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Rassegna.it - lavoro, politica ed economia sociale
Aggiornato: 2 hours 5 min fa

Cgil: serve equità e progressività, no flat tax

Lun, 18/03/2019 - 18:08

“Invece di affrontare seriamente il tema fiscale, garantendo maggiore equità e progressività, si prosegue con un’idea che non riequilibra le disuguaglianze fiscali. La flat tax è la negazione della progressività e della redistribuzione”. Così, in una nota, la vicesegretaria generale della Cgil, Gianna Fracassi.

“Se si vuole intervenire davvero - prosegue - si parta dal lavoro dipendente e dai pensionati aumentando le detrazioni fiscali. È evidente che chi avanza tali proposte ritiene che debbano essere lavoratori e pensionati a pagare ancora il prezzo di un sistema fiscale che sta determinando profonde disuguaglianze e ingiustizie”.

“Il principio è semplice - ricorda in conclusione - chi ha di più paghi di più, e chi non ha mai pagato inizi a farlo. Serve quindi una seria lotta all’evasione e un’imposta contro le disuguaglianze fiscali. Non è possibile che ogni volta che si apre una discussione sul fisco non vengano affrontati questi temi prioritari”.

Blutec: Cgil Palermo, Regione dia risposte a lavoratori

Lun, 18/03/2019 - 17:56

La Cgil Palermo era presente, oggi, 18 marzo, al sit-in davanti alla Regione con gli operai di Blutec. “Una delegazione sindacale è stata ricevuta dai capi gabinetto. Non era quello che ci aspettavamo. Stigmatizziamo l'assenza del presidente della Regione e dell'assessore alle Attività produttive – dichiara il segretario Cgil Palermo, Calogero Guzzetta –. Sulla questione Blutec è calato un inaccettabile silenzio. Dagli arresti dei vertici dell'azienda in poi, la voce della Regione non si è più sentita. Auspichiamo che la giunta chiami al più presto le organizzazioni sindacali per un incontro su Blutec e per riprendere in tempi rapidissimi la discussione sull' area di crisi complessa, che investe la zona industriale di Termini Imerese già da anni”.  

L'aggravarsi della vertenza rimette al centro tutte le questioni irrisolte che riguardano un'area a vocazione industriale ma che, dall'abbandono della Fiat in poi, si è desertificata sempre più nel corso degli anni. “Si deve ripartire da quell'accordo di programma, siglato nel 2014 tra Regione e Mise, cui non è stata data attuazione – aggiunge il dirigente sindacale –. Potrebbe costituire il punto di partenza per rimettere al centro della discussione le attività produttive del territorio termitano, ormai da anni abbandonato totalmente a se stesso”.

Giovedì 21 marzo la Cgil sarà presente con delegazioni di tutte le categorie alla manifestazione cittadina di Termini Imerese, indetta  dalle organizzazioni sindacali dei metalmeccanici e dalle istituzioni. L'iniziativa  si svolgerà alle 9, a piazza della Vittoria. Da lì, partirà un corteo che raggiungerà piazza Duomo. “Riteniamo fondamentale – conclude il sindacalista – il valore della solidarietà di tutte le categorie dei lavoratori agli operai di Blutec e dell'indotto e invitiamo il territorio a partecipare in massa”.

Bergamo, 20 morti sul lavoro nel 2018

Lun, 18/03/2019 - 17:39

“Quelli comunicati dall’Inail come definitivi e certificati rispetto alle denunce di infortuni presentate dai lavoratori sono dati allarmanti". Ad affermarlo in una nota unitaria sono Angelo Chiari per la Cgil, Danilo Mazzola per la Cisl e Saverio Capuzziello della Uil di Bergamo. "Numeri nudi e crudi che ci parlano della quotidiana sofferenza inflitta nella carne viva del lavoro - affermano i tre sindacalisti - Statistiche che, in trasparenza, ci parlano di persone rimaste mutilate, ustionate, invalide per colpa del lavoro, ci parlano anche di nuove drammatiche morti". 

Anche gli Open Data Inail 2018, cioè le denunce di infortuni non ancora certificati come tali, segnalano un alto numero di casi, 14.078 rispetto ai 14.163 del 2017. "Un calo quasi irrilevante, inaccettabile - commentano i tre segretari - Soprattutto, quel che è peggio è che nel 2018 sono stati registrati 20 decessi, 5 in più rispetto ai 15 del 2017". 

"Ora, siamo convinti che tutti insieme, con Confindustria e con i rappresentanti della piccola e media industria e degli artigiani, dobbiamo faredi più su questo tema: è necessario che dentro le imprese si affermino un’effettiva responsabilità sociale e ambientale, relazioni industriali partecipative e una contrattazione aziendale finalizzata anche al miglioramento continuo della sicurezza e degli ambienti di lavoro - concludono Chiari, Mazzola e Capuzziello - Va contrattata e costruita con i delegati sindacali e i Rappresentanti dei Lavoratori alla Sicurezza (RLS) una ‘filiera della sicurezza’ partendo dalle aziende più grandi e che coinvolga fornitori, appaltatoti e subappaltatori, affinché vengano certificate procedure, formazione e diffusione delle informazioni di base. Dobbiamo pretendere la definizione delle procedure di tutte le fasi produttive aziendali. Quello alla salute e alla sicurezza è un diritto primario e insopprimibile. Un diritto che deve entrare nella coscienza civile, nazionale e territoriale di tutti”.

Dal Parlamento

Lun, 18/03/2019 - 17:08

Martedì 12 marzo la Commissione XI (Lavoro Pubblico e Privato) del Senato ha ascoltato in audizione le parti sociali sui disegni di legge nn.310 e 658 (salario minimo orario). Per rivedere la diretta clicca qui.

Nella stessa giornata, nella X Commissione Industria, Commercio, turismo c’è stata l’audizione dei rappresentanti locali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl dell'area di Savona nell'ambito dell'esame dell'affare assegnato n.161 (principali aree di crisi industriale complessa in Italia). Per scaricare la memoria unitaria depositata in Commissione clicca qui; per rivedere la diretta dell’audizione clicca qui.

(a cura di Giorgia D'Errico)

Dal Parlamento

Lun, 18/03/2019 - 17:08

Martedì 12 marzo la Commissione XI (Lavoro Pubblico e Privato) del Senato ha ascoltato in audizione le parti sociali sui disegni di legge nn.310 e 658 (salario minimo orario). Per rivedere la diretta clicca qui.

Nella stessa giornata, nella X Commissione Industria, Commercio, turismo c’è stata l’audizione dei rappresentanti locali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl dell'area di Savona nell'ambito dell'esame dell'affare assegnato n.161 (principali aree di crisi industriale complessa in Italia). Per scaricare la memoria unitaria depositata in Commissione clicca qui; per rivedere la diretta dell’audizione clicca qui.

(a cura di Giorgia D'Errico)

Comune di Pontida condannato due volte

Lun, 18/03/2019 - 16:48

Con due distinte sentenze, la prima dell’11 marzo e la seconda del 14 marzo, il Comune di Pontida è stato condannato da due diversi giudici del Tribunale di Bergamo per comportamento antisindacale. “Un vero record” hanno commentato Gian Marco Brumana della Fp Cgil e Natalino Cosentino per Cisl Fp di Bergamo. “Le sentenze si sono concentrate nell’arco di tre giorni, rivelando le enormi difficoltà con cui procedono le relazioni sindacali con l’attuale amministrazione di quel comune”.

A seguito del ricorso presentato da Fp Cgil e Cisl Fp di Bergamo per quelle che i sindacati avevano definito “assenza di correttezza e buona fede” manifestate durante la trattativa per il rinnovo del Contratto collettivo decentrato integrativo del 2017, il Tribunale di Bergamo, in funzione di Giudice del Lavoro Raffaele Lapenta, ha accolto “parzialmente il ricorso” dei sindacati e ha dichiarato “antisindacale la condotta del Comune di Pontida che ha impedito la partecipazione delle ricorrenti alle negoziazioni in vista della CCDI 2016/2017”. Il Tribunale “ordina, pertanto, all’Amministrazione resistente di cessare il comportamento illegittimo e rimuoverne gli effetti mediante la riapertura delle trattative relative alla CCDI 2016 e 2017 come in parte motiva; dispone la trasmissione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo degli atti di causa per valutare l’eventuale integrazione degli estremi del reato di cui all’art. 650 c.p. da parte del Comune di Pontida per l’inosservanza del decreto ex art. 28 Stat. Lav. del 05.04.2018 (proc. n. 2058/2017).”

Arriviamo, ora, alla seconda sentenza: nel ricorso per opposizione presentato dallo stesso Comune contro il decreto del 5 aprile 2018 con il quale il Tribunale di Bergamo, a seguito del ricorso presentato dai sindacati, aveva dichiarato l’antisindacalità della condotta tenuta nelle trattative svoltesi nell’ambito della procedura di contrattazione decentrata integrativa per l’anno 2016, il Giudice Monica Bertoncini ha ritenuto non fondata l’opposizione e ha respinto l’opposizione del Comune contro il decreto emesso dal Tribunale di Bergamo in data 4 aprile 2018.

“Ora, a seguito di tre pronunce tutte sfavorevoli nei confronti del Comune di Pontida, ci aspettiamo finalmente un mutamento di atteggiamento più consono al sistema di relazioni sindacali delineato dalla legge e dai Contratti collettivi nazionali di lavoro da parte dell’Amministrazione” hanno proseguito Brumana e Cosentino. “Corre l’obbligo di sottolineare che, nonostante il ricorso con affidamento diretto del patrocinio a un prestigioso studio di avvocati specializzato in materia di lavoro, anche sul fronte del licenziamento di una dipendente le condanne con obbligo di reintegra paiono susseguirsi (proprio venerdì 16 marzo, in appello, il Comune è stato condannato nuovamente alla reintegra della dipendente nel posto di lavoro e a pagare 6.600 euro di spese legali). C’è da chiedersi a questo punto se qualcuno non debba essere chiamato a rispondere per gli eventuali danni procurati alle casse del Comune viste le decine di miglia di euro spesi in onorari e spese processuali, senza considerare l’obbligo di rifondere alla dipendente illegittimamente licenziata retribuzioni e interessi legali. C’è da chiedersi, dunque, fino a quando i cittadini del Comune di Pontida saranno chiamati a pagare per le scelte irragionevoli dei propri amministratori”.

Comune di Pontida condannato due volte

Lun, 18/03/2019 - 16:48

Con due distinte sentenze, la prima dell’11 marzo e la seconda del 14 marzo, il Comune di Pontida è stato condannato da due diversi giudici del Tribunale di Bergamo per comportamento antisindacale. “Un vero record” hanno commentato Gian Marco Brumana della Fp Cgil e Natalino Cosentino per Cisl Fp di Bergamo. “Le sentenze si sono concentrate nell’arco di tre giorni, rivelando le enormi difficoltà con cui procedono le relazioni sindacali con l’attuale amministrazione di quel comune”.

A seguito del ricorso presentato da Fp Cgil e Cisl Fp di Bergamo per quelle che i sindacati avevano definito “assenza di correttezza e buona fede” manifestate durante la trattativa per il rinnovo del Contratto collettivo decentrato integrativo del 2017, il Tribunale di Bergamo, in funzione di Giudice del Lavoro Raffaele Lapenta, ha accolto “parzialmente il ricorso” dei sindacati e ha dichiarato “antisindacale la condotta del Comune di Pontida che ha impedito la partecipazione delle ricorrenti alle negoziazioni in vista della CCDI 2016/2017”. Il Tribunale “ordina, pertanto, all’Amministrazione resistente di cessare il comportamento illegittimo e rimuoverne gli effetti mediante la riapertura delle trattative relative alla CCDI 2016 e 2017 come in parte motiva; dispone la trasmissione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bergamo degli atti di causa per valutare l’eventuale integrazione degli estremi del reato di cui all’art. 650 c.p. da parte del Comune di Pontida per l’inosservanza del decreto ex art. 28 Stat. Lav. del 05.04.2018 (proc. n. 2058/2017).”

Arriviamo, ora, alla seconda sentenza: nel ricorso per opposizione presentato dallo stesso Comune contro il decreto del 5 aprile 2018 con il quale il Tribunale di Bergamo, a seguito del ricorso presentato dai sindacati, aveva dichiarato l’antisindacalità della condotta tenuta nelle trattative svoltesi nell’ambito della procedura di contrattazione decentrata integrativa per l’anno 2016, il Giudice Monica Bertoncini ha ritenuto non fondata l’opposizione e ha respinto l’opposizione del Comune contro il decreto emesso dal Tribunale di Bergamo in data 4 aprile 2018.

“Ora, a seguito di tre pronunce tutte sfavorevoli nei confronti del Comune di Pontida, ci aspettiamo finalmente un mutamento di atteggiamento più consono al sistema di relazioni sindacali delineato dalla legge e dai Contratti collettivi nazionali di lavoro da parte dell’Amministrazione” hanno proseguito Brumana e Cosentino. “Corre l’obbligo di sottolineare che, nonostante il ricorso con affidamento diretto del patrocinio a un prestigioso studio di avvocati specializzato in materia di lavoro, anche sul fronte del licenziamento di una dipendente le condanne con obbligo di reintegra paiono susseguirsi (proprio venerdì 16 marzo, in appello, il Comune è stato condannato nuovamente alla reintegra della dipendente nel posto di lavoro e a pagare 6.600 euro di spese legali). C’è da chiedersi a questo punto se qualcuno non debba essere chiamato a rispondere per gli eventuali danni procurati alle casse del Comune viste le decine di miglia di euro spesi in onorari e spese processuali, senza considerare l’obbligo di rifondere alla dipendente illegittimamente licenziata retribuzioni e interessi legali. C’è da chiedersi, dunque, fino a quando i cittadini del Comune di Pontida saranno chiamati a pagare per le scelte irragionevoli dei propri amministratori”.

Abruzzo e Molise: «Per i trasporti siamo al Medioevo»

Lun, 18/03/2019 - 16:15

Che l’Italia sconti un gap infrastrutturale su strade, treni e porti, tale da collocarlo all’ultimo posto dei dieci più importanti paesi europei (fonte Cgia di Mestre), non è in alcun modo una novità, ma la dimensione dell’arretratezza della rete ferroviaria e più in generale del trasporto su rotaia in Abruzzo e in Molise ha raggiunto un livello davvero insopportabile in grado persino di mettere in discussione quel diritto alla mobilità dei cittadini sancito dalla nostra Costituzione. L'occasione e lo spunto per questa nostra denuncia ci è stato fornito da Legambiente e dal rapporto Pendolaria 2018 che abbiamo avuto modo di scandagliare per analizzare le condizioni del trasporto ferroviario proprio nelle due regioni confinanti Abruzzo e Molise.

Da questo studio e prima ancora di entrare nelle negatività da primato che interessano le due regioni, sono emersi due aspetti fondamentali: il primo sta ad indicare che nel Paese c'è tanto bisogno di trasporto su ferro e laddove si realizzano investimenti, i pendolari rispondono in maniera significativa; viceversa laddove questi investimenti latitano o tardano ad arrivare, i pendolari si allontanano con molta più celerità di quanto si possano eventualmente avvicinare ed intercettare. Il secondo aspetto rappresenta se vogliamo lo specchio dell’Italia, ovvero la rappresentazione delle contraddizioni e delle diversità. Nel trasporto ferroviario, infatti, al costante aumento del numero dei passeggeri (+7,9% in appena 4 anni equamente ripartiti tra servizio regionale ferroviario e metropolitane), fa riscontro un dato in assoluta controtendenza che contraddistingue le regioni del Mezzogiorno, tra le quali, manco a dirlo primeggiano Abruzzo e Molise.

Impietoso davvero il dato dell'Abruzzo che con il 39,9% di viaggiatori in meno, è passato dai 23.530 viaggiatori giornalieri del 2011 ai 14.140 del 2017, collocandosi addirittura al primo posto tra le regioni che hanno perso in assoluto utenza e viaggiatori. Anche il Molise ha subito nello stesso periodo un calo significativo che si attesta all'11,1% preceduto in questo triste primato negativo oltre che dal citato Abruzzo, dalla Campania e dalla Sicilia. Il Molise è invece al primo posto (scambiandosi il primato negativo con l'Abruzzo) rispetto all'ammontare complessivo dei tagli ai servizi registrati nell'arco temporale che va dal 2010 al 2018. Ovviamente in quel -33,2% di servizi decurtati che caratterizza il Molise, incide tantissimo la chiusura della tratta Termoli-Campobasso di 87 km, avvenuta nello stesso arco temporale. L'Abruzzo con un -9,6% si colloca sempre ai primi posti di questa classifica davvero poco nobile. Fa davvero riflettere che in queste stesse regioni nelle quali si registrano sensibili tagli ai servizi e all'offerta nonché cali dei viaggiatori, si registrino anche paradossali aumenti tariffari, (+25,4 % per l'Abruzzo e + 9% per il Molise).

Altro aspetto inquietante è la vetusta del materiale rotabile anche se su questo fronte le due regioni collocandosi su un’età media di 17 anni, sono in buona compagnia con le regioni del Mezzogiorno. Addirittura analizzando il triennio 2015/2018, l’Abruzzo primeggia tra quelle regioni che evidentemente con i nuovi treni immessi in circolazione negli ultimi mesi, hanno parzialmente recuperato un gap che nella precedente versione di Pendolaria la vedeva primeggiare in negativo anche su questo dato. Nulla di nuovo invece per il Molise che rispetto al materiale rotabile, paga l’oggettiva difficoltà a fare investimenti su motrici diesel dal momento che ci si sta muovendo verso l’elettrificazione della rete anche se allo stato attuale i km elettrificati sono soltanto 60 su un totale di 265 (poco più del 20%). La percentuale di elettrificazione in Abruzzo è decisamente più elevata sfiorando il 70% della rete (470 km su un totale di 676 km), un dato che è in linea con la media nazionale.

Sempre rispetto alla qualità delle infrastrutture e della rete, un altro problema rilevante, è l'alta incidenza dei km a binario semplice o unico. In Molise dei 265 km di rete, appena 23 sono a binario doppio pari ad una percentuale inferiore al 9%. In Abruzzo il dato migliora un po', ma stiamo parlando comunque  di una percentuale di poco superiore al 18% (appena 123km su un totale di 676), percentuale ben lontana dal quel 43% che caratterizza la media nazionale. Un altro dato estremamente significativo, è rappresentato dai singoli stanziamenti garantiti dalle Regioni mediante i contratti di servizio e che si vanno a sommare alle risorse derivanti dai trasferimenti dello Stato. Nel 2017 la spesa sostenuta per il servizio ferroviario regionale rapportata al bilancio regionale è stata pari allo 0,13% per il Molise e allo 0,24% per l'Abruzzo. Anche in questa circostanza, le due regioni si collocano agli ultimi posti considerando che vi sono Regioni che arrivano a stanziare importi in grado di superare anche l'1% del bilancio regionale.

Per concludere questa mole di dati estremamente significativi (il cui dossier completo è qui scaricabile) vi sono quelle che Legambiente e Pendolaria considerano le 10 linee peggiori d'Italia e tra le quali quest’anno figura la Roma Campobasso. Stiamo parlando di 244 km complessivi per i quali i maggiori problemi si concentrano nei primi 75 km che risultano essere privi di elettrificazione e a binario unico. Basti pensare che per collegare Campobasso ad Isernia occorrono 53 minuti con una velocità media di 55km/h su una linea sostanzialmente vuota. Nella classifica dello scorso anno figurava invece la Pescara-Roma che, ancora oggi, a nostro avviso, continua a rappresentare comunque una tre le peggiori linee ferroviarie presenti nel nostro paese.

A fronte di questo scenario davvero inquietante e che potrebbe addirittura peggiorare per queste due regioni qualora si concretizzasse quel provvedimento di autonomia differenziata per il quale si sta avviando il relativo iter parlamentare, è del tutto evidente che i due governatori Marco Marsilio e Donato Toma, accomunati dallo stesso pesante deficit di competitività infrastrutturale rispetto al resto del paese, debbano mettere insieme le loro comuni e sacrosante ragioni per rivendicare quei principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione in base ai quali i cittadini di questo Paese dovrebbero potere disporre in egual misura di alcuni diritti fondamentali e tutto ciò a prescindere da dove gli stessi cittadini nascano o siano residenti. La Filt Cgil e la Cgil Abruzzo Molise sono state a manifestare la scorsa settimana a Roma unitamente ai sindacati dell’edilizia per chiedere con forza che in questo paese, a partire dal mezzogiorno, si riattivino quelle politiche industriali in grado di sbloccare i cantieri e riattivare gli investimenti. Ed è ciò che chiediamo anche alle due amministrazioni regionali che rappresentano identità nelle quali persistono forti ed insostenibili disuguaglianze nella fruizione dei servizi pubblici e nell’esigibilità per l’appunto di diritti fondamentali per i cittadini.

Carmine Ranieri è segretario generale Cgil Abruzzo/Molise; Franco Rolandi è segretario Filt Abruzzo/Molise

Abruzzo e Molise: «Per i trasporti siamo al Medioevo»

Lun, 18/03/2019 - 16:15

Che l’Italia sconti un gap infrastrutturale su strade, treni e porti, tale da collocarlo all’ultimo posto dei dieci più importanti paesi europei (fonte Cgia di Mestre), non è in alcun modo una novità, ma la dimensione dell’arretratezza della rete ferroviaria e più in generale del trasporto su rotaia in Abruzzo e in Molise ha raggiunto un livello davvero insopportabile in grado persino di mettere in discussione quel diritto alla mobilità dei cittadini sancito dalla nostra Costituzione. L'occasione e lo spunto per questa nostra denuncia ci è stato fornito da Legambiente e dal rapporto Pendolaria 2018 che abbiamo avuto modo di scandagliare per analizzare le condizioni del trasporto ferroviario proprio nelle due regioni confinanti Abruzzo e Molise.

Da questo studio e prima ancora di entrare nelle negatività da primato che interessano le due regioni, sono emersi due aspetti fondamentali: il primo sta ad indicare che nel Paese c'è tanto bisogno di trasporto su ferro e laddove si realizzano investimenti, i pendolari rispondono in maniera significativa; viceversa laddove questi investimenti latitano o tardano ad arrivare, i pendolari si allontanano con molta più celerità di quanto si possano eventualmente avvicinare ed intercettare. Il secondo aspetto rappresenta se vogliamo lo specchio dell’Italia, ovvero la rappresentazione delle contraddizioni e delle diversità. Nel trasporto ferroviario, infatti, al costante aumento del numero dei passeggeri (+7,9% in appena 4 anni equamente ripartiti tra servizio regionale ferroviario e metropolitane), fa riscontro un dato in assoluta controtendenza che contraddistingue le regioni del Mezzogiorno, tra le quali, manco a dirlo primeggiano Abruzzo e Molise.

Impietoso davvero il dato dell'Abruzzo che con il 39,9% di viaggiatori in meno, è passato dai 23.530 viaggiatori giornalieri del 2011 ai 14.140 del 2017, collocandosi addirittura al primo posto tra le regioni che hanno perso in assoluto utenza e viaggiatori. Anche il Molise ha subito nello stesso periodo un calo significativo che si attesta all'11,1% preceduto in questo triste primato negativo oltre che dal citato Abruzzo, dalla Campania e dalla Sicilia. Il Molise è invece al primo posto (scambiandosi il primato negativo con l'Abruzzo) rispetto all'ammontare complessivo dei tagli ai servizi registrati nell'arco temporale che va dal 2010 al 2018. Ovviamente in quel -33,2% di servizi decurtati che caratterizza il Molise, incide tantissimo la chiusura della tratta Termoli-Campobasso di 87 km, avvenuta nello stesso arco temporale. L'Abruzzo con un -9,6% si colloca sempre ai primi posti di questa classifica davvero poco nobile. Fa davvero riflettere che in queste stesse regioni nelle quali si registrano sensibili tagli ai servizi e all'offerta nonché cali dei viaggiatori, si registrino anche paradossali aumenti tariffari, (+25,4 % per l'Abruzzo e + 9% per il Molise).

Altro aspetto inquietante è la vetusta del materiale rotabile anche se su questo fronte le due regioni collocandosi su un’età media di 17 anni, sono in buona compagnia con le regioni del Mezzogiorno. Addirittura analizzando il triennio 2015/2018, l’Abruzzo primeggia tra quelle regioni che evidentemente con i nuovi treni immessi in circolazione negli ultimi mesi, hanno parzialmente recuperato un gap che nella precedente versione di Pendolaria la vedeva primeggiare in negativo anche su questo dato. Nulla di nuovo invece per il Molise che rispetto al materiale rotabile, paga l’oggettiva difficoltà a fare investimenti su motrici diesel dal momento che ci si sta muovendo verso l’elettrificazione della rete anche se allo stato attuale i km elettrificati sono soltanto 60 su un totale di 265 (poco più del 20%). La percentuale di elettrificazione in Abruzzo è decisamente più elevata sfiorando il 70% della rete (470 km su un totale di 676 km), un dato che è in linea con la media nazionale.

Sempre rispetto alla qualità delle infrastrutture e della rete, un altro problema rilevante, è l'alta incidenza dei km a binario semplice o unico. In Molise dei 265 km di rete, appena 23 sono a binario doppio pari ad una percentuale inferiore al 9%. In Abruzzo il dato migliora un po', ma stiamo parlando comunque  di una percentuale di poco superiore al 18% (appena 123km su un totale di 676), percentuale ben lontana dal quel 43% che caratterizza la media nazionale. Un altro dato estremamente significativo, è rappresentato dai singoli stanziamenti garantiti dalle Regioni mediante i contratti di servizio e che si vanno a sommare alle risorse derivanti dai trasferimenti dello Stato. Nel 2017 la spesa sostenuta per il servizio ferroviario regionale rapportata al bilancio regionale è stata pari allo 0,13% per il Molise e allo 0,24% per l'Abruzzo. Anche in questa circostanza, le due regioni si collocano agli ultimi posti considerando che vi sono Regioni che arrivano a stanziare importi in grado di superare anche l'1% del bilancio regionale.

Per concludere questa mole di dati estremamente significativi (il cui dossier completo è qui scaricabile) vi sono quelle che Legambiente e Pendolaria considerano le 10 linee peggiori d'Italia e tra le quali quest’anno figura la Roma Campobasso. Stiamo parlando di 244 km complessivi per i quali i maggiori problemi si concentrano nei primi 75 km che risultano essere privi di elettrificazione e a binario unico. Basti pensare che per collegare Campobasso ad Isernia occorrono 53 minuti con una velocità media di 55km/h su una linea sostanzialmente vuota. Nella classifica dello scorso anno figurava invece la Pescara-Roma che, ancora oggi, a nostro avviso, continua a rappresentare comunque una tre le peggiori linee ferroviarie presenti nel nostro paese.

A fronte di questo scenario davvero inquietante e che potrebbe addirittura peggiorare per queste due regioni qualora si concretizzasse quel provvedimento di autonomia differenziata per il quale si sta avviando il relativo iter parlamentare, è del tutto evidente che i due governatori Marco Marsilio e Donato Toma, accomunati dallo stesso pesante deficit di competitività infrastrutturale rispetto al resto del paese, debbano mettere insieme le loro comuni e sacrosante ragioni per rivendicare quei principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione in base ai quali i cittadini di questo Paese dovrebbero potere disporre in egual misura di alcuni diritti fondamentali e tutto ciò a prescindere da dove gli stessi cittadini nascano o siano residenti. La Filt Cgil e la Cgil Abruzzo Molise sono state a manifestare la scorsa settimana a Roma unitamente ai sindacati dell’edilizia per chiedere con forza che in questo paese, a partire dal mezzogiorno, si riattivino quelle politiche industriali in grado di sbloccare i cantieri e riattivare gli investimenti. Ed è ciò che chiediamo anche alle due amministrazioni regionali che rappresentano identità nelle quali persistono forti ed insostenibili disuguaglianze nella fruizione dei servizi pubblici e nell’esigibilità per l’appunto di diritti fondamentali per i cittadini.

Carmine Ranieri è segretario generale Cgil Abruzzo/Molise; Franco Rolandi è segretario Filt Abruzzo/Molise

Yanfeng di Melfi: proclamato lo stato d'agitazione

Lun, 18/03/2019 - 16:13

Alla Yanfeng, indotto Fca di Melfi, si sono svolte le assemblee con i lavoratori per discutere l'esito dell'incontro in Confindustria con la direzione aziendale sul piano industriale. Durante le runioni, la Fiom Basilicata ha ribadito la sua preoccupazione per la mancata assegnazione della commessa della Compass da parte della Fca, chiedendo al management di ricercare soluzioni che possano garantire la salvaguardia occupazionale e industriale del sito di Melfi. "Nonostante l'azienda parli di assenza di esubero strutturale, la situazione produttiva è critica, in quanto, a tutt'oggi, la Yanfeng rimane con un unico modello produttivo sui tre che dovranno essere prodotti a Melfi", afferma la Fiom.

“Il sindacato e i lavoratori esprimono tutte le loro preoccupazioni sul futuro dello stabilimento – dice Giorgia Calamita, Fiom Basillicata –, cui s'aggiunge un incremento dei carichi di lavoro, che peggiorano ulteriormente le condizioni e il clima in fabbrica. Inoltre, chiediamo che si mettano in atto tutte le azioni del caso, affinché venga salvaguardato il posto di lavoro degli operai del sito di Melfi, dopo tanti anni di sacrifici. La sfida della competitività non si vince sulla riduzione dei costi e sulla pelle dei diritti dei lavoratori, ma facendo ricerca, innovazione, qualità e creando nuove produzioni, nuovi modelli di motori a basso impatto ambientale”.

Pertanto, la Fiom dichiara lo stato d'agitazione per i lavoratori della Yanfeng, "al fine di garantire l'occupazione, avere certezze per il futuro e migliorare le condizioni di lavoro in fabbrica. Insieme ai lavoratori - conclude la Fiom - si decideranno ulteriori iniziative sindacali necessarie per avere risposte certe".

Sardegna, in sciopero lavoratori mense Marconi Group

Lun, 18/03/2019 - 15:36

Scioperano domani 19 marzo gli oltre trenta lavoratori delle mense degli istituti penitenziari sardi gestite dall’azienda Marconi Group srl. “Le ragioni sono legate al mancato pagamento degli stipendi di gennaio e febbraio”, ha spiegato la segretaria regionale Filcams, Nella Milazzo, aggiungendo che “non si tratta di un episodio isolato, ma ormai è diventata una prassi pagare le retribuzioni con grave ritardo e solo dopo numerosi solleciti o minacce di sciopero”. La Filcams esprime preoccupazione per la situazione che stanno vivendo i lavoratori e sottolinea che lo sciopero di domani, proclamato il 13 marzo, non verrà revocato nonostante l’azienda abbia comunicato di aver pagato lo stipendio di gennaio. “Non è accettabile – sottolinea Nella Milazzo – che dopo i ritardi accumulati non vengano nemmeno saldate entrambe le retribuzioni”. I lavoratori segnalano inoltre lo scarso approvvigionamento delle derrate alimentari che rende sempre più difficile svolgere il servizio a regola d’arte.

Sardegna, in sciopero lavoratori mense Marconi Group

Lun, 18/03/2019 - 15:36

Scioperano domani 19 marzo gli oltre trenta lavoratori delle mense degli istituti penitenziari sardi gestite dall’azienda Marconi Group srl. “Le ragioni sono legate al mancato pagamento degli stipendi di gennaio e febbraio”, ha spiegato la segretaria regionale Filcams, Nella Milazzo, aggiungendo che “non si tratta di un episodio isolato, ma ormai è diventata una prassi pagare le retribuzioni con grave ritardo e solo dopo numerosi solleciti o minacce di sciopero”. La Filcams esprime preoccupazione per la situazione che stanno vivendo i lavoratori e sottolinea che lo sciopero di domani, proclamato il 13 marzo, non verrà revocato nonostante l’azienda abbia comunicato di aver pagato lo stipendio di gennaio. “Non è accettabile – sottolinea Nella Milazzo – che dopo i ritardi accumulati non vengano nemmeno saldate entrambe le retribuzioni”. I lavoratori segnalano inoltre lo scarso approvvigionamento delle derrate alimentari che rende sempre più difficile svolgere il servizio a regola d’arte.

British Council, tre giorni di sciopero contro i licenziamenti

Lun, 18/03/2019 - 14:50

Tre giornate di sciopero contro i 19 licenziamenti minacciati dal British Council. Li ha dichiarati la Flc Cgil, dopo che lo scorso 7 marzo era stato proclamato lo stato di agitazione. Lo sciopero consisterà nell'astensione dal servizio per l’intera giornata, al termine delle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori svolte nelle sedi di Roma, Napoli e Milano, e si svolgerà il 20 e il 28 marzo e il 6 aprile 2019. In tali occasioni saranno organizzati presìdi territoriali.

Per la prima giornata di protesta – 20 marzo 2019 –, in concomitanza con l’incontro delle parti sociali, si svolgerà un presidio a Roma, dalle ore 10 alle ore 13, in via di San Sebastianello 16, davanti alla sede del British Council. Analogo presidio si svolgerà a Milano, dalle ore 13 alle ore 15, in Via Croce Rossa, angolo Via Manzoni (M3 Montenapoleone). La procedura di licenziamento collettivo è stata avviata dalla parte datoriale il 20 febbraio scorso; la Flc ha chiesto di avviare la procedura per l’esame congiunto iniziato il 28 febbraio e tutt’ora in corso. Nei tre appuntamenti svolti in sede di esame congiunto l'azienda ha esposto le ragioni aziendali che hanno prodotto gli esuberi strutturali e presentato un piano industriale per il rilancio unitamente a proposte economiche incentivanti per favorire forme di esodo o accompagnamento alla pensione nei termini previsti dalle norme vigenti. I sindacati hanno chiesto il ritiro dei licenziamenti ritenendoli non coerenti con le informative precedentemente avute da parte datoriale.

La Flc, si legge in una nota, ritiene che “il piano di riorganizzazione aziendale debba prevedere la ricollocazione del personale, che ha alte professionalità ed esperienza pluriennale, in altre mansioni a partire dalle nuove posizioni annunciate nel piano industriale”. Il sindacato “su mandato delle lavoratrici e dei lavoratori proseguirà la trattativa in sede di esame congiunto per giungere all’obiettivo di un accordo che eviti i licenziamenti sia attraverso il ricollocamento e valutando tutte le possibilità di fuoriuscita volontaria incentivata”. La Flc, infine, “invita i lavoratori e le lavoratrici a supportare con spirito di solidarietà il negoziato in corso e a farsi protagonisti nella vertenza sostenendo la mobilitazione in atto aderendo in massa agli scioperi proclamati e partecipando ai presìdi”.  

Congresso famiglie: Auser, opporsi a deriva misogina

Lun, 18/03/2019 - 14:40

“Una deriva misogina, patriarcale, razzista, di fronte alla quale non si può stare a guardare”. A dirlo è l'Osservatorio Pari opportunità e politiche di genere dell'Auser nazionale, commentando il congresso mondiale delle famiglie che si svolgerà a Verona dal 29 al 31 marzo. L'Auser aderisce inoltre alla manifestazione del 30 marzo, promossa da Cgil, associazioni e movimenti, perché “quest'iniziativa è contraria ai princìpi fondamentali di uguaglianza e di non discriminazione garantiti dalla nostra Costituzione e per dire basta a una visione restrittiva dei diritti e del ruolo della donna”.

“La destra radicale e integralista vorrebbe riproporre e imporre modelli di disparità e di sottomissione femminili che speravamo superati”, sottolinea l'Auser: “Il ddl Pillon, l'attacco alla legge 194, le continue discriminazioni e violenze sulle donne, le sentenze ‘choc’ nei processi per stupro e per femminicidio sono i segnali che ci devono mettere in allarme perché questi atti mirano alla negazione della libertà femminile”. Per l'Associazione “una democrazia cresce assieme ai diritti che garantisce. Più cittadini vengono tutelati, più si rafforzano le libertà collettive. Garantire diritti e uguaglianza significa rendere tutte e tutti noi più forti e sicuri, nel rispetto delle libertà fondamentali di ogni individuo. Al contrario, queste proposte tolgono alcuni diritti e riducono le libertà. Non dobbiamo dare nulla per scontato, tanto meno i diritti delle donne e i diritti civili, che sono una conquista recente. Dobbiamo proseguire nel cammino di crescita, conoscenza e uguaglianza iniziato dalle nostre madri e poi trasmettere il testimone alle nostre figlie e ai nostri figli”.

Trenitalia assume mille lavoratori. Filt: avanti con ricambio generazionale

Lun, 18/03/2019 - 14:25

“È stato fatto un ulteriore passo in avanti nel processo, ormai indispensabile, di ricambio generazionale”. Lo afferma la Filt Cgil sull’accordo nazionale sottoscritto oggi con Trenitalia, aggiungendo che “l’accordo prevede mille nuovi ingressi, individuati in gran parte per la copertura della figura professionale di macchinista e capo treno”.

“L’accordo odierno – spiega la Filt Cgil – segue quello nel settore della manutenzione delle infrastrutture di Rfi e riguarda qualifiche delicate e di grande responsabilità che hanno subìto gli effetti negativi della riforma Fornero, con lavoratori che si sono visti aumentare i limiti per l’accesso alla pensione da 58 a 67 anni con gravi ripercussioni di carattere personale, che, oggi, alla luce del nuovo accordo possono collocarsi in pensione, ricorrendo al fondo straordinario e all'intesa sul ricambio generazionale”.

“Una parte delle assunzioni – afferma infine la Filt – saranno destinate agli addetti dei servizi commerciali e a quelli della manutenzione dei rotabili. Oltre le mille assunzioni definite oggi ne verranno previste ulteriori che saranno legate alle uscite dovute a quota 100”.

Dipendenti tribunali «comandati» a Venezia. La Cgil dice basta

Lun, 18/03/2019 - 14:22

"Gli uffici giudiziari del Veneto continuano a soffrire per la carenza di personale; le recenti assunzioni di assistenti giudiziari  non hanno ripianato le gravi insufficienze che sono presenti per tutte le figure professionali. Più volte, abbiamo segnalato  agli organi competenti, sia nazionali che locali, la preoccupante situazione in cui versano gli uffici dell'amministrazione giudiziaria veneta: tribunali, procure, giudici di pace, uffici di sorveglianza, tribunali per minori, ecc., dove la mancanza di personale è stimata fra il 25 e il 28%, tendenzialmente in aumento, dato che l'età media dei dipendenti è alta - intorno ai 56-58 anni - e l'introduzione di 'quota 100' sta aumentando la possibilità che molti lavoratori e lavoratrici optino per il pensionamento". Così Assunta Motta, segreteria Cgil Veneto.

"La Corte d'appello di Venezia sta affrontando il problema, mettendo in campo, sempre con maggior frequenza, lo strumento dell'applicazione dei dipendenti. Si tratta dell'impiego di dipendenti con un provvedimento di provvisorio trasferimento per periodi non superiori a sei mesi, presso altra sede di servizio; ciò avviene prevalentemente dagli uffici periferici provinciali agli uffici ubicati nel centro storico di Venezia. È uno strumento previsto da un accordo sindacale nazionale del 2007, da utilizzare però esclusivamente 'temporaneamente ed eccezionalmente' e, nonostante le vive raccomandazioni ministeriali, che invitano le Corti d'appello a un utilizzo moderato, purtroppo, dobbiamo segnalare che, ormai da tempo, in Veneto se ne sta facendo un impiego ordinario, a nostro avviso decisamente eccessivo", prosegue il sindacato.

"Evidenziamo che tale situazione sta mettendo in difficoltà: le sedi di provenienza dei lavoratori (destinatari all'applicazione) che versano, comunque, in difficoltà e devono ritarare la propria organizzazione lavorativa per garantire l'attività ordinaria con i lavoratori che restano; il personale che è costretto a un'organizzazione della propria attività in affanno, oltre a mettere in crisi la conciliazione dei tempi di vita e lavoro; i lavoratori degli Uffici che subiscono questa situazionetrasformatada straordinaria a routine. È ovvio che queste applicazioni non risolvono i problemi di gestione del sistema giustizia nel distretto Veneto. È necessario far fronte a questa critica situazione con scelte strutturali straordinarie di assunzioni che garantiscano la continuità dei servizi in modo organico, senza far ricadere le disfunzioni sulle spalle dei lavoratori, che rappresentano l'anello debole della catena e che così facendo, e girando come trottole, si sentono mortificati nello svolgimento della loro funzione e della dignità professionale", conclude la dirigente sindacale.

Dipendenti tribunali «comandati» a Venezia. La Cgil dice basta

Lun, 18/03/2019 - 14:22

"Gli uffici giudiziari del Veneto continuano a soffrire per la carenza di personale; le recenti assunzioni di assistenti giudiziari  non hanno ripianato le gravi insufficienze che sono presenti per tutte le figure professionali. Più volte, abbiamo segnalato  agli organi competenti, sia nazionali che locali, la preoccupante situazione in cui versano gli uffici dell'amministrazione giudiziaria veneta: tribunali, procure, giudici di pace, uffici di sorveglianza, tribunali per minori, ecc., dove la mancanza di personale è stimata fra il 25 e il 28%, tendenzialmente in aumento, dato che l'età media dei dipendenti è alta - intorno ai 56-58 anni - e l'introduzione di 'quota 100' sta aumentando la possibilità che molti lavoratori e lavoratrici optino per il pensionamento". Così Assunta Motta, segreteria Cgil Veneto.

"La Corte d'appello di Venezia sta affrontando il problema, mettendo in campo, sempre con maggior frequenza, lo strumento dell'applicazione dei dipendenti. Si tratta dell'impiego di dipendenti con un provvedimento di provvisorio trasferimento per periodi non superiori a sei mesi, presso altra sede di servizio; ciò avviene prevalentemente dagli uffici periferici provinciali agli uffici ubicati nel centro storico di Venezia. È uno strumento previsto da un accordo sindacale nazionale del 2007, da utilizzare però esclusivamente 'temporaneamente ed eccezionalmente' e, nonostante le vive raccomandazioni ministeriali, che invitano le Corti d'appello a un utilizzo moderato, purtroppo, dobbiamo segnalare che, ormai da tempo, in Veneto se ne sta facendo un impiego ordinario, a nostro avviso decisamente eccessivo", prosegue il sindacato.

"Evidenziamo che tale situazione sta mettendo in difficoltà: le sedi di provenienza dei lavoratori (destinatari all'applicazione) che versano, comunque, in difficoltà e devono ritarare la propria organizzazione lavorativa per garantire l'attività ordinaria con i lavoratori che restano; il personale che è costretto a un'organizzazione della propria attività in affanno, oltre a mettere in crisi la conciliazione dei tempi di vita e lavoro; i lavoratori degli Uffici che subiscono questa situazionetrasformatada straordinaria a routine. È ovvio che queste applicazioni non risolvono i problemi di gestione del sistema giustizia nel distretto Veneto. È necessario far fronte a questa critica situazione con scelte strutturali straordinarie di assunzioni che garantiscano la continuità dei servizi in modo organico, senza far ricadere le disfunzioni sulle spalle dei lavoratori, che rappresentano l'anello debole della catena e che così facendo, e girando come trottole, si sentono mortificati nello svolgimento della loro funzione e della dignità professionale", conclude la dirigente sindacale.

Laboratorio Liguria, dalle ferite alle speranze

Lun, 18/03/2019 - 14:09

La Liguria è una regione dal territorio fragile, spesso alle prese con drammi e tragedie. Un territorio che faceva parte del triangolo industriale del nostro Paese, che ha contribuito alla rinascita post-bellica ed è una regione dai grandi commerci internazionali che arrivano dal mare. I dati di oggi su occupazione e disoccupazione, però, non sono buoni: pochi contratti di qualità, crollo dei contratti precari, aumento della disoccupazione. “Complessivamente, le cifre della nostra regione potrebbero far pensare a una sorta di inversione di tendenza, dopo due anni in cui abbiamo perso costantemente occupazione. In realtà, assistiamo a una brusca frenata dell'occupazione. Il problema è la qualità del lavoro che si crea. Si tratta infatti di occupazione prevalentemente precaria e fatta di part-time involontari, mentre il numero dei contratti a tempo indeterminato continua a calare”. A dirlo, ai microfoni di RadioArticolo1 è Federico Vesigna, segretario generale della Cgil Liguria.

Il problema principale che il dirigente sindacale sottolinea, infatti, è quello del lavoro povero: “Mentre cresce l'occupazione, cresce anche la disoccupazione, perché evidentemente il lavoro che c'è non basta a garantire un reddito sufficiente alle famiglie. Nei singoli settori si registra una grande difficoltà nel commercio e nel turismo, e si conferma il fatto che l’aumento di presenze turistiche troppo spesso non si traduce in un incremento dell'occupazione. Questo vuol dire che la Liguria è oggetto di un turismo mordi e fuggi, perché non si fa programmazione, e non ci sono processi di diversificazione dell'offerta che consentano di investire sulla destagionalizzazione”. Ancora una volta, insomma, “si investe poco sulla qualità dell'occupazione”. Per cui “uno degli asset potenziali della nostra regione non si traduce in un’opportunità occupazionale”.

Per il territorio ligure c’è poi da registrare la grande crisi del settore delle costruzioni, “che si protrae ormai da tantissimo tempo”. Mentre in altri comparti l’occupazione cresce, “nel 2018 in edilizia si sono persi altri 4.000 posti di lavoro. Nell'ultimo quadrimestre, quello dove l'occupazione si è sostanzialmente fermata per effetto del crollo del ponte Morandi, il settore delle costruzioni ha perso 9.000 posti di lavoro”. È l’edilizia “il grande malato della nostra regione”. Il crollo del ponte Morandi, d’altronde, “ha evidenziato le fragilità del sistema infrastrutturale, che anche prima della tragedia era tagliato fuori dall'altra velocità, ed era a rischio di isolamento. È chiaro che ora questo rischio stia diventando una certezza”.

Parlare di infrastrutture, però, vuol dire parlare anche di appalti. E, secondo Vesigna, anche da questo punto di vista la Liguria può essere considerata “una sorta di laboratorio”, perché la ricostruzione del ponte Morandi “avviene attraverso le logiche commissariali, quindi con uno sveltimento delle procedure che ovviamente ognuno di noi si auspica”. Ma d’altro canto “tutto questo non può andare a detrimento della sicurezza e dei diritti dei lavoratori”. Nella regione, in effetti, “gli incidenti sul lavoro sono all’ordine del giorno”. Per questo il lavoro che è stato fatto in regione può “fornire un contributo nelle discussioni in corso sulla regolamentazione degli appalti”. Come l'accordo sottoscritto dalle categorie nazionali del settore delle costruzioni con il commissario alla ricostruzione del Ponte Morandi, “sulle modalità con cui occorre agire, cioè sveltire le procedure, sbloccare i cantieri, ma nel pieno rispetto dei diritti e delle regole”. In quell'accordo si prevede, infatti, “l’applicazione del contratto degli edili nelle lavorazioni, il rispetto delle norme sui sistemi di controllo nell'accesso alle attività di cantiere e soprattutto una serie di misure a tutela della stabilità occupazionale, che ruotano intorno al principio della responsabilità in solido e della clausola sociale”.

“Quindi sveltire le procedure e sbloccare i cantieri – conclude Vesigna – si può e si deve. Non però liberalizzando il subappalto, o togliendo l'obbligo del contratto nazionale di riferimento. Non serve insomma smantellare il sistema delle tutele del lavoro, cosa che ovviamente non ci potrà mai trovare d'accordo”.

 

Cgil: «Sbloccare risorse per aree di crisi complessa»

Lun, 18/03/2019 - 13:19

Oltre 60 mila lavoratori attendono, ormai da mesi, gli ammortizzatori sociali che spettano loro di diritto. Sono i dipendenti delle aziende e delle imprese che operano nelle 18 aree e 13 regioni aree di crisi complessa, a cui competono i 117 milioni di euro stanziati nella legge di Bilancio, per salvaguardare i livelli occupazionali.

Per questo la Cgil, attraverso le parole di Corrado Barachetti, coordinatore dell’ufficio Mercato del lavoro del sindacato, e del responsabile Settori produttivi Salvatore Barone chiede ai ministri del Lavoro e dell’Economia di emanare immediatamente il necessario decreto interministeriale.

“È assolutamente necessario – affermano i due dirigenti sindacali – che ai lavoratori che soffrono gli effetti della crisi si diano subito risposte certe. Governo e ministri interessati si adoperino in fretta nel far giungere le risorse previste per gli ammortizzatori alle Regioni, che già prontamente ne hanno fatto richiesta”.

“Basta con tutti questi ritardi. Il governo del cambiamento sta replicando, nei modi e nei tempi, quelli precedenti. Chiediamo, infine, che Di Maio, in coerenza con quanto concordato nell’ultimo incontro con Landini, Furlan e Barbagallo, apra un tavolo di confronto specifico sugli ammortizzatori sociali nel quale vengano definite le risorse assegnate e i tempi di erogazione”, concludono Barachetti e Barone.

 

Modelli di welfare: gli anziani di oggi, quelli di domani

Lun, 18/03/2019 - 11:54

Il testo che segue è la sintesi dell’articolo pubblicato nella sezione “Tema” del n. 3/2018 della Rivista delle Politiche Sociali. Questo è invece il link alla rubrica che Rassegna dedica alla pubblicazione

L’invecchiamento della popolazione rappresenta una delle più importanti trasformazioni sociali del nostro tempo. Esso contribuisce a interrogare i sistemi di welfare nelle loro dimensioni distributive, finanziarie, organizzative e politiche. L’evoluzione demografica, i bisogni e l’offerta di cura per la popolazione anziana e le loro relazioni con altre dimensioni sociali – quali il mutamento delle forme familiari e la crescita dell’occupazione femminile – sono al centro di un dibattito internazionale che ha avuto avvio fin dagli anni novanta del Novecento e che solleva molte domande relative alle relazioni intergenerazionali.

Gli studi che prendono in considerazione il rapporto tra generazioni in un contesto di rapido invecchiamento seguono due approcci distinti. Il primo fa riferimento al bilancio dello scambio tra generazioni (per esempio, gli anziani e i figli adulti) in un dato momento e alle relative diseguaglianze nell’accesso a risorse di cura formali e informali. Il secondo approccio, invece, prende in considerazione le condizioni degli anziani appartenenti a diverse coorti, ossia le generazioni di anziani del passato, del presente e del futuro.

L’attenzione qui si sposta generalmente sul futuro e guarda alle sfide poste dall’invecchiamento dei baby boomer, alla sostenibilità economica dei sistemi di welfare e di cura alla luce delle caratteristiche demografiche e sociali dei futuri anziani, alla contrazione delle reti informali di sostegno e alla loro trasformazione, al mutamento delle aspettative relative a bisogni e risorse. L’ipotesi è che le caratteristiche demografiche (la numerosità e la presenza di molti grandi anziani) e sociali (la minor ampiezza e disponibilità di reti informali di sostegno) delle future generazioni di anziani avranno forti ripercussioni sia sul versante economico e finanziario, sia sulla organizzazione dei servizi.

Dal dibattito internazionale recente emerge una frattura tra le attuali coorti di anziani, che hanno beneficiato di livelli crescenti di benessere, e le attuali coorti di adulti, per i quali si prospetta un invecchiamento con ridotte risorse e accresciute disuguaglianze. Il caso italiano, in questa seconda prospettiva, induce a interrogarsi su come gli attuali quaranta-cinquantenni si avviano a invecchiare in relazione alle specifiche condizioni sociali e istituzionali che contrassegnano il loro percorso di vita, con particolare attenzione ai bisogni di cura e alle risorse personali, familiari e sociali.

Secondo la nostra ricognizione, quando i nati negli anni sessanta e settanta varcheranno la soglia dei 75 anni, avranno una più lunga speranza di vita in una società fortemente invecchiata. A seguito delle dinamiche demografiche, potranno contare su un più limitato numero di caregiver potenziali: molti anziani, infatti, saranno senza figli o avranno un figlio solo. Si può inoltre ipotizzare che gli anziani del futuro siano tra loro più diversi e diseguali se comparati con l’attuale popolazione anziana per effetto dell’aumento della disuguaglianza sociale tra le coorti di adulti e giovani negli ultimi trent’anni. In assenza di mutamenti profondi delle politiche sociali, i nuovi anziani potranno contare su minori risorse di cure formali, ma anche su minori risorse economiche per acquistare cura nel mercato.

Questo quadro coinvolge soprattutto la generazione X (i nati nel 1965-1974), ma potrebbe iniziare a profilarsi già per la generazione dell’identità (nati nel 1955-1964), in relazione a trasformazioni sociali ed economiche avvenute a partire dagli anni settanta: denatalità, trasformazione del mercato del lavoro, riforma delle politiche previdenziali. Si tratta di un’evoluzione possibile che interroga profondamente non solo le politiche di Ltc (Long Term Care, politiche per la non autosufficienza, ndr), ma più in generale le politiche economiche e sociali del Paese.

Meriterebbero un supplemento d’indagine alcuni aspetti cui qui si fa solo cenno: mentre la nostra attenzione si è per lo più concentrata sulla trasformazione della struttura di opportunità per la cura, è importante approfondire la trasformazione di atteggiamenti e comportamenti connessi alle responsabilità familiari e all’uso dei servizi. Non solo. Un supplemento d’indagine importante andrebbe fatto anche nella direzione della differenziazione territoriale, di genere e di classe sociale dei processi in atto.

Barbara Da Roit è professoressa associata di Sociologia economica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia; Marta Pantalone è assegnista di ricerca presso l’Università degli studi di Verona.