours 23 min

Il dopo-coronavirus ci sarà se le persone restano vive. Se muoiono, non ci sarà alcun dopo”. È una logica semplice e impietosa quella che accompagna la brutale franchezza del segretario generale della camera del lavoro di Bergamo, Gianni Peracchi. Una logica che i residenti del territorio hanno imparato in una manciata di settimane. Per prima cosa, salviamoci la pelle. Poi penseremo a tutto il resto. Una logica stringente, dettata dalla lunga catena di errori madornali. Correggerli, probabilmente, riscriverà la tragedia del Covid-19 in Italia, fin dal primo atto. Perché il focolaio della bergamasca potrebbe essere stato precedente o al massimo concomitante a ciò che accadde a Codogno e nel lodigiano. Ma la reazione, fin dall’inizio, è stata molto diversa.

“Il 23 di febbraio – è una cosa che sta venendo fuori attraverso molte testimonianze e ricostruzioni – l’ospedale di Alzano Lombardo è stato chiuso per alcune ore, a causa della presenza di pazienti positivi al Covid-19. Già dal giorno prima si erano resi conto che questi malati, transitati per il pronto soccorso, erano presenti nel reparto di medicina di quell’ospedale almeno dal 15 febbraio. Solo che qui non hanno fatto come a Codogno, non hanno chiuso subito tutto. Nonostante l’ospedale resti un potente moltiplicatore del contagio, poiché un malato in reparto può venire a contatto con parenti in visita, vicini di letto e operatori. La trasmissione della malattia corre veloce. Eppure, il 23 febbraio hanno chiuso la struttura e, dopo poche ore, hanno riaperto, senza nessun altro tipo di precauzione. Non hanno verificato il personale medico e sanitario che era entrato in contatto con i pazienti. Non hanno sanificato l’ambiente. Non hanno fatto controlli a chi montava in turno. Sono andati avanti tranquillamente tenendo aperto. Anzi – ricorda Peracchi, che ha iniziato a lavorare, dopo il diploma, proprio come lavandaio all’ospedale di Gazzaniga, appena 8 chilometri da Alzano – la diffusione, sui social, della notizia della riapertura ha persino ingenerato un cauto ottimismo, che ha portato il territorio, la settimana successiva, al tentativo di provare a ripartire. Intanto il numero dei decessi è cresciuto esponenzialmente, in particolare ad Alzano e Nembro. Tutto ciò ha concorso, di fatto, all’accelerazione del focolaio”. Lo dice molto nettamente il segretario: “La responsabilità è della struttura ospedaliera e della Regione che, avuto notizia di ciò che stava accadendo, avrebbe dovuto disporre l’immediata chiusura del nosocomio”.

Il 15 febbraio, mentre la vita dell’intero Paese e della provincia di Bergamo continuava trafelata come sempre, una manciata di giorni prima che le breaking news di Codogno squarciassero il velo sulla presenza del virus in Italia, l’incubo del Covid-19 faceva segretamente breccia nel tessuto fragile e distratto della nostra quotidianità. In un territorio che, per densità di popolazione, urbanizzazione senza soluzione di continuità e ricchezza del tessuto produttivo, sarebbe presto diventato il detonatore perfetto del contagio. Nella bergamasca ci sono 85 mila aziende. Il 93 percento sotto i 9 dipendenti. Il 5 percento scarso con un numero di addetti tra 10 e 49. Il restante, di 50 e oltre. Parliamo di 490 mila unità, di cui 384 mila dipendenti. Eppure, dopo 15 giorni, ai primi di marzo, queste valli non erano ancora state dichiarate zona rossa. Anche quando gli ospedali arrivarono a un passo dal collasso, il numero dei posti disponibili in terapia intensiva si contava sulle dita di una mano e gli operatori sanitari denunciavano la mancanza di dispositivi di protezione, di pre-triage, di controlli a tappeto sul loro stato di salute, nel territorio la vita continuava, più o meno, come sempre. Sulle linee di produzione di decine di migliaia di fabbriche i lavoratori si davano da fare spalla a spalla. Perché tutto ciò? “La cosa certa è che c’è stato un rimbalzo delle responsabilità tra Regione Lombardia e governo”. Di fatto si è deciso di non decidere, mentre la situazione si faceva sempre più drammatica. 

Torniamo al presente. Ormai anche a Bergamo vigono tutte le norme che conosciamo bene. Sul fronte lavorativo come sta andando? Gli imprenditori rispettano le nuove disposizioni? “Una massa notevole di imprese artigiane è ferma”, ci risponde Gianni Peracchi. “Sono 1.800 circa, dato di venerdì scorso, le aziende che, escluse dal decreto, si considerano invece riconducibili alle filiere delle attività essenziali. In realtà credo siano arrivate molte altre autocertificazioni. Stiamo ancora aspettando risposta, dalla prefettura, sulla possibilità o meno di accedere agli elenchi. I numeri forniti da Confindustria sono questi: degli 80 mila addetti delle imprese associate, ne risultano 22 mila in servizio. In questa prima fase abbiamo segnalazioni da parte dei nostri delegati e iscritti che ci dicono, in alcuni casi, di aziende che, magari per una percentuale minima della loro attività, potrebbero essere ricondotte alle cosiddette filiere essenziali e quindi, per quella ragione, hanno prodotto questa autocertificazione. In questi casi l’indicazione è che vengano mandate in prefettura le segnalazioni o le indicazioni della ditta con le motivazioni secondo cui noi riteniamo si possano tranquillamente fermare, anziché continuare a produrre in deroga”. Ma quanti imprenditori ci sono che sulle deroghe ci stanno marciando? Difficilissimo rispondere, soprattutto senza gli elenchi. Peracchi ci fa due esempi. “Il primo, positivo, è a Dalmine, dove la produzione delle bombole di ossigeno è ancora operativa. Tutti gli altri reparti della Tenaris sono fermi. Diversamente c’è una ditta che produce sacchetti di carta, solo in piccolissima parte riconducibile alle confezioni per beni alimentari. Una ditta che occupa un numero importante di persone e merita, secondo noi, attenzione dalla prefettura, perché potrebbe essere fermata”.

Ma chi lavora lo fa, effettivamente, in sicurezza? “Siamo cercando di accertarlo, anche attraverso una serie di incontri con l’ats, l’azienda di tutela della salute, e Confindustria. Al fine di dare garanzie a quanti stanno lavorando e di stabilire un protocollo di lavoro in sicurezza, che sarà utile anche nella fase lunga e graduale della ripresa di tutte le attività. Per fare un salto di qualità anche per il prossimo futuro. Il punto di riferimento resta il protocollo del 14 marzo. Vorremmo anche provare a redigere un formulario, un elenco di risposte ad alcune domande frequenti”.

Da segretario della camera del lavoro cosa ti resta di questa vicenda? “Tanta tristezza, sofferenza, stanchezza”, ci risponde Gianni Peracchi. “I morti li vedi, li conosci. Molti di noi hanno perso qualcuno. Genitori, suoceri, conoscenti, amici, collaboratori. Anche per questo abbiamo deciso di continuare a lavorare a ranghi ridotti, alternandoci, perché condividiamo l’obiettivo di ridurre al minimo la mobilità. E abbiamo attivato diversi centralini per non lasciare soli i cittadini. Le richieste sono le più variegate: dalla singola pratica, all’anziano che ti chiede di fargli compagnia. I telefoni dedicati alle categorie del privato squillano continuamente, come quelli del pubblico impiego, il primo fronte. Cerchiamo di dare una mano in ogni modo possibile. Credo sia utile anche il solo farci trovare e dare qualche risposta. E poi ci sono questi tavoli di confronto con associazioni datoriali e istituzioni. La nostra idea è di provare a fare sistema, qui a Bergamo, e con tutta la diversità dei ruoli e dei punti di vista, in questa fase, ci stiamo riuscendo. E proviamo anche a immaginare come si possa ricostruire alla fine di tutto questo”. Senza tralasciare quella logica dal quale siamo partiti: la priorità è la sicurezza dei cittadini, altrimenti il dopo non ci sarà.

Il sistema agricolo, tra caporalato e coronavirus

Hace 10 hours 51 min

In questi giorni, scorrendo le pagine dei quotidiani abbiamo letto le paure delle associazioni datoriali agricole e di molti datori di lavoro circa lo scarso numero di lavoratori presenti al momento nelle campagne italiane. Come si sa, il mese di marzo rappresenta l’inizio della primavera e di conseguenza la necessità di raccogliere nuovi frutti ed ortaggi, come le fragole e gli asparagi. E così, il presidente nazionale di Confagricoltura dichiarava qualche giorno fa: “Oggi abbiamo una richiesta media di circa 250.000 unità di lavoro. C’è difficoltà a far venire in Italia i collaboratori storici provenienti prevalentemente dall’Est Europa”.

Secondo la Coldiretti, con il blocco delle frontiere, causato dall’emergenza coronavirus, sarebbe a rischio più di un quarto del made in Italy. Il suo presidente, Ettore Prandini, ha proposto l’utilizzo dei voucher “che possa consentire da parte di studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne dove mancano i braccianti stranieri”. La soluzione, a quanto pare, sarebbe il ritorno ai voucher, per non contrattualizzate studenti e/o pensionati e per non offrire, specie nel contesto della attuale crisi sanitaria, nessuna copertura economica per malattia e infortuni. 

Su questo punto anche il foggiano Giorgio Mercuri, presidente dell’Alleanza cooperative agroalimentari, che con le sue 5000 imprese associate detiene il 25 percento del fatturato alimentare del Paese, ha dichiarato: “Abbiamo assistito in queste settimane ad una partenza di lavoratori UE ed extra Ue: non c'è personale adesso che accetti di venire a lavorare nel nostro Paese. Pesantissime sono le ripercussioni sulle produzioni attualmente in campo, come gli asparagi - per i quali mancano all’appello migliaia di lavoratori - ma sono a rischio tutte le produzioni primaverili, a partire dalle fragole - una delle soluzioni proposte potrebbe essere rivolgersi a chi oggi percepisce il reddito di cittadinanza”.

Ebbene, com’è possibile che in provincia di Foggia non si trovino lavoratori agricoli? La Provincia d’Italia con il più preoccupante fenomeno di segregazione abitativa, i cosiddetti ghetti dove vivono oltre 5000 persone straniere in cerca di lavoro e con i suoi oltre 50 mila operai agricoli braccianti (per due terzi comunitari e per la parte restante africani) ha davvero bisogno di nuovi operai agricoli? L’agricoltura di Capitanata, da sempre caratterizzata da una elevata flessibilità nell’utilizzazione delle prestazioni lavorative, a partire dagli anni ’90 ha subito “passivamente” il passaggio da una gestione a carattere puramente familiare post latifondista ad una più strettamente imprenditoriale con l’impiego sempre più rilevante di manodopera esterna. 

Negli stessi anni, alla diminuzione dei lavoratori italiani si è accompagnato lo smantellamento del collocamento pubblico, con l’eliminazione di ogni forma di regolazione amministrativa del mercato del lavoro, e la contemporanea sostituzione di lavoro non professionalizzato con l’afflusso di manodopera straniera nel settore. Il vuoto occupazionale è stato così riempito da un numero sempre più importante di lavoratori immigrati noti alla cronaca soprattutto per le condizioni di lavoro essenzialmente improntate allo sfruttamento e al caporalato.

Secondo il Crea-Pp su dati Inps, i lavoratori neocomunitari tra dimoranti e stagionali, all’interno del territorio della Capitanata sono 12.831 con un numero complessivo di 627.688 giornate dichiarate, ossia con una media di 49 giorni di lavoro all’anno. Gli extracomunitari sono invece 8.284 con 467.816 giornate dichiarate, dunque circa 56 giornate all’anno. In quest’ultimo caso, il saldo è leggermente superiore perché negli extracomunitari risultano anche albanesi e marocchini oramai residenti da molti anni e con professionalità più avanzate. Se consideriamo, infine, i lavoratori del Centro Africa si nota che dei 5.701 regolari presenti negli elenchi anagrafici Inps della provincia Foggiana solo 1.462 riesce a raggiungere la quota delle 51 giornate lavorate durante tutto l’anno.  Oltre la metà dei lavoratori non supera le 10 giornate dichiarate.

Sicuramente in questo dato si nasconde tanto lavoro nero/grigio ma se è vero che molti lavorano più di quanto dichiarato dai datori di lavori vi sono migliaia di persone che vivono nei ghetti e non riescono a trovare un’occupazione. Ebbene come può un sistema con un numero così ampio di persone disponibili a lavorare ad avere problemi di occupazione? Il tutto è riconducibile all’incontro tra domande ed offerta e, dunque, al caporalato. L’impiego dei lavoratori neocomunitari ed extracomunitari comporta un assetto organizzativo che le aziende in questi anni non hanno mai voluto predisporre, preferendo l’esternalizzazione di esso a caporali della stessa nazionalità. Il reclutamento, il trasporto e la direzione sul campo vengono affidati a caporali della stessa nazionalità dei lavoratori, che occupano il vuoto istituzionale ricorrendo al cottimo ed ampliando il sottosalario.

Come è facilmente intuibile con i controlli delle forze dell’ordine sui trasporti sta venendo meno la possibilità dei caporali di trasportare lavoratori. Il sistema criminale, più volte denunciato in questi anni dalla Flai Cgil, è entrato in crisi profonda non riuscendo più a garantire alle aziende manodopera a basso costo. I caporali non potendo viaggiare con i furgoni, con i quali in media trasportano ogni giorno circa 20/30 lavoratori, non riescono a garantire quell’anello fondamentale per far si che il sistema continui imperterrito a funzionare nonostante le norme di contrasto. Ricordiamo che, sebbene l’art. 603-bis c.p. e poi la legge n. 199/2016 abbiano previsto e disciplinato il reato di caporalato (e di sfruttamento lavorativo), questo era e resta il metodo principale con il quale tante aziende si avvalgono dei lavoratori.

Ci auguriamo che l’emergenza coronavirus termini al più presto. Allo stesso tempo, ci auguriamo che le istituzioni raccolgano l’appello lanciato dalla Flai-Cgil e da alcune associazioni del terzo settore, con cui si chiede una tempestiva regolarizzazione di tutti i migranti costretti a vivere negli insediamenti informali e nei ghetti, al fine di tutelarne la salute e di ampliare il bacino di lavoratori disponibili. Ma soprattutto ci auguriamo che le aziende abbiano capito che vi devono essere delle alternative al sistema di reclutamento e trasporto dei caporali. La Rete agricola di qualità serve a questo e noi continueremo a batterci per dare dignità a tutti i lavoratori e alle lavoratrici del comparto.

Raffaele Falcone è il segretario Flai Cgil Foggia

L’Europa scopre l’importanza degli stagionali

Hace 10 hours 59 min

Un’altra lezione dalla pandemia: l’Europa, e non solo, ha scoperto che le braccia sono importanti. Quelle che servono a raccogliere il cibo che arriva nelle piccole e grandi città, nei piccoli e grandi supermercati. Le braccia sottopagate degli stranieri ora fermi alle frontiere, bloccati dal virus e dal ritorno dei confini. Sono cercati da tutti, tanto che la Commissione europea, in una serie di linee guida per gli Stati membri diffuse il 30 marzo, li ha inseriti tra le categorie indispensabili e con facoltà di movimento. I lavoratori stagionali dell’agricoltura, gli europei comunitari che arrivano in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna dall’Europa Orientale, devono essere considerati “cruciali” e deve essere loro consentita la libera circolazione nell’Unione anche in tempi di Coronavirus. Questo raccomandano le linee guida.

 

Come i medici e gli scienziati

Manodopera a basso costo eppure indispensabile, come altre categorie elencate dalla Commissione. Come medici e infermieri, come scienziati, come gli addetti ai trasporti o al settore farmaceutico. Sono i romeni, polacchi, bulgari che all’apertura della stagione, con la primavera, garantiscono la forza lavoro che occorre al raccolto. Anche a loro, in quest’epoca pandemica che rovescia un po’ tutto, tocca in sorte il dovere, più che il diritto, alla mobilità, al rendersi disponibili, ma si somma a uno stato di necessità che era già della vita prima del virus, e lo complica e lo rende più ingiusto. Necessità di lavoro, naturalmente. Dall’altra parte delle frontiere, adesso, sono attesi e invocati. I governi europei hanno dichiarato che l'approvvigionamento alimentare è una questione di sicurezza nazionale. Milioni di persone affollano i supermercati per affrontare il confinamento domestico. Nel raccomandare la circolazione degli stagionali, però, si rischia di sottovalutare i pericoli sanitari e le condizioni di sopruso, caporalato, illegalità in cui spesso si trovano a dover lavorare.

La Commissione si è mossa velocemente per rispondere all’appello lanciato dalle imprese dell’agricoltura europea. Le linee guida “identificano una serie di lavoratori che esercitano professioni critiche e per i quali la libera circolazione continua nell'Unione è considerata essenziale. Per quanto riguarda i lavoratori stagionali - si legge nelle linee guida -, in particolare nel settore agricolo, gli Stati membri sono invitati a scambiarsi informazioni sulle loro diverse esigenze a livello tecnico e a stabilire procedure specifiche per garantire un passaggio agevole, al fine di rispondere alle carenze di manodopera a seguito della crisi. I lavoratori stagionali in agricoltura svolgono in determinate circostanze funzioni critiche di raccolta, piantagione e cura. In tale situazione, gli Stati membri dovrebbero trattare tali persone come lavoratori critici e comunicare ai datori di lavoro la necessità di prevedere un'adeguata protezione della salute e della sicurezza”.

La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha lanciato un appello video su Twitter, per consentire la circolazione di tutti i lavoratori frontalieri europei, circa un milione e mezzo di persone.

1.5 million Europeans are cross-border workers. They need to reach their workplace, despite measures to limit the spread of #coronavirus. In particular doctors or nurses, who help us combat the virus. Today, we publish guidelines to help them reach work safely. pic.twitter.com/oiKvcbT7BM

— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) March 30, 2020

E la salute? La Commissione osserva che “il controllo sanitario può essere effettuato prima o dopo la frontiera, a seconda delle infrastrutture disponibili, per garantire la fluidità del traffico. I controlli e l'esame sanitario non dovrebbero richiedere l'abbandono dei veicoli da parte dei lavoratori e dovrebbero basarsi, in linea di principio, sulla misurazione elettronica della temperatura corporea. Nel caso in cui il lavoratore abbia la febbre e le autorità di frontiera ritengano che non gli sia consentito di continuare il viaggio, il lavoratore dovrebbe avere accesso a un'adeguata assistenza sanitaria alle stesse condizioni dei cittadini dello Stato membro in cui lavora”. “E’ una visione un po’ nordeuropea, diciamo così - commenta con Rassegna Davide Fiatti, segretario nazionale della Flai Cgil -. Insomma molto ottimista. Bisogna però capire come questi controlli possano avvenire nell’emergenza attuale, nell'ambito di un sistema che garantisca la sicurezza sanitaria. Questi lavoratori devono essere messi in condizione di non essere fonte di rischio per sé e per gli altri, riguardo al Covid-19”.

Eboli (Salerno), braccianti est-europee impiegate nella raccolta di carciofi, foto di © Livio Senigalliesi, Sintesi, 2010.

La Commissione ha incamerato il plauso della Coldiretti, che nei giorni scorsi aveva lanciato l’allarme sulla necessità di manodopera stagionale, e si era appellata alla Ue perché intervenisse rapidamente sui transfrontalieri, così da garantire la raccolta nelle campagne e le forniture alimentari, insomma perché non vadano in malora verdure, fragole, fagioli e altri prodotti. Nessun accenno alle questioni sanitarie. Ma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini insiste sul ritorno ai voucher: "A livello nazionale è ora necessaria una radicale semplificazione del voucher 'agricolo' che possa consentire da parte di cassaintegrati, studenti e pensionati italiani lo svolgimento dei lavori nelle campagne", sostiene. Insomma per la Coldiretti gli stranieri non bastano.

 

Salute, clandestinità, sfruttamento

“Se viene garantita la tutela della salute, il giudizio sulle linee guida Ue è ovviamente positivo - osserva ancora Fiatti -, la libera circolazione dei lavoratori è fondamentale, ma poi devono lavorare con applicazione dei contratti, delle regole. E comunque in Italia rimane il problema di una grande forza lavoro di extracomunitari che restano sul territorio in stato di clandestinità e sfruttamento. L’ha detto anche la ministra Bellanova: sarebbe il caso di fare una sanatoria”. In Italia i lavoratori a tempo determinato in agricoltura sono circa 900mila, compresi gli italiani. “Gli stranieri regolari sono circa 200mila - ricostruisce Fiatti -. Gli stranieri comunitari ed extracomunitari irregolari sono, invece, altri 200mila, una cifra che non risulta da alcuna statistica, ma si può solo dedurre”. Comunitari ed extracomunitari si dividono in quote quasi uguali (53% e 47%) il lavoro nei campi (fonte: Osservatorio Placido Rizzotto). Duecentomila è un numero ricorrente: sono più o meno le braccia che mancano adesso in Italia, secondo le stime di Confagricoltura. Tornando agli stagionali “promossi” dalla Ue, “il nodo di fondo è sempre quello - commenta ancora Fiatti -, ossia che l’incontro tra domanda e offerta di lavoro sia sempre in chiaro. I lavoratori possono anche entrare regolarmente, ma quando arrivano e svolgono la mansione, in questa fase di controlli ancor meno potenziati, con gli ispettori del lavoro che non possono uscire, e carabinieri e finanzieri impegnati in altri compiti, il rischio è che la regolarità sia assicurata meno di prima”.

Eppure “entro meno di un mese la richiesta di manodopera stagionale sarà elevata. Soluzioni si potrebbero anche ipotizzare, ma l’allargamento dei voucher in agricoltura non c’entra nulla - chiarisce il dirigente sindacale -. I lavoratori non li attrai coi voucher, ma se gli dai quello che spetta normalmente. La flessibilità nel settore è già altissima, puoi assumere un lavoratore anche per un giorno. Il voucher è uno strumento che serve solo ad allargare l’area del ‘grigio’, per eludere possibili controlli. La proposta fatta in varie Regioni di far ‘scivolare’ nell’agricoltura gli stagionali di altri settori, come turismo e ristorazione, è invece percorribile, basta mettere in chiaro il bisogno effettivo di manodopera delle imprese, ad esempio attraverso un sito, osservando le regole e applicando il contratto”, conclude il segretario Flai.

Foto di © Damiano Cristini/Sintesi

 

Non sono più invisibili?

Improvvisamente le braccia sono salite sul piedistallo del bisogno altrui. In realtà ci sono sempre state, senza di loro il mondo non va avanti. Ma almeno adesso lo ammette, lo dice. È questa la novità. Il virus, mandando in tilt i sistemi sociali ed economici, ne ha smascherato l’architettura e l’ossatura, ha reso visibili gli invisibili. L’allarme sulla raccolta stagionale, come si diceva, non è solo italiano. Un articolo del New York Times ricostruisce la “preoccupazione diffusa” in tutta Europa, ed elenca il caso della Gran Bretagna, dove “si lotta per trovare persone che raccolgano lamponi e patate”. Oppure il “pregiato raccolto di asparagi bianchi della Germania, che rischia di marcire nel terreno”. In Germania mancano all’appello 300mila stagionali. In Francia 200mila, come in Italia.

Ai bisogni degli invisibili, però, nessun accenno. A ricordarli ci pensa la Iuf (la Federazione internazionale dei lavoratori agricoli) con un ragionamento globale che vale la pena di riassumere qui in chiusura. Le persone impegnate nell’agricoltura, in tutto il mondo, sono più di un miliardo. Circa il 40% sono lavoratori salariati: “Le donne e gli uomini che lavorano nelle fattorie, nelle piantagioni, nei frutteti e nelle serre, nella produzione di latte e di bestiame”. Vivono in condizioni di povertà estrema e solo il 5% di loro ha accesso a un sistema di ispezione del lavoro o “alla protezione legale dei loro diritti alla salute e alla sicurezza”. Molti di loro sono migranti - prosegue la Iuf - e vivono in condizioni “malsane e indecenti”, “una gigantesca capsula di Petri per la propagazione di malattie infettive”.

PER APPROFONDIRE:
I GHETTI DEI BRACCIANTI, “FOCOLAI” PRONTI A ESPLODERE

La domanda che si pone l’organizzazione è: “Chi garantirà la salute e la sicurezza dei lavoratori agricoli il cui apporto è necessario ora, anche se il virus si diffonde?”. Al commissario Ue per l'Agricoltura Janusz Wojciechowski la Iuf chiede che l’Europa promuova “misure mirate” per proteggerli, azioni che includano “la garanzia di forniture di sapone, acqua potabile, disinfettante, attrezzature protettive e servizi medici”. E ancora: “Sostegno al reddito, pasti e alloggi che consentano il distanziamento sociale e la quarantena, indennità di malattia, difesa dalle bande di criminali”. “I migranti sono una risorsa. Ora è il momento di attingere alle conoscenze e all'esperienza di lavoratori considerati per troppo tempo ‘non qualificati’ e usa e getta”, conclude la Iuf ricordando che esiste una Convenzione Ilo dalla quale partire, la 184 sulla sicurezza e la salute in agricoltura adottata nel 2001, che prevede tutele anche per i lavoratori temporanei e stagionali.

La libera circolazione non basta, se tutto il resto manca. Bisognerebbe costruire tutto il resto, a maggior ragione nel tempo della pandemia. Ma sembra impossibile, se è anche il tempo dei caporali e dei ghetti.

Denuncia dei sindacati: «2i Rete Gas specula sulla cig»

Mar, 31/03/2020 - 19:24

“2i Rete Gas chiede la cassa integrazione per i dipendenti e contemporaneamente esternalizza servizi e attività”. Lo denunciano Filctem Cgil, Femca Cisl el Uiltec Uil siciliane che vedono nell’operazione “una speculazione, un modo per far cassa con la cig - scrivono i segretari regionali Giuseppe D’Aquila, Franco Parisi ed Emanuele Sorrentino - facendo pagare il conto ai lavoratori”. Sulla vicenda i sindacati regionali hanno scritto ai prefetti e ai sindaci dei territori interessati chiedendo il loro intervento. Le segreterie nazionali hanno dal canto loro sollecitato l’intervento del ministero delle Finanze e della presidenza del Consiglio dei ministri.

2i Rete Gas è il secondo player nazionale di distribuzione del gas naturale in Italia, dopo Italgas, “con fatturati e utili da capogiro- osservano i sindacati- e con maggiore azionista il fondo F2i partecipato dalla Cassa depositi e prestiti. “Il suo compito – rilevano Filctem, Femca e Uiltec - è di fornire un servizio pubblico essenziale alla cittadinanza distribuendo il gas nelle case. Da questa grande Azienda - sottolineano - ci saremo aspettati, vista l’emergenza dovuta alla pandemia, un confronto su un nuovo e necessario assetto organizzativo per agevolare il lavoro degli addetti che sono e devono rimanere in campo al fine di garantire, nel migliore dei modi, il servizio di distribuzione del gas. Invece la scelta è stata un atto scellerato e non consono alla gestione dell’emergenza”.

In Sicilia 2i Rete Gas fornisce il gas in numerosi Comuni della Provincia di Agrigento, Caltanissetta, Catania, Palermo, Messina e Ragusa. “Per i lavoratori siciliani - sottolineano i tre segretari - ci sarà dunque una decurtazione salariale spregiudicata e senza senso. Il danno e le beffe peraltro, visto che l’azienda – aggiungono - intende sostituire almeno in parte il personale avvalendosi massicciamente del lavoro in appalto (sino all'ipotesi estrema di esternalizzazione del servizio di reperibilità). Il costo dei lavoratori, con il ricorso alla cassa integrazione, verrebbe quindi scaricato impropriamente sulla fiscalità generale dalla quale verrebbero drenate risorse, quelle della cassa integrazione, a discapito di aziende e lavoratori che ne hanno la reale ed effettiva necessità”.

Le tre sigle sindacali sottolineano che l’azienda “oltre a rendersi protagonista di una speculazione intollerabile, non ha neanche adottato il protocollo di sicurezza con le organizzazioni sindacali in riferimento alle attività svolte dai lavoratori, che sono ad oggi sprovvisti di adeguati Dpi per svolgere le proprie attività e non si è nemmeno premurata di adottare integralmente le misure previste dai protocolli per mettere in sicurezza le sedi e i mezzi. Cosa ancor più grave, non lo ha fatto neanche dopo l’accertamento di alcuni casi di positività al Covid-19 di alcuni lavoratori siciliani di cui siamo venuti a conoscenza per le vie informali”.

Filctem, Femca e Ultec affermano che “l’annuncio del ricorso all'istituto della cassa integrazione guadagni da parte di 2i Rete Gas apre oltretutto uno scenario inedito in tutto il settore e pone seri dubbi sull’opportunità dell’utilizzo di questi strumenti da parte di aziende che svolgono servizi pubblici essenziali. La distribuzione del gas è un servizio di interesse pubblico - sostengono - di conseguenza la continuità, l’efficienza e l’esercizio in sicurezza delle attività devono necessariamente essere assicurati”.

Tirrenia: a pagare non siano lavoratori e cittadini

Mar, 31/03/2020 - 19:08

Il sequestro conservativo dei conti correnti di Tirrenia, disposto dai commissari della compagnia attualmente in amministrazione straordinaria, preoccupa molto il sindacato di categoria Filt Cgil. Perché in un momento di emergenza come questo si ha bisogno di tutto fuorché di decisioni che penalizzano i dipendenti da un lato, e i passeggeri e le merci considerate essenziali dall'altro. “Per questo ci appelliamo al governo affinché non siano i lavoratori e i cittadini a pagare le conseguenze di una situazione che non hanno certamente contribuito a creare” sostiene Enrico Poggi, Filt Cgil Genova.

Al sequestro è seguito l’annuncio dell’interruzione immediata dei collegamenti con Sardegna, Sicilia e isole Tremiti: rischiano quindi di rimanere bloccate nei porti le navi che garantiscono la continuità territoriale, un diritto costituzionalmente sancito, facendo venir meno anche i rifornimenti medicali e gli approvvigionamenti da e per le isole. “Al momento, naturalmente, il divieto di spostamento dal proprio comune di residenza vigente per tutti i cittadini fa sì che la decisione si ripercuota, almeno nell’immediato, su un numero limitato di utenti – spiegano da Federconsumatori -. Ma nei prossimi mesi non è escluso che possano verificarsi disagi, problemi e cancellazioni per quanti hanno già acquistato biglietti”. A questo proposito lo sportello dell’associazione ricorda che il Regolamento UE 1177/2010 stabilisce tutele ben precise in queste circostanze. In particolare, in caso di cancellazione o ritardo alla partenza superiore a 90 minuti, la compagnia deve assicurare pasti e bevande e, in caso sia necessario un pernottamento, una sistemazione adeguata. Inoltre il vettore deve offrire all’utente la scelta tra il trasporto alternativo verso la destinazione finale a condizioni simili, non appena possibile e senza alcun supplemento; il rimborso del prezzo del biglietto.

Riscossione Sicilia: stipendi a rischio dopo la sospensione dei pagamenti per l'emergenza Covid-19

Mar, 31/03/2020 - 19:04

In conseguenza della sospensione dei pagamenti per l’emergenza sanitaria in corso, Riscossione Sicilia, che non dispone di nessuna linea di credito dal settembre del 2017, già dai prossimi giorni potrebbe non avere in cassa il denaro per gli stipendi del personale. Lo rendono noto Fisac Cgil, Fabi, Fist Cisl, Uilca e Unisin che hanno scritto al presidente della Regione per chiedere “un immediato provvedimento del governo regionale, che possa consentire il pagamento delle retribuzioni ai lavoratori esattoriali i quali anche in questi giorni continuano a presidiare la riscossione e a dare servizi ai cittadini siciliani”. “Già nel mese di febbraio- scrivono i sindacati- il presidente Branca aveva preannunciato il rischio di non poter pagare gli stipendi dal prossimo mese di giugno, nonostante la previsione includesse gli incassi dell’attività di riscossione e in particolare della rottamazione. Oggi, senza quegli incassi, la situazione si fa ancora più difficile, per questo chiediamo l’intervento del governo”. Il sindacato unitariamente inoltre “rilancia, così come rivendicato anche nella giornata di sciopero del 4 marzo la necessità di una soluzione definitiva facendo confluire attività e personale nell’ente nazionale”.

Dl cuneo fiscale, Cgil: segno di equità per lavoratori

Mar, 31/03/2020 - 19:01

“Il decreto sul cuneo fiscale è legge. Una buona notizia nel segno dell’equità. Un risultato per tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori con redditi medio bassi, raggiunto anche grazie alla mobilitazione del sindacato”. Così la vicesegretaria generale della Cgil Gianna Fracassi commenta l’ok definitivo al provvedimento.

“Non si rinuncia, nonostante l’emergenza, ad un primo passo di un intervento di riduzione delle tasse per i lavoratori dipendenti che segue il principio della progressività e che potrà agevolare, in questa fase di grande difficoltà economica e sociale, le famiglie italiane che si ritroveranno da luglio più soldi fine mese”, conclude Fracassi.

Il lavoro al tempo del contagio

Mar, 31/03/2020 - 18:50

In queste settimane di profondi sconvolgimenti dovuti alla diffusione del Coronavirus, un pesante tributo è a carico del modo del lavoro. C’è chi il lavoro lo ha perso, chi è stato messo in ferie forzate, chi prosegue l’attività temendo per le proprie condizioni di sicurezza e di salute, chi per la prima volta sta lavorando da casa, chi si è trovato all’improvviso senza una fonte di reddito. Dipendenti, precari, partite iva, piccoli imprenditori, liberi professionisti, medici, infermieri, operai, lavoratori del terziario e dei servizi: in moltissimi stanno vivendo un profondo sconvolgimento delle proprie condizioni di lavoro e di vitaIl nostro rapporto con il lavoro sta cambiando, come sta cambiando il ruolo che il lavoro ha nella nostra vita. Stiamo vivendo un’esperienza unica, che sta modificando il nostro modo di essere, di vivere, di pensare, di lavorare più di quanto avremmo mai potuto immaginare.

Per documentare, raccontare, interpretare le nuove condizioni di lavoro in questo periodo di emergenza, l’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico (Aamod) lancia, con il patrocinio della Cgil, una raccolta di documentazione partecipata e costituisce un fondo dedicato a materiali video autoprodotti. Un fondo destinato non solo a conservare la memoria di quanto sta accadendo nel mondo del lavoro, ma anche ad essere immediatamente riutilizzato in nuove opere, documentari, reportage, studi. Per raccontare l’emergenza Covid-19 dal punto di vista dei lavoratori e per riflettere su come questa condizione possa incidere sulle trasformazioni sociali e politiche già in atto.

L’oggetto dei materiali video può riguardare qualunque argomento connesso con la tematica del lavoro ai tempi dell’emergenza Coronavirus in Italia: la denuncia di condizioni di lavoro non adeguate ai parametri di sicurezza, le condizioni di difficoltà sociale e familiare che lavoratrici e lavoratori si trovano a vivere, lo sforzo e il senso di responsabilità di coloro che lavorano per garantire beni di prima necessità, l’impegno e la generosità del personale ospedaliero e di chi deve assicurare i servizi pubblici essenziali. Se ogni giorno il cibo arriva sulle tavole di tutti noi che restiamo a casa, dobbiamo ringraziare chi lavora, chi il cibo lo produce e chi lo vende. Se abbiamo luce, acqua e gas nelle nostre abitazioni dobbiamo ringraziare chi assicura il buon funzionamento e la manutenzione degli impianti. Se gli ospedali dove medici e infermieri curano con dedizione e coraggio i nostri cari sono puliti dobbiamo ringraziare chi delle pulizie si occupa. Operai, cassieri, addetti alle pulizie, commessi, contadini, panettieri, facchini (anche in versione riders), e tutte quelle persone al lavoro - declinate al maschile e al femminile - che svolgono attività essenziali. Piccole grandi storie che siamo convinti valga la pena raccontare. Per sentirci tutti un po’ meno soli, per avere, ancora una volta, la sensazione di far parte di un’unica grande famiglia. Una famiglia che racchiude chi il lavoro ce lo ha ancora e chi lo ha perso, chi può lavorare in sicurezza e chi no, chi ha paura, chi si sente solo.

Storie di vita, di lavoro, perché no di denuncia, che quotidianamente raccontiamo e vi invitiamo a condividere attraverso una sequenza, una testimonianza, un’intervista, una scena, anche una sola inquadratura, con una convinzione che non ci abbandonerà mai: ci si salva e si va avanti solamente tutti insieme. Lo diceva Enrico Berlinguer qualche anno fa, lo ripete oggi papa Bergoglio, lo ha sempre sostenuto il sindacato, nato proprio per unire i tutti lavoratori.

Trovate tutte le indicazioni utili per rispondere all’invito dell’Aamod cliccando su questo link