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Aggiornato: 3 hours 15 min fa

Granarolo, accordo per la cassa integrazione

Ven, 27/03/2020 - 17:58

Oggi (venerdì 27 marzo) è stato firmato l’accordo quadro per il ricorso alla cassa integrazione ordinaria per eventi riconducibili all’emergenza epidemiologica da Covid-19 per i lavoratori della Granarolo Spa. Ne danno notizia i segretari nazionali di Fai, Flai e Uila, Roberto Benaglia, Ivano Gualerzi e Gabriele De Gasperis.

Secondo quanto sottoscritto dalle parti, “le modalità di ricorso all’ammortizzatore sociale verranno definite a livello locale, previa verifica e confronto con le Rsu di sito e le segreterie territoriali. L’azienda garantirà il principio della massima rotazione dei lavoratori, anche nella modalità dello smart working, laddove applicabile, tenuto conto delle esigenze tecnico organizzative”. 

“Particolarmente importante – dichiarano i sindacati – l’aver ottenuto dall’azienda l’integrazione della quota a carico Inps fino al 100% della retribuzione mensile lorda spettante ad ogni singolo lavoratore; così come la maturazione integrale di tutti gli istituti diretti ed indiretti (ad esempio ratei di ferie, permessi, 13ma, 14ma, Tfr) così come i versamenti verso i fondi di categoria”. L’integrazione al 100% è un risultato significativo a fronte di una situazione così complicata, concludono, "un risultato che garantisce il governo e la gestione di una fase delicata senza gravare ancor di più sui lavoratori. Anche questo è il frutto di consolidate relazioni industriali”.

Amazon Castel San Giovanni, c'è l'accordo sulla sicurezza. Sciopero terminato

Ven, 27/03/2020 - 16:59

E' stato siglato l'accordo tra azienda e parti sociali nella sede di Castel San Giovanni (Piacenza). Ritirati lo stato di agitazione e gli scioperi. L'intesa arrivata dopo 11 giorni di sciopero. "E’ stata una trattativa lunga e soprattutto onerosa per i lavoratori che hanno sostenuto lo sciopero da lunedì 16 marzo ad oggi, 27 marzo", ricordano Filcams Cgil, Fisascat Cisl, Uiltucs Uilt e Ugl Terziario in una nota unitaria.

"E’ stata soprattutto snervante per i lavoratori rappresentanti sindacali e per la sicurezza - proseguono -, dal momento che in nessun caso Amazon ha accettato il confronto anche con le strutture territoriali delle organizzazione sindacali", "limitandosi a confrontarsi in via esclusiva con Rsa ed Rls. Questi ultimi hanno potuto avere il supporto delle proprie organizzazioni solo tra un incontro e l’altro mentre premevano su di loro i lavoratori in sciopero ed i tanti che non si son potuti permettere la decurtazione dello stipendio  e quindi hanno ripreso a lavorare con il terrore del pregiudizio per la propria salute e quella dei loro familiari".

I sindacati ricordano che "non ha certamente aiutato la trattativa il susseguirsi di decreti del governo ed ordinanze regionali che, oltre a delineare un quadro di permanente incertezza normativa, non ha alla fine chiarito una serie di questioni fondamentali, prima fra tutte quella delle merceologie sottoposte a blocco attività e quelle rientranti nelle eccezioni. E’ nota la vastità delle merci commercializzata on line da Amazon, ma non solo".

"Rimane paradossale la circostanza secondo la quale un’attività di commercio al dettaglio, per ragioni legate all’emergenza covid 19, debba restare chiusa, mentre nell’impianto Amazon di Castel San Giovanni girino oltre 1500 lavoratori al giorno e non si ravvisino le stesse ragioni di profilassi. Ne consegue anzi un vantaggio competitivo per il colosso multinazionale a danno della piccola attività, spesse volte di carattere familiare".

L’accordo trovato con Amazon, anche in applicazione del Protocollo del 14/03/2020, "rappresenta pertanto la sola condizione per garantire la massima sicurezza possibile ai lavoratori".


Questi i punti dell'accordo

Processi di pulizia costanti e sanificazioni programmate e tracciati.

La programmazione delle attività lavorative e l’organizzazione delle postazioni con la garanzia che vi siano sempre almeno 2 metri di distanza tra i lavoratori.

La chiusura di docce, spogliatoi ed aree fumatori consentendo ai lavoratori di portare con sé telefonini ed altri effetti personali ed aumentando di 5 minuti la pausa retribuita.

Il contingentamento degli ingressi e delle uscite che avverrà in 3 gruppi per ogni turno (2 gruppi per il notturno) e con lo stesso criterio sarà fruita la pausa ed il relativo accesso alla mensa.

Controllo della temperatura in ingresso a tutti i lavoratori.

Distribuzione di mascherine e guanti quotidianamente a tutti i lavoratori.

I sindacati hanno anche convenuto che il Comitato, previsto dal citato Protocollo, abbia compiti attivi nell’ambito delle misure condivise. Ci saranno pertanto durante i 3 turni di lavoro sempre 2 rappresentanti sindacali che, insieme a personale designato dall’azienda, potranno muoversi all’interno dello stabilimento collaborando all’attuazione delle misure ed alla verifica. Lo stesso Comitato si riunirà tutte le settimane, il lunedì ed il giovedì, ed in quelle circostanze si confronterà con l’azienda in merito ad eventuali criticità.

Nell’ambito dello stesso accordo le organizzazioni sindacali hanno ribadito la richiesta di evadere solo gli ordini relativi ai beni di prima necessità. L’azienda ha dichiarato di ritenere opportuno per il momento utilizzare il monte ore completo con l’applicazione delle misure condivise. Il verbale conclude che l’argomento rimane comunque tema di confronto.

Per quanto riguarda la distribuzione di mascherine, che notoriamente scarseggiano su tutto il territorio nazionale, le parti hanno condiviso l’obbligatorietà delle stesse e, ribadito l’impegno alla distribuzione da parte dell’azienda, hanno concordato che laddove non si riuscisse nell’approvvigionamento sarà valutato, con gli Rsa, l’applicazione di ulteriori strumenti messi a disposizione della normativa vigente.

Quest’ultimo punto significa in pratica che i sindacati chiederanno la sospensione dell’attività o la sua riduzione se non ci fosse un numero adeguato di mascherine o si incontrassero difficoltà applicative in relazione alle misure del presente Protocollo.

"Ci pare di poter concludere che, pur in assenza di un quadro di regole stabili e certe, le parti sociali, con l’impegno degli RSA ed il sacrificio dello sciopero, siano riuscite a creare condizioni migliori per i lavoratori Amazon di Castel San Giovanni, stante l’emergenza sanitaria in corso. Condizioni che andranno verificate alla prova dei fatti e pertanto è stato sospeso lo sciopero", concludono i sindacati. 

Covid-19, emergenza affitti in tutta Italia

Ven, 27/03/2020 - 16:34

È allarme affitti per lavoratori e studenti fuori sede, che a causa della chiusura delle attività commerciali, artigianali e industriali e della sospensione delle attività didattiche delle università, vorrebbero correre ai ripari e si rivolgono alle sedi del Sunia, il sindacato degli inquilini. Tra le principali esigenze, chiudere il contratto e lasciare l’alloggio, sospendere l’affitto sino alla ripresa delle attività lavorative e di studio, oppure rinegoziare col padrone di casa le condizioni economiche e il canone. Le normative finoraadottate non hanno previsto alcuna specifica disciplina. E anche in presenza di ragioni che consentirebbero al conduttore una risoluzione del contratto per impossibilità sopravvenuta e per gravi motivi, una mossa del genere oggi esporrebbe al rischio di un contenzioso da evitare.

“Il primo consiglio è avviare un contatto con l’altra parte per negoziare e verificare insieme le condizioni per una risoluzione anticipata del contratto, oppure per un mantenimento del contratto con una sospensione a termine del canone o di parte di questo” spiega una nota il Sunia. Se ci sono particolari difficoltà di reddito e per assicurare maggiori certezze ai proprietari la rinegoziazione può anche riguardare l’adozione di un affitto ridotto oppure il passaggio dal contratto libero a quello concordato, transitorio o per studenti, che potrebbe assicurare prospettive di maggiori certezze anche nella futura situazione di crisi economica.

“In ogni caso, è fondamentali che Stato, Regioni e Comuni mettano in campo misure specifiche e mirate – conclude il Sunia -, per agevolazioni e detrazioni fiscali e un adeguamento normativo dell’attuale disciplina degli affitti, per incentivare accordi e rinegoziazioni”.

Covid-19, Fish: intervenire subito per disabili e non autosufficienti

Ven, 27/03/2020 - 16:10

Potenziare il Fondo nazionale per la non autosufficienza, con un’iniezione di 150 milioni di euro, per fronteggiare le situazioni di maggiore isolamento e rischio e aiutare con interventi concreti anche le persone con disabilità che vivono da sole o con un assistente o caregiver, magari anziano. Fare interventi immediati di monitoraggio nelle strutture per disabili e non autosufficienti, che accolgono circa 270.000 persone, ed eventualmente effettuare trasferimenti in altri luoghi, per garantire il contenimento del contagio. Sono alcune delle richieste di emendamento al decreto legge “Cura Italia” da proporre già al Senato durante l’iter di conversione in legge, presentate dalla Fish, Federazione italiana per il superamento dell’handicap.

“Le misure di protezione e di sostegno per le persone con disabilità e per le loro famiglie contenute nel decreto sono importanti ma che devono essere affinate e potenziate – dichiara Vincenzo Falabella, presidente Fish - e soprattutto devono prestare ulteriore attenzione a situazioni di estrema fragilità e rischio. Si tratta di interventi improrogabili e inderogabili, che in molti casi potrebbero anche scongiurare il peggio. Dalle segnalazioni che ci arrivano, sappiamo che ci sono situazioni in cui su un isolamento preesistente si innesta questo nuovo dramma, generando condizioni inumane e intollerabili. Per questo chiediamo al Parlamento di fare proprie queste proposte e al governo di sostenerle”.

Marche: personale sanitario a rischio nelle strutture pubbliche e private

Ven, 27/03/2020 - 15:28

Sono pochi e tardivi i tamponi a cui è sottoposto il personale sanitario nelle strutture pubbliche e private nelle Marche. Non si prevedono risorse economiche adeguate per riconoscere l’enorme sacrificio che fanno ogni giorno con il loro operato. Inoltre l’applicazione degli istituti normativi previsti dai vari "decreti Conte" è spesso restrittiva, come nel caso dello smart working per gli amministrativi. La denuncia arriva dai sindacati Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl regionali, che ieri hanno diffidato le strutture sanitarie e chiesto l'applicazione piena del Protocollo Nazionale sottoscritto con il ministero della Salute.

“Anche se non è strettamente riconducibile alle dirette responsabilità del servizio sanitario regionale, rimane ed è sottovalutata l’emergenza nell’ambito delle Rsa, residenze protette, case di riposo a gestione pubblica o mista – proseguono i segretari generali di categoria in una nota congiunta -: luoghi di cura che invece sono ormai diventati centri di propagazione del virus per pazienti e personale con dispositivi di protezione e controlli ancora ancor meno adeguati. Nei prossimi giorni avvieremo tutte le denunce e le azioni sindacali a supporto del personale che quotidianamente rischia la propria salute per tutelare i pazienti”.

Bologna, l'85% delle imprese metalmeccaniche ha attivato la cassa

Ven, 27/03/2020 - 14:12

Bologna: su un campione di 105 imprese metalmeccaniche (tutte con almeno 100 addetti) 85 hanno attivato gli ammortizzatori sociali a causa dell'emergenza coronavirus. I lavoratori coinvolti sono 20.725 addetti, pari al 72% del totale. Lo rende noto in un comunicato la Fiom di Bologna.

Non solo: in tutto il territorio di Bologna solo 3 delle 105 imprese – che occupano 874 addetti - non stanno anticipando i trattamenti di cassa integrazione, e tutte e tre le aziende erano già in estrema difficoltà finanziaria prima dell’attuale fase di emergenza. Quindi il 96% dei 20.725 lavoratori e lavoratrici sopra indicati ha garantito, grazie agli accordi sottoscritti, il pagamento anticipato da parte della loro azienda degli importi di cassa integrazione.

Fanno eccezione il settore del packaging - dal momento che le imprese bolognesi del settore stanno gestendo le chiusure e la significativa riduzione di presenza al lavoro con strumenti contrattuali – le pochissime imprese che rientrano nelle attività essenziali e le aziende dell’informatica – che continuano le proprie attività con il personale che opera da remoto.

Sulla base dunque di un campione che comprende la metà di tutti i lavoratori del settore nel territorio metropolitano compresi i dipendenti delle aziende artigiane, scrive la Fiom in un comunicato, "possiamo cominciare a fornire alcuni dati rispetto alla gestione di questa prima settimana di sostanziale fermata delle attività produttive. È stata una settimana di impegno straordinario delle funzionarie e dei funzionari della Fiom di Bologna che hanno discusso con centinaia di imprese (di ogni dimensione) e sottoscritto una enorme quantità di accordi per dare copertura – attraverso gli appositi ammortizzatori sociali – ai lavoratori e alle lavoratrici sospese dal lavoro a causa dell’emergenza coronavirus".

Ma ci sono anche altri dati interessanti: il 93% dei lavoratori ha garantito – grazie agli accordi sindacali e ai confronti svolti con le imprese – la maturazione piena degli istituti contrattuali – i cosiddetti “ratei” - durante i periodi di cassa (ferie, permessi, tredicesima mensilità). Solo in 8 aziende non si è riusciti a raggiungere tale accordo.

Infine sono, al momento, 8 le aziende in cui si si sono concordate forme di integrazione salariale e di tutele economiche aggiuntive agli importi di cassa integrazione. "Si tratta di importanti imprese del territorio che occupano complessivamente 5520 addetti (pari al 27% del totale dei 20.725 lavoratori sopra richiamati). Sono, in questo momento, in corso ulteriori trattative con l’obiettivo di definire anche in altre imprese tutele di questo tipo", continua la nota.

La Fiom ribadisce che "la presenza del sindacato, l’autorevolezza delle delegate e dei delegati, il sistema di consolidate relazioni industriali e la tipologia di imprese che abbiamo a Bologna dimostrano che si è costruito, in pochissimi giorni e pur in un contesto estremamente difficile anche per l’impatto pesante della cassa integrazione sulle retribuzioni, un meccanismo di protezione per i posti di lavoro e di tutela dei salari delle persone che lavorano che non era affatto scontato".

Tutti i danni dei tagli alla spesa pubblica

Ven, 27/03/2020 - 14:02

Da ormai un mese il nostro Servizio sanitario nazionale sta lottando con tutte le proprie forze per poter assistere le tante persone colpite dal Covid-19, pur avendo una struttura che è stata indebolita nel corso degli ultimi decenni. Le difficoltà che oggi sono avvertite drammaticamente da tutta la popolazione hanno però radici più profonde. Il coronavirus ha solo evidenziato, in maniera più acuta e grave, una crisi strutturale che la sanità pubblica vive da prima che iniziasse l’epidemia. Nonostante l’Italia abbia un sistema sanitario tra i migliori del mondo che ha contribuito all’aumento della aspettativa e della qualità della vita degli italiani, negli ultimi decenni il Ssn ha subìto tagli alla spesa e mancati investimenti che i diversi governi nazionali hanno giustificato con la necessità di mantenere i bilanci in equilibrio, ridurre gli sprechi ed eliminare le inefficienze. L’Italia ha così ridotto drasticamente le assunzioni del personale più giovane e la creazione di posti letto, nonostante il fabbisogno di assistenza medica fosse già aumentato per via dell’invecchiamento demografico. I dati della Ragioneria Generale dello Stato mostrano come il personale dipendente a tempo indeterminato del Servizio Sanitario Nazionale sia passato dai 690 mila del 2008 ai 647 mila del 2017, con una riduzione complessiva di 43 mila unità. 

A partire dal 2013 si è fatto maggiore ricorso a tipologie di lavoro precario, che nell’intervallo di tempo analizzato (2008-2017) sono così aumentate: +0,6% dei contratti a tempo determinato e in formazione lavoro, +45,3% dei contratti di somministrazione e +6,2% dei lavori socialmente utili. Nel 2017 la quota di lavoratori precari sul totale dei lavoratori stabili è quasi del 7%.  Secondo i dati forniti del ministero della Salute, i posti letto complessivamente disponibili nelle strutture pubbliche sono diminuiti dai 187 mila del 2010 ai 157 mila del 2018, con una riduzione di quasi 30 mila posti, pari al 15,9%.

Nello stesso arco temporale, i posti letto disponibili nelle strutture private convenzionate, quindi sostenute con finanziamenti pubblici, come le case di cura accreditate, gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico e i policlinici privati, sono passati dai 57 mila del 2018 ai quasi 54 mila, con una riduzione appena superiore al 6%. Quindi, la carenza di organico e di posti letto con la quale il Ssn sta affrontando l’attuale emergenza non sono il frutto della fatalità, bensì il risultato di chiare scelte di politica economica che i governi italiani hanno reiterato negli anni con il duplice obiettivo di organizzare la sanità pubblica seguendo i canoni dell’impresa privata e di indebolire le strutture pubbliche per favorire quelle private. Questi due obiettivi sono stati sostenuti da una narrativa dominante che ha indicato la spesa pubblica come uno spreco e il lavoratore pubblico come un fannullone, puntando a ridurre le risorse nei servizi pubblici essenziali e a screditare milioni di persone che lavorano tutti i giorni per tutti noi.

Ciò ha impedito qualsiasi dibattito su come l’intervento pubblico in economia sia fondamentale anche per tutelare la salute individuale dei cittadini e quella collettiva di un intero Paese. Quindi, tra il depotenziamento della sanità pubblica e l’espansione di quella privata, il diritto alla salute, sancito nella Costituzione italiana, dipende sempre di più da un soggetto economico che ha come obiettivo non la qualità dei servizi bensì il profitto. Prova di tutto questo è anche l’indisponibilità delle organizzazioni della sanità privata a prevedere aumenti salariali nel rinnovo di un contratto collettivo scaduto nel 2007. In una emergenza di tale portata, è emersa anche l’assenza di una produzione italiana dei dispositivi di protezione individuale (dpi), mascherine in particolare. La mancanza di una politica industriale, coordinata a livello centrale, costringe oggi il nostro Paese a importare i dpi dall’estero a costi maggiori oppure a produrli a livello nazionale solo dopo una riconversione delle imprese. In entrambi i casi, l’estremo ritardo nell’approvvigionamento e nella distribuzione di questi dispositivi ha esposto a grandi rischi il personale medico-sanitario. Il contagio tra i lavoratori della sanità, infatti, risulta in crescita perché all’assenza dei dispositivi di protezione individuale non si è risposto immediatamente con i tamponi al personale impegnato in prima linea. Inoltre, il sottodimensionamento strutturale del personale, in una situazione di maggiore pressione, genera una bassa rotazione dei turni e un aumento dei compiti da svolgere che impediscono, a loro volta, di far fare la quarantena ai contagiati.

L’Italia è così sottodimensionata a livello medico e sanitario che, in piena emergenza coronavirus, è stata costretta a richiamare il personale già in pensione, a chiederlo in prestito dall’estero e ad accelerare l’entrata in servizio dei neolaureati. Questi sono gli effetti di un Paese che, da un lato, non ha nessuna programmazione pubblica di lungo periodo capace di anticipare le esigenze di una società in transizione demografica e che, dall’altro, lascia emigrare circa 1.500 giovani medici specializzati all’anno, oltre a tanti altri infermieri e ricercatori, in cerca di migliori condizioni lavorative e salari più alti. Un’emorragia di capitale umano per l’Italia, che ha sostenuto i costi della loro formazione, e di cui si beneficiano i Paesi pronti ad assumerli.

Questa emergenza ha permesso di fare una radiografia anche al regionalismo all’italiana. Un sistema disordinato e confuso, frutto della riforma costituzionale del 2001, che ha regionalizzato la sanità e ampliato le disuguaglianze territoriali. Le Regioni che fino a qualche mese fa chiedevano a gran voce maggiore autonomia, sono paradossalmente quelle che oggi invocano l’aiuto dello Stato per evitare il collasso dei loro sistemi sanitari. Questo dimostra che neanche quelle più attrezzate si possono salvare da sole e sarà quindi necessario ridiscutere dei rapporti tra Stato e Regioni, a partire dalla ri-nazionalizzazione del Ssn e dal rilancio di quei principi di universalità, uguaglianza e solidarietà che lo hanno ispirato fin dalla sua istituzione nel 1978. In questo momento, è prioritario che il governo nazionale fornisca al Ssn tutti gli operatori medico-sanitari e tutti gli strumenti per non mettere in pericolo la vita di chi lavora per salvarla a tutti gli altri e per superare l’emergenza Covid-19. Il decreto legge “Cura Italia” è certamente un primo passo per dare ossigeno a un sistema sanitario in affanno da lungo tempo. Ma è comunque ancora del tutto insufficiente per invertire la rotta di una spesa sanitaria che in rapporto al prodotto interno lordo è diminuita dal 7,10% del 2010 al 6,60% del 2018.

Una volta stabilizzato il Paese dal punto di vista sanitario, ci si potrà concentrare sulla ripresa economica. Gli scenari economici restano molto incerti perché dipenderanno dall’evolversi dell’epidemia e anche dalle politiche economiche. In ogni caso, bisognerà evitare che la caduta dei consumi inneschi il tracollo della già fragile struttura produttiva italiana che, dati Istat alla mano, risulta composta al 95,2% da micro e piccole imprese che occupano il 46,7% degli addetti complessivi. Il crollo della produzione, infatti, farebbe aumentare i fallimenti delle imprese con una contestuale riduzione dell'occupazione, portando con sé un drammatico aumento della disoccupazione e un impoverimento generalizzato della popolazione. Per questo motivo, è necessario pensare fin da subito a misure pubbliche inusuali per sostenere il reddito di tutti, a partire dai più fragili e meno tutelati. Se dopo il 2008 l’Italia ha provato a reggere alla crisi economica globale tramite il welfare familiare, sostenuto principalmente dal risparmio privato, oggi questo non è più possibile data l’estensione e la profondità di questa crisi.

Questa emergenza apre, quindi, diversi spazi per un nuovo intervento pubblico in economia perché ha messo in crisi il mantra neoliberista “meno Stato, più mercato” che da decenni orienta le scelte economiche dell’Unione europea e dei governi nazionali. La discontinuità proposta dalla Commissione europea, come la sospensione del Patto di Stabilità, è un primo timido passo che va però sostenuto con politiche fiscali espansive e politiche monetarie più incisive. L’impatto economico e sociale di questa epidemia, che non ha precedenti dal secondo dopoguerra in poi, sta facendo riscoprire l’importanza dello Stato e il ruolo essenziale dei servizi pubblici, anche a chi li ha avversati fino a ieri. I servizi pubblici devono essere finanziati attraverso una tassazione più progressiva sui redditi e sulle ricchezze, oltre al recupero dell’evasione, e non da donazioni dei miliardari italiani e da raccolte fondi promosse in queste settimane da alcuni personaggi famosi. Quando questa emergenza sarà finita, avremo una grande opportunità per ripensare il nostro modello di sviluppo, rimettendo al centro dell’agenda economica la piena e buona occupazione, soprattutto nei settori pubblici, e la spesa pubblica come una risorsa fondamentale per rispondere ai bisogni della popolazione.

Nicolò Giangrande, economista dell'Università del Salento

I precari dell’epidemia

Ven, 27/03/2020 - 14:02

“Noi rappresentiamo i lavoratori in prima linea, che vivono tutte le contraddizioni e le difficoltà del mondo del lavoro in tempi normali, figuriamoci in questo frangente di emergenza e di pericolo. E siamo una categoria trasversale”. A parlare è Andrea Borghesi, da un anno e mezzo segretario generale del Nidil Cgil, Nuove identità di lavoro, il sindacato che rappresenta i lavoratori atipici e precari,somministrati, professionisti, partite Iva, collaboratori e disoccupati. 

Come stanno vivendo la crisi sanitaria e l’emergenza Coronavirus i cosiddetti lavoratori atipici? 

Oggi stiamo toccando con mano ancora di più le fragilità e le contraddizioni del mercato del lavoro in Italia, in tutti i settori, perché coloro che rappresentiamo sono negli ambiti di produzione più diversi: nella sanità pubblica e privata, nell’industria considerata essenziale, nel terziario e nel commercio anche quelli essenziali. Poi ci sono i lavoratori costretti a casa dalle chiusure delle attività stabilite dai decreti, e che oggi si trovano in condizioni critiche dal punto di vista del reddito. Persone che da un giorno all’altro hanno perso ogni possibilità di sostentamento, spesso senza che sia previsto nessun ammortizzatore.

Quanti sono i lavoratori interessati dalle conseguenze economiche della pandemia?

Parliamo complessivamente di milioni di lavoratori, solo 400 mila tra gli stagionali legati al turismo, centinaia di migliaia di partite Iva e collaboratori. I somministrati sono in questo momento quelli maggiormente tutelati, perché sono ricompresi negli ammortizzatori sociali classici quando il rapporto di lavoro è a tempo indeterminato. Quando invece si è in presenza di un contratto a scadenza, dopo non sarà certamente rinnovato, almeno per il prossimo periodo, e il rischio è che la situazione non si risolva in un mese. Ma poi ci sono tutti gli altri.

Quali?

Sono gli esclusi dagli ammortizzatori sociali classici, per i quali abbiamo spinto nelle scorse settimane affinché il governo se ne occupasse con sistemi di sostegno. Uno sforzo da questo punto di vista è stato fatto: 600 euro netti, che verranno dati a lavoratori autonomi, professionisti iscritti alla gestione separata dell’Inps, collaboratori sportivi che non hanno mai avuto una copertura previdenziale ma che di fatto non sono neppure considerati lavoratori.

Avete affermato che la misura non è sufficiente: non si può che essere d’accordo...

Un’indennità una tantum in questa come in qualsiasi altra situazione non basta. 600 euro netti non sono sufficienti se devono sostituire un intero reddito mensile: sfido chiunque a vivere con questa somma, ma d’altro canto comprendiamo la difficoltà di dover tenere insieme l’esigenza dettata da risorse limitate e quella di allargare la platea. È un primo segnale importante. Ma va fatto di più, allungando la durata e ampliando i beneficiari.

In che modo secondo te?

“Forse si potrebbe adottare un meccanismo più raffinato e intelligente, che sia legato al reddito precedente e magari per alcune tipologie anche alla relazione tra quanto il lavoratore è riuscito comunque a guadagnare e quanto ha perso nel periodo dell’emergenza. Poi occorre prevedere misure anche per tutti gli esclusi, che sono i collaboratori occasionali, i rider, quando non hanno partita Iva e non sono co.co.co., una tipologia molto a rischio, perché potenziali portatori e vittime di contagio: nei giorni scorsi abbiamo espresso grandi perplessità sul loro ruolo e sulle condizioni di sicurezza che nella maggior parte dei casi non sono garantite. Tieni conto che dopo un primo momento di grande lavoro, adesso l’attività del food delivery si sta riducendo. E se i lavoratori restano a casa, sono esclusi dal sistema dell’indennità. Il governo ha previsto una forma di reddito di ultima istanza, all’art. 44 del decreto 18: ebbene, riteniamo vadano ricompresi soggetti di questo tipo e i collaboratori occasionali.

Gli atipici lavorano in tutti i settori, rischiamo come gli altri ma hanno meno tutele. È così?

Sì. Prendiamo la sanità pubblica. Si contano 6-7mila somministrati, molti infermieri, operatori sanitari, che rischiano come i colleghi dipendenti, ma se hanno un contratto a termine la malattia copre sino alla scadenza, dopo scatta la Naspi, la disoccupazione. Negli ospedali e negli istituti di ricerca ci sono tantissimi lavoratori in collaborazione che operano nelle stesse condizioni di rischio del personale pubblico assunto. Ci sono i somministrati nei supermercati, tante cassiere, altra categoria a rischio continuo di contagio, e chi consegna a domicilio pacchi e merci.

Quali azioni sta mettendo in campo il Nidil Cgil?

Con le altre categorie, Filt, Fiom, Flai, nei settori molto esposti come quelli dei servizi essenziali, stiamo lavorando per una serie di rivendicazioni sul fronte della sicurezza e degli ammortizzatori sociali. Un esempio: se occorre sanificare gli impianti, i lavoratori che necessariamente devono stare a casa devono poter avere la cassa integrazione. Dall’osservatorio che abbiamo noi, sono gli ammortizzatori sociali necessari anche per gli atipici. Bisogna superare il differenziale di tutela tra lavoro dipendente e lavoro autonomo e immaginare strumenti pubblici più forti. Abbiamo anche attivato un servizio sui nostri social di domande e risposte, di contatto con i lavoratori che sono spesso dispersi sul territorio, operano da casa, non sono organizzati, ma hanno tanti dubbi. A loro diamo le prime informazioni per poi rimandarli alle presenze locali del sindacato. In questo modo siamo vicini anche se lontani, anche a distanza ci siamo.

I ghetti dei braccianti, «focolai pronti a esplodere»

Ven, 27/03/2020 - 14:01

La Flai Cgil e l’Associazione Terra si muovono insieme per far fronte alla drammatica situazione dei braccianti stranieri ai tempi del Covid. E lo fanno con una lettera-appello congiunta indirizzata a Mattarella, Conte e ai ministri dell’interno, della salute, dell’agricoltura e del sud, in cui esprimono “profonda inquietudine e sentimenti di estrema preoccupazione per le migliaia di lavoratori stranieri che abitano nei tanti ghetti e accampamenti di fortuna sorti nel nostro Paese”.

La lettera è stata già sottoscritta da molti cittadini e associazioni, da Don Luigi Ciotti presidente di Libera, a Riccardo Vito, presidente di Magistratura democratica, da Mimmo Lucano a Roberto Saviano, da Fabrizio Barca a Marco Omizzolo, ma anche da Intersos, Asgi, Arci Actionaid, Avviso Pubblico, e altri.

Il sindacato e l’associazione, di fronte alla grave emergenza sanitaria, credono che serva “un impegno straordinario ad ogni livello della società, dalle istituzioni ai singoli”. Per questo pongono l’attenzione sui lavoratori stranieri, molti dei quali sono impiegati nel settore agricolo, “più che mai indispensabile per la sicurezza alimentare della cittadinanza e la tenuta collettiva”. Com’è noto, però, “le condizioni dei braccianti che oggi raccolgono i prodotti destinati alle nostre tavole sono spesso inaccettabili: le baraccopoli in cui sono costretti a vivere sono luoghi insalubri e indecenti agli antipodi del valore stesso dei diritti umani”. Il rischio che il Covid-19 arrivi in quegli aggregati, “tramutandoli in focolai della pandemia”, è motivo di “fondata apprensione”.

Nella miseria dei ghetti, si legge nell’appello, “il quotidiano degli immigrati è scandito da immutata cadenza nonostante la spada di Damocle rappresentata dal Covid-19”. Le richieste di restare a casa o lavarsi le mani, rivolte alla comunità nazionale da tutti gli organi istituzionali e d'informazione, quindi “per loro sembrano chimere”. Perché “sopravvivono in immense distese di catapecchie senza acqua né servizi igienici”. I ragguardevoli provvedimenti assunti dal governo per l’emergenza coronavirus, però, “non prendono in considerazione queste realtà”.

“A fronte dell'impegno delle organizzazioni che continuano ad operare sul campo - si legge ancora - non ci risulta da parte degli organi istituzionali alcun intervento specifico di prevenzione in questi contesti altamente a rischio”. E’ “un’allarmante discrasia” che richiede correttivi istituzionali immediati “in una cornice di monitoraggio preventivo nonché di presa in carico degli eventuali casi di Covid-19, in ossequio al principio costituzionale della tutela della salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività”.

Flai e Terra chiedono quindi che i prefetti possano assumere autonomamente iniziative o adottare disposizioni per mettere in sicurezza i migranti e i richiedenti asilo presenti sul territorio, “mediante l’allestimento di immobili a fini di sistemazione alloggiativa”. Le risorse necessarie per gli eventuali interventi di adeguamento degli immobili requisiti “potrebbero essere attinte dalla dotazione del Piano Triennale contro lo sfruttamento e il caporalato”.

Infine, nella lettera non si dimentica il settore agricolo “già morso dalla crisi”, che oggi in più “patisce la carenza di lavoratori in alcune aree del Paese in ragione dell’interruzione dei flussi di manodopera dai Paesi dell’Est Europa”.  I lavoratori extracomunitari che si trovano in condizione di irregolarità “possono tamponare questo vuoto, ma occorre garantire loro i diritti fondamentali”. Diventa quindi fondamentale “una regolarizzazione per far emergere chi è costretto a vivere e lavorare da irregolare”. Servono soluzioni strutturali, conclude l’appello, che, soprattutto in condizioni di eccezionalità, non possono attendere”.

Le adesioni all’appello sono aperte. Chi è interessato può mandare una mail a uno dei seguenti indirizzi di posta elettronica: flai-segreteria@flai.it o info@terraonlus.it

 

Prato, focolaio in banca 

Ven, 27/03/2020 - 13:28

A Pistoia c’è un uomo ricoverato in terapia intensiva. Lo hanno portato lì d’urgenza da Prato. È stato intubato, poi estubato, poi ha avuto una crisi e ora è sotto un casco respiratore perché, da soli, i suoi polmoni non ce la fanno. I medici dicono che è stabile ma che non è fuori pericolo. Fin qui la sua storia è simile a quella delle migliaia di donne e uomini che sono ricoverati perché positivi al Coronavirus. Ma questa è una storia particolare perché è anche una storia di lavoro, di paura, di possibile contagio e di profonda insicurezza.

Quell’uomo, infatti, è dipendente di una delle filiali online di Intesa San Paolo. Ed è stato in servizio con i suoi colleghi fino a pochi giorni fa. Una filiale online è, di fatto, un call centerdove si lavora fianco a fianco gli uni agli altri, con le cuffie nell’orecchio e il microfono a pochi millimetri dalla bocca. Il palazzo storico, in pieno centro pratese, che un tempo ospitava la Cassa di Risparmio, oggi è popolato da circa trecento persone e, tra amministrativi e addetti della filiale tradizionale, ci sono anche loro, sessanta operatori in linea. Quarantacinque anni d’età media, e tanti di esperienza alle spalle.

Il risultato del tampone è arrivato giovedì sera. Venerdì mattina il passaparola tra colleghi. Poi il panico: la preoccupazione per l’amico, con cui fino a pochi giorni prima ci si era presi il caffè al bar o si era condiviso il pranzo, mescolata a quella per la propria vita improvvisamente a rischio. “Diventeremo un focolaio?”. Molti piangono, molti chiamano il sindacato, altri si rifiutano di entrare: troppo pericoloso. Altri ancora sono già in servizio. “Chiudere, chiudere subito” è la richiesta corale.  Per bloccare quell’ultimo piano del palazzo e attivare l’azienda sanitaria ci vogliono un paio di ore. 

Centoventi minuti trascorsi ad aspettare la quarantena. Sessanta persone almeno che convivono negli stessi spazi, che condividono sale riunioni, sale relax, bagni e ascensori, che ruotano sulle singole postazioni e magari si scambiano, tra un turno e l’altro, anche microfoni e cuffie. Prima che il caso esplodesse Intesa aveva avviato delle misure di contenimento, riducendo il numero dei turni e cercando di limitare l’uso delle diverse scrivanie. Ma il caso ora è scoppiato. Un dipendente è in terapia intensiva e non si sa se altri siano stati contagiati. Poi ci sono anche le guardie giurate all’ingresso, gli addetti alle pulizie che ogni giorno arrivano quando le postazioni si spengono. E poi forse anche gli altri: tutti quei trecento e più che hanno toccato maniglie, pulsanti, salito e sceso le scale insieme. La quarantena, però, non arriva. Dopo un confronto tra la banca e la Asl parte solo la sanificazione dei locali. I lavoratori hanno l’ordine di rientrare in ufficio. Asintomatici? Positivi? Sani? Non si sa. E nemmeno ci si attrezza per saperlo. 

“È clamoroso. – commenta Diego Viti, della Fisac Cgil provinciale – La Asl avrebbe dovuto ricostruire i contatti del lavoratore malato avvalendosi del cartellinoma dopo il confronto con la direzione aziendale ci è stato detto che non esistevano gli estremi per procedere alla quarantena lasciando tutti basiti perché tutti, chi più chi meno, hanno lavorato con un collega positivo e sintomatico”. Accade così che alcuni contattano il proprio medico di base e il numero verde regionale raccontando la loro storia. A quel punto la Asl dispone la quarantena, ma solo per chi ha seguito questo percorso. Intanto Intesa decide – non è chiaro ancora su quali basi – chi dei lavoratori deve restare a casa e concede loro permessi retribuiti extra. Gli altri chiedono le ferie: pagheranno di tasca propria la loro personale messa in quarantena sperando che nessuno si ammali. Al lavoro continuano ad andare solo in sei. Intanto il dubbio assale l’intera comunità: se ci sono dei contagiati che vanno in giro il rischio è alto anche fuori da quel palazzo

Ricostruita la storia restano tanti punti interrogativi. Perché la Asl non ha disposto la quarantena per tutti i colleghi del lavoratore malato? Perché si è preferito rischiareanziché cercare subito di capire - attraverso tamponi e screening - se ci fossero altri contagiati? Perché esporre a un possibile pericolo non solo i lavoratori ma anche l’intera comunità? E perché il trattamento per chi oggi resta a casa non è omogeneo? Domande sulle quali il sindacato in questi giorni continua a incalzare banca e Asl. E che avremmo voluto rivolgere alla direzione della stessa filiale se avesse risposto alla nostra richiesta di intervista. 

“Le banche offrono un servizio essenziale e, in momenti come quello che stiamo attraversando, è proprio il servizio online quello che vede crescere la propria attività. La salute, però, non è mai sacrificabile.” Si poteva evitare una situazione di così forte esposizione? Forse sì se i lavoratori avessero potuto lavorare da remoto. Peccato che il più grande gruppo bancario italiano fosse avanti su tutto ma non sullo smartworking: “In realtà, quando il coronavirus ha iniziato a circolare – conclude Viti –, Intesa ha ordinato i computer per il telelavoro pensando di distribuirli a partire dalle regioni del Nord che erano più colpite. Ora però che il virus si è diffuso dovrebbe rivedere le  sue priorità. I computer vanno dati prima a chi si trova in situazioni come la nostra. Pensate che da noi dovrebbero arrivare per Pasqua. Troppo tempo. E di tempo non ne abbiamo”.

Flai Campania: sanatoria per braccianti stranieri senza permesso di soggiorno

Ven, 27/03/2020 - 12:16

Sono migliaia i lavoratori provenienti da ogni dove, particolarmente di origine africana, impiegati nel settore agricolo tra le province di Caserta e Napoli senza permesso di soggiorno e senza alcuna forma di tutela e protezione dal Covid19. L'allarme arriva dalla Flai Campania.

"Noi siamo convinti, partendo dalle ragioni della legalità e dell’interesse della collettività, che una sanatoria sarebbe benefica altrimenti il settore, che si appresta ad avviare le campagne di raccolta di numerosi prodotti, rischia di paralizzarsi, mettendo a rischio l’approvvigionamento alimentare in un momento emergenziale come quello che stiamo vivendo”, continua la nota.

La Flai Cgil lancia l’allarme sui lavoratori stranieri impiegati in agricoltura nel Casertano dove, nonostante decreti ed ordinanze, continuano a rischiare la vita ogni giorno recandosi nei campi senza rispettare le prescrizioni di sicurezza e senza documenti regolari. Nei giorni scorsi, infatti, nell’ambito dei controlli sul territorio per verificare il rispetto del divieto agli spostamenti, le forze dell’ordine hanno bloccato, multato e denunciato i conducenti di mezzi privati che trasportano in condizioni al limite uomini e donne dirette ai campi di Terra di Lavoro.

“Le forze dell’ordine – dice il segretario generale Flai-Cgil Caserta, Igor Prata – stanno svolgendo un ottimo lavoro di controllo del territorio, anche per contrastare il fenomeno del caporalato che anche in questa emergenza non sembra conoscere sosta. Da tempo segnaliamo come nei campi della nostra provincia non vengano rispettate le più elementari norme di sicurezza a tutela dei lavoratori agricoli, mettendo a rischio la loro salute e le qualità dei prodotti che arrivano sulle nostre tavole”.

“Il 14 marzo scorso – ricorda Giuseppe Carotenuto, segretario generale Flai-Cgil Campania e Napoli – Cgil, Cisl e Uil hanno sottoscritto con il Governo un protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto del Covid-19 negli ambienti di lavoro. Quel protocollo va fatto rispettare dalle istituzioni e dalle aziende cosa che, ad oggi, non ci risulta avvenga. Dentro la geografia della nostra democrazia, chiediamo anche che venga vagliata la possibilità di una sanatoria per concedere il permesso di soggiorno alle migliaia di lavoratori africani impiegati in agricoltura, evitando così un doppio pericolo: che questi lavoratori vengano impiegati in nero dalle aziende, che sarebbero impossibilitate ad assumerli regolarmente, e che le campagne di raccolta, in assenza di lavoratori comunitari, rientrati nei propri Paesi d’origine e impossibilitati al ritorno, vengano seriamente compromesse”.

“Oggi – dice Jean Renè Billongo, coordinatore dell’osservatorio “Placido Rizzotto” della Flai-Cgil nazionale -  abbiamo lanciato un appello al Presidente della Repubblica e al Governo per chiedere non solo attenzione in termini di interventi di profilassi socio- sanitaria rispetto al Coronavirus a favore dei migranti a rischio emarginazione, specie in quei luoghi a vocazione agricola che vedono il loro apporto lavorativo, partendo dai campi,  più che mai necessario per la quiete collettiva e la sicurezza alimentare del Paese".

"Al contempo – prosegue Billongo - la Flai Cgil nazionale invoca un provvedimento che possa farli emergere dall’irregolarità, per spezzare le catene della schiavizzazione, del caporalato e dello sfruttamento che non lasciano loro alcuno scampo”.

La tecnologia al servizio delle persone

Ven, 27/03/2020 - 12:00

Uno dei temi di maggiore attualità posto dall'emergenza sanitaria rappresentata dal Covid-19 riguarda l'utilizzo delle nuove tecnologie, dei dati e dell'intelligenza artificiale per il contenimento dell'epidemia. Proprio in questi giorni, infatti, il governo italiano sta interpellando le imprese affinché sviluppino tecnologie anche per la raccolta e il tracciamento dei dati, proprio per migliorare le misure di contrasto alla diffusione del virus.

A nessuno sfugge che siamo di fronte ad una questione particolarmente delicata. Si tratta, infatti, di coniugare due diritti fondamentali: la tutela della salute e la tutela della privacy, della riservatezza. Anche nella diversa sovraordinazione delle priorità, in una fase di emergenza quale quella che stiamo vivendo, la tutela del diritto primario alla salute collettiva e il rispetto di diritti fondamentali non vanno posti in contrasto. È il caso di segnalare allora che nei provvedimenti che il governo in queste ore sta assumendo proprio sulla tracciabilità dei dati manca un protocollo chiaro che individui l'oggetto delle rilevazioni, che indichi il soggetto titolato, la temporalità, la regia pubblica. 

L'Italia ha delle Autorità caratterizzate da indipendenza e competenze tecniche. Il loro ruolo è ancora più necessario in fasi di emergenza come quella attuale. Il governo deve allora chiedere al Garante della Privacy la redazione di una policy utilizzabile per l'eventuale diffusione di specifiche applicazioni tecnologiche. Una policy che chiarisca intanto quali siano i dati davvero necessari, ne garantisca gestione pubblica e trasparenza, e indichi una chiara dimensione temporale ed una efficace clausola di disinnesco.

Ci attendiamo quindi dal governo un Decreto immediato che vada in questa direzione. La tecnologia digitale è un settore nel quale si sta investendo in tutto il mondo. È allora necessario, tanto più in una situazione di emergenza, che queste tecnologie siano orientate verso i bisogni delle persone e della collettività nel rispetto dei principi normativi e costituzionali. Stiamo parlando infatti di dati oltremodo sensibili: dati biometrici, dati sanitari, dati sulla mobilità delle persone. Bisogna allora evitare che i grandi monopoli privati (Facebook, Amazon, Google, ecc.) acquisiscano ancora maggiore facoltà di raccolta e utilizzo dei dati sulla scorta di una non chiara e non regolamentata eventuale richiesta di aiuto da parte del governo.

Il tema in qualche modo si è già posto: all'indomani delle prime misure restrittive e di chiusura della scuole, quelle piattaforme si sono proposte per agevolare la prosecuzione di alcune attività didattiche. Tra queste, nell'ambito dell'iniziativa "solidarietà digitale" lanciata dal ministero per l'Innovazione, si sono proposti, tra gli altri, Amazon (con piattaforme di e-learning per scuola primaria e secondaria o assistenza web a pubblica amministrazione e imprese) Microsoft (con tecnologia e esperti ET per soluzioni di smart working) e Google (per servizi di video conferenze).

Già allora, come abbiamo sostenuto, sarebbe stato opportuno che il ministero avesse provveduto alla definizione di protocolli capaci di individuare e tutelare i dati sensibili delle persone e delle imprese che avrebbero utilizzato i diversi servizi messi a disposizione, indicando al tempo stesso l'obbligo per le piattaforme di mettere a disposizione i dati raccolti eventualmente utili a gestire l'emergenza. È giusto che le persone siano informate su quali dati si ritengono necessari per contrastare l'epidemia e che vi sia la certezza che quei dati stessi verranno utilizzati dalla sfera pubblica attraverso una regia unica e trasparente. Anzi, trattandosi di una pandemia, i dati andrebbero raccolti e gestiti su scala europea utilizzando anche una recente normativa comune, il Gdpr, che regolamenta la gestione della privacy.

Oggi da più parti si sottolinea, a fronte della pandemia generata dal Covid-19, che nel futuro prossimo non si potranno e non si dovranno più fare le stesse cose di prima. C'è bisogno di un cambiamento radicale. Bene, anche sui temi che abbiamo cercato di richiamare si misura la volontà di un'inversione di rotta, a partire dalla scala europea. C'è davvero bisogno di una grande politica europea delle reti capace non solo di contrastare il dilagare delle piattaforme digitali "Over The Top" (dalle quali ci aspettiamo comunque la massima collaborazione in questa fase di emergenza sanitaria) ma di porre anche una grande questione di controllo democratico sull'accesso ai dati e una finalità sociale delle tecnologie digitali.

 

Alitalia: Filt, cigs per coronavirus non sia scusa per compagnia ridotta

Ven, 27/03/2020 - 11:56

“Nessuno pensi che questi numeri possano essere utilizzati per far partire una nuova Alitalia con pochi lavoratori e senza prospettive di sviluppo”. Così il segretario nazionale della Filt Cgil Fabrizio Cuscito sulla richiesta di integrazione della cassa per i lavoratori di Alitalia, aggiungendo che “può essere giustificata solo per il coronavirus”. Una volta superata l’emergenza, prosegue il segretario nazionale della Filt Cgil "avremo il dovere di costruire una Alitalia basata su un piano industriale con una flotta più ampia per cogliere le opportunità che si apriranno e garantire i livelli occupazionali”.

“Oggi dobbiamo gestire l’emergenza sanitaria e il personale Alitalia e di tutto il trasporto aereo - aggiunge Cuscito - sono esposti in prima linea contro il virus per garantire la mobilità ed il recupero degli italiani all’estero. Visto che Alitalia garantisce un servizio pubblico essenziale - afferma infine il dirigente nazionale della Filt Cgil - è un’attività che va svolta e come ulteriore misura di prevenzione si dovrebbe intervenire affinché vengano effettuati i tamponi per tutti i lavoratori che, sugli aerei e negli aeroporti, sono a diretto contatto con possibili contagiati”.

Il precariato è spinto al limite dal Covid

Ven, 27/03/2020 - 09:57

Se sei un libero professionista, chi paga il congedo per malattia? Se lavori in un negozio al dettaglio con un contratto a chiamata e il negozio chiude, sei sfortunato?

La maggior parte dei resoconti dei media sugli effetti della pandemia da Covid-19 sull'occupazione si sono concentrati sul rischio di licenziamenti e sulle conseguenze economiche per i lavoratori dipendenti. Si è discusso molto meno, invece, di ciò che accade a quei lavoratori che non vengono ufficialmente licenziati, ma i cui contratti non vengono rinnovati, le cui ore sono ridotte a zero o la cui agenzia di collocamento gli comunica semplicemente: “Scusa, ma non c'è più lavoro”. A seconda del Paese in cui vive, un lavoratore potrebbe non essere coperto da un’indennità di disoccupazione o da altre protezioni sociali, come il congedo per malattia retribuito.

Negli ultimi decenni, nei paesi di tutto il mondo, si è verificato un importante incremento del numero di lavoratori temporanei, part-time, interinali e di altre forme di lavoro in subappalto, ma anche nuove forme di lavoro, come nell'economia dello spettacolo, in cui i lavoratori sono quasi sempre classificati come lavoratori autonomi.

Tuttavia, poiché molti paesi stabiliscono soglie di ammissibilità per gli ammortizzatori sociali - ore minime lavorate, guadagni minimi, numero minimo di mesi di lavoro, numero minimo di periodi di contribuzione - molti lavoratori rimangono senza adeguate protezioni, e sono a rischio. Con l'aumentare del numero di lavoratori, la copertura del sussidio di disoccupazione si riduce, anche nei paesi con sistemi consolidati.

Negli anni '90, con diverse disposizioni, l'Ilo ha adottato una serie di norme internazionali sul lavoro per promuovere la parità di trattamento dei lavoratori a tempo parziale, dei lavoratori delle agenzie interinali e dei lavoratori a domicilio. L'articolo 6 della Convenzione sul lavoro a tempo parziale, 1994 (n. 175), ad esempio, stabilisce che "i regimi di sicurezza sociale obbligatori .... devono essere adattati in modo che i lavoratori a tempo parziale godano di condizioni equivalenti a quelle dei lavoratori comparabili a tempo pieno”. La Convenzione afferma inoltre che i paesi con delle soglie per l’accesso dovrebbero "rivederle periodicamente".

Più recentemente, la Raccomandazione dell'Ilo sui sistemi di protezione sociale, 2012 (n. 202) ha affermato che tutti i paesi dovrebbero garantire ai lavoratori almeno un livello base di sicurezza sociale e garantire progressivamente livelli adeguati di protezione a quante più persone possibile, e il più presto possibile.

Alla luce della crisi da Covid-19, questo è un buon momento per seguire queste direttive, e ristrutturare o ricostruire i sistemi in atto. È chiaro che tutti i lavoratori, indipendentemente dalle modalità di assunzione, devono poter accedere all'assistenza sanitaria, devono poter rimanere a casa quando non si sentono bene e beneficiare del sostegno al reddito in caso di riduzione dell'orario a di perdita di posti di lavoro dovuta alla crisi.

In un mondo complesso, abbiamo bisogno di modalità flessibili di lavoro, ma questa flessibilità non dovrebbe andare intaccare le necessarie protezioni per i lavoratori. Speriamo che il Covid-19 dia al mondo la sveglia di cui ha bisogno.

Janine Berg è economista senior presso l'Ilo

L’Europa divisa contro il virus

Ven, 27/03/2020 - 08:30

L’Europa si spacca tra nord e sud anche in questa emergenza, che va oltre i confini del vecchio continente. Il Consiglio europeo di ieri si è risolto con un rinvio delle decisioni che l’Unione si trova a dovere assumere per affrontare la pandemia da Covid-19 e la conseguente recessione economica, quella che si abbatterà sulle vite dei lavoratori. Durante la lunga riunione in videoconferenza, Italia e Spagna, sostenute dalla Francia, hanno chiesto decisioni immediate per sostenere gli Stati dell’Unione con un’azione congiunta e non lasciando le misure in capo ai singoli Paesi. Ma la Germania non sottoscrive la linea ‘mediterranea’, perché il Paese della cancelliera Merkel ce la potrebbe fare anche da solo, in virtù di un debito pubblico tale da potere essere espanso, e lo testimoniano le risorse che è pronto a mettere in campo e che vanno ben oltre i 30 miliardi che l’Italia dovrà reperire per fare fronte alla situazione. 

Angela Merkel, appoggiata anche dalla confinante Austria, ha proposto un rinvio delle decisioni di tre settimane, ma il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, non l’ha presa bene e, insieme allo spagnolo Pedro Sanchez, ha provato ad alzare la voce: dieci giorni, non di più, perché le decisioni urgono. Alla fine è stato raggiunto un compromesso sottoscritto da tutti i 27 Paesi, vale a dire due settimane di tempo a disposizione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e del presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, per presentare proposte di lungo periodo e queste dovranno riguardare principalmente sanità e occupazione. Su questo secondo fronte una delle ipotesi in campo è quella del lavoro in solidarietà in stile tedesco, per mantenere i livelli occupazionali accorciando il tempo lavorato

Salda invece la posizione tedesca sull’emissione di Eurobond, una soluzione invece sostenuta ancora una volta dai Paesi del sud dell’Europa, e in particolare e da lungo tempo dall’Italia. Pare a poco sia valsa l‘apertura dei giorni scorsi della Bce e i 750 miliardi messi in campo. In ogni caso lo schema certo non è inedito, ma si può scorgere forse un elemento nuovo dato proprio dalla pandemia: nessuno dei due blocchi, nemmeno quello dei Paesi del nord, in questo momento è sufficientemente forte, o sicuro della sua forza, da avere nettamente e subito la meglio. Quindi sarà il peso che andrà acquisendo ogni singolo Stato a determinare le decisioni future che ora più che mai mettono in discussione i valori fondanti dell’unione europea, primo fra tutti quello della solidarietà.

L’Italia, nel frattempo, non può limitarsi ad attendere “l’uomo della provvidenza” (identificato questa in Mario Draghi, anche in virtù del suo recente intervento sulla necessità di interventi di Stato), e parte alla caccia di risorse per dare un segnale immediato, di protezione, alle famiglie che, chiuse nelle loro case, faticano a vedere un futuro.

Dietro il bancone di una farmacia, tra rapine e virus

Ven, 27/03/2020 - 07:24

Sono tra i luoghi di approvvigionamento essenziale in questo periodo di serrata quasi totale degli esercizi commerciali e una delle mete sicure per superare i controlli, autocertificazione alla mano. Le farmacie sono diventate nelle ultime settimane un baluardo nel deserto delle strade italiane, un approdo di qualche conforto, un punto di riferimento per la popolazione reclusa e spaesata. Ma la vita è cambiata molto anche dall’altra parte del banco, per più di una ragione. Il problema della salute e della sicurezza in primo luogo: da una parte il rischio di contagio a cui gli addetti sono sottoposti quotidianamente, per la mancanza di dispositivi di protezione e per la negligenza della clientela. Dall’altra la vecchia incognita delle rapine, un pericolo sempre più concreto da quando i farmacisti chiudono la sera, al buio, in una città vuota e desolata, dove le poche persone che ancora si incontrano hanno il viso coperto dalle mascherine.

“All’inizio la nostra categoria è stata bistrattata – racconta Massimiliano, farmacista romano –. Il rischio contagio è stato sottovalutato, ma un po’ alla volta è stata capita l’importanza e l’esposizione del nostro lavoro e siamo stati forniti di mascherine e barriere di plexiglas: una farmacia, considerata la latenza in incubazione del virus, potrebbe diventare un importante punto di contagio senza saperlo”. Le scorte di disinfettanti nel frattempo sono terminate, l’alcool non si trova e non è possibile preparare detergenti adeguati per i cittadini e per l’igiene del negozio.

Sono in tanti ad arrivare in farmacia in questi giorni senza aver potuto incontrare il medico di base, in cerca di consigli, di aiuto, persino di conforto psicologico. I farmacisti si adoperano contro le fake news che stanno circolando, invitano a consultare il proprio medico prima di fare scelte azzardate guidate da voci insistenti che non hanno un’evidenza scientifica ufficiale, come nel caso del presunto pericolo degli ace inibitori, i farmaci per la pressione che favorirebbero il progresso del virus, ma la cui sospensione esporrebbe le persone affette da ipertensione ad altri seri pericoli. “Molti mostrano una certa fantasia nell’uso dei medicinali” spiega Massimiliano che si trova, come i suoi colleghi, a indirizzare la clientela, ma anche a rassicurarla, in un clima di smarrimento generale. Ci sono poi i più anziani in difficoltà con le nuove disposizioni che sostituiscono le vecchie ricette del medico e hanno bisogno di essere guidati. “Siamo molto affaticati – conclude –. I tempi di lavoro sono lunghi e non dimentichiamo che siamo una categoria sotto organico. Sono due anni che in Farmacap chiediamo l’assunzione di nuovo personale, ma non siamo stati ascoltati, e oggi ne paghiamo le conseguenze. A tutto questo aggiungiamo che il contratto non è stato rinnovato e lo stipendio è basso, considerate le responsabilità che ci troviamo ad affrontare ogni giorno”.

“Fino a 10 giorni fa abbiamo lavorato senza mascherine e senza protezioni al banco”, fa eco da Milano Maurizio. Ora il plexiglas c’è in quasi tutte le farmacie, comunali e private, ma resta sempre difficile trovare le mascherine. “Il problema adesso è quello dell’apertura delle farmacie – spiega – ci sono zone più a rischio, per la diffusione del virus o perché si tratta di aree problematiche: l’orario è continuato per tutti, fino alle 20, ma dalle 19 alle 20 a Milano non gira più nessuno, le strade sono deserte e il rischio di subire rapine è molto più elevato. Il farmacista che resta da solo dopo le 19 dovrebbe operare a battenti chiusi. E sarebbe utile pensare a una riduzione dell’orario, per la nostra sicurezza ma anche per limitare le uscite dei cittadini, a cominciare dalla domenica. Andare in farmacia diventa spesso la scusa per una passeggiata, c’è chi esce per comprare una crema o un integratore. Una riduzione di orario non rappresenterebbe nemmeno un problema sotto il profilo occupazionale, perché le ore del contratto sarebbero comunque abbondantemente coperte”. Anche lui sottolinea la carenza di organico: “È la politica aziendale, aumentare a dismisura gli orari senza aumentare il personale, lasciando gli addetti soli in farmacia, per periodi anche lunghi, alcuni per l’intero orario di lavoro”.

Carmela, impiegata da 30 anni in una farmacia di Roma come coadiutrice, addetta cioè all’organizzazione del magazzino e al rifornimento degli scaffali, racconta che la protezione sanitaria è carente. “Abbiamo la stessa mascherina chirurgica da un mese, la laviamo tutte le sere, ma è una difesa esigua. I guanti li abbiamo perché ho tolto qualche scatola per noi dallo scaffale. È inaccettabile che un paese come il nostro si trovi in queste condizioni, ci siamo mostrati proprio inadeguati e questa cosa mi lascia atterrita”. Al rischio del contagio e alla vulnerabilità delle difese personali si sommano i timori legati a una recrudescenza della piccola criminalità. A Carmela la rapina è toccata sabato scorso, ed è stata peggio del solito, non finiva mai, perché le casse in questo periodo sono semi vuote, la gente paga con il bancomat e non ci sono abbastanza contanti. Il rapinatore ha sfilato quello che poteva dalle tasche del farmacista, pistola alla mano, una cliente è svenuta.

“Le attività commerciali sono chiuse, la gente è nelle case, gli unici posti rimasti per i ladri sono le farmacie e nel nostro quartiere c’è solo una pattuglia in circolazione: non abbiamo nessuna tutela – spiega Carmela – Dovremmo fare servizio a porte chiuse o essere forniti di sorveglianza”. Sullo sfondo, sempre la mancanza del rinnovo del contratto, una trattativa in ballo da troppo tempo. “Siamo registrati con il contratto del Commercio e lo Stato ci considera alternativamente Sistema sanitario nazionale o Commercio, secondo la convenienza del momento”. Il contratto delle farmacie speciali, le comunali, è scaduto nel 2015, quello delle private nel 2014: nel 2017 è stato aperto un tavolo negoziale, ma la trattativa è ferma alle richieste pesanti di Federfarma, come l’azzeramento delle ore di permesso, quando la categoria aspetta, tra le altre cose, un congruo adeguamento economico che tenga conto anche delle mansioni complesse che accompagnano l’evoluzione di un servizio tanto delicato e importante. Come appare, così chiaramente, in questi giorni difficili.

Ci chiamano eroi, ma ci tagliano lo stipendio

Ven, 27/03/2020 - 07:22

Marco (nome di fantasia) è un infermiere dell'ospedale di Perugia, il Santa Maria della Misericordia, che, come tutti i grandi ospedali italiani, è stato investito dallo tsunami coronavirus. Lui è uno di quelli che in questi giorni abbiamo più volte chiamato eroi, quelli in prima linea, quelli più a rischio, quelli che a casa di certo non possono restare. Ebbene, nella busta paga di marzo Marco, come altre centinaia di suoi colleghi del nosocomio perugino, ha trovato una sorpresa. No, non un aumento, come sarebbe lecito aspettarsi, ma un taglio dello stipendio, determinato dalla cancellazione di un'indennità (la cosiddetta indennità di sub-intensiva) che esisteva da oltre 15 anni.

“Mi hanno tolto 95 euro”, ci racconta l'infermiere, preferendo restare anonimo per ragioni che è facile intuire. “Mi sembra assurdo, una cosa che mai avrei potuto immaginare a fronte di tutti gli sforzi, i sacrifici e del sudore che noi infermieri buttiamo ogni giorno, correndo come pazzi per tappare i buchi creati da un decennio di tagli continui, in mezzo a pazienti con patologie gravissime, gente che muore ogni giorno. Questo – conclude sconsolato Marco - è davvero come sparare sulla croce rossa”.

“Mi sembra assurdo, una cosa che mai avrei potuto immaginare a fronte di tutti gli sforzi, i sacrifici e del sudore che noi infermieri buttiamo ogni giorno”

“Vergogna, vergogna, vergogna”: è la scritta in rosso che campeggia in cima al volantino che da qualche giorno circola tra i lavoratori dell'ospedale: “Non ci sono altre parole per descrivere quello che è successo, è una vergogna – commenta a Rassegna Tatiana Cazzaniga, segretaria della Fp Cgil di Perugia, il sindacato dei lavoratori della sanità - Pochi giorni fa il direttore generale dell'azienda ospedaliera ha rilasciato un'intervista nella quale ha definito eroi i suoi lavoratori, salvo poi tagliargli lo stipendio in piena emergenza coronavirus. Mi dica lei se non è una cosa da pazzi”.

Della questione è stata investita naturalmente anche la Regione, recentemente “conquistata” dalla Lega. “Lo abbiamo detto e ridetto insieme a Cisl e Uil all'assessore alla Sanità che questa è una cosa inaccettabile, che agli 'eroi' i soldi non si tolgono – continua Cazzaniga – ma la risposta è stata che non possono obbligare l'azienda a fare diversamente e che ne riparleremo semmai durante la contrattazione regionale”.

Intanto, però, infermieri, oss e tecnici non hanno preso bene questo “regalo” in un momento come questo. Romeo (altro nome di fantasia) è un tecnico di radiologia, una categoria pesantemente investita dall'emergenza coronavirus. “Una delle complicanze del covid-19 come noto è la polmonite e l'esame principe per diagnosticarla è la radiografia torace, che facciamo noi – ci racconta – Quindi siamo altamente a rischio, eppure ci hanno tolto un'indennità che aveva proprio lo scopo di riconoscere qualcosa, per quanto poco, a chi ha a che fare con pazienti gravi, spesso in pericolo di vita”.

“Ci hanno tolto un'indennità che aveva proprio lo scopo di riconoscere qualcosa, per quanto poco, a chi ha a che fare con pazienti gravi, spesso in pericolo di vita”

Romeo guadagna circa 1600 euro al mese, comprese notti e domeniche. “Pensi – ci dice ancora – che una domenica me la pagano 17 euro lorde e se coincide con una festività, Pasqua ad esempio, non cambia nulla, sempre 17 euro”. Per questo quei 50 euro in meno nella busta paga di marzo fanno male, a fine anno sono 600 euro, mica briciole. “In questi momenti ti viene da pensare a tutti gli sforzi fatti – chiosa Romeo - agli anni di studio, ai sacrifici, ai rischi che corri ogni giorno. E per avere cosa? Guardi, noi non ci sentiamo eroi, non vogliamo medaglie, chiediamo solo un po' di rispetto e di dignità”.

«Investire in sanità per la nostra sicurezza»

Ven, 27/03/2020 - 07:18

È cominciata con quello di Codogno e poi quello di Lodi. Ed è continuata, senza seguire il reale ordine di diffusione, con altri della Lombardia e poi Roma con alcuni reparti del Policlinico Umberto I, con quello di Tor Vergata, e poi in Sardegna e in Puglia passando per Napoli e in Sicilia con i nosocomi di Catania ed Enna. Insomma esiste un’emergenza nell’emergenza quella degli ospedali. Ne parliamo con Rossana Dettori, segretaria nazionale della Cgil con delega alla salute.

I presidi ospedalieri, oltre ovviamente ad essere i luoghi dove si cura e si salvano vite, sono anche luoghi di contagio. Di queste ore la notizia della Chiusura del San Paolo di Civitavecchia e del reparto di Gastroenterologia del San Camillo di Roma, o dei 72 sanitari positivi al Covid-19 in Puglia.

Quando il virus è arrivato nel nostro Paese, secondo gli esperti era fine dicembre al più tardi i primi di gennaio, in maniera imprevista ed imprevedibile, non è stato riconosciuto. È probabile che alcuni pazienti anziani per lo più, ricoverati nei reparti di medicina o di pneumologia, per complicazioni polmonari da influenza stagionale, in realtà fossero Covid-19 positivi. Così verosimilmente è cominciata la contaminazione di quei presidi. Quando ad ammalarsi di polmonite resistente alle comuni terapie è stato un uomo di 38, dopo giorni, si è proceduto a somministrare il primo tampone e così ci si è resi conto che il coronavirus era arrivato. Ma il paziente 1 era transitato più volte per il pronto soccorso di due diversi ospedali, per un reparto di degenza e infine per la terapia intensiva senza che venissero seguire le procedure di contenimento e isolamento. E coì sarà successo anche per il paziente di Vo Euganeo e per quanti non sono stati diagnosticati. Insomma fino al 22 febbraio negli ospedali italiani non sono state attuate procedure indispensabili per il contenimento delle malattie infettive. In alcuni casi anche successivamente attemperare ai protocolli specifici non è stato e non è semplice. Oggi si è aperta un’altra emergenza, quella delle Rsa. Stanno diventando dei veri e propri focolai incontrollabili, dobbiamo intervenire subito e bene, vanno protetti gli ospiti delle strutture e il persale che è assai meno tutelato degli operatori degli ospedali. Proprio a questo proposito abbiamo chiesto un incontro al ministero degli Affari sociali, e all’Anci, e alle regioni, speriamo di vederci presto.

Perché una volta acclarato che il virus era arrivato in Italia gli ospedali hanno fatto così fatica a reagire in maniera adeguata?

Innanzitutto, lo abbiamo scoperto con drammaticità, perché le dotazioni di protezioni individuale, dalle mascherine ai camici monouso fino alle divise agli occhiali e ai calzari, non erano nelle dotazioni ordinarie e ancora oggi scarseggiano. I sanitari non riescono a proteggersi adeguatamente, si contaminano e a loro volta contamino altri. Poi, rifletto ad alta voce, penso che al di là del personale che opera nei reparti di terapia intensiva e di malattie infettive, forse l’abitudine alle procedure per la limitazione delle contaminazioni negli ospedali, così come nelle case di cura o nelle Rsa, non sia tanto diffusa, non è appunto un’abitudine. In molto strutte, ad esempio, si stanno predisponendo ora con molto ritardo percorsi e strutture alternative per i pazienti che si presentano con sintomi riferibili al Coronavirus. Ma chi si sente male comunque va in ospedale rendendolo poco sicuro. La situazione migliora giorno per giorno ma ancora non tutte le strutture del Paese sono attrezzate per il triage esterno. 

Facciamo un passo indietro. La legge istitutiva del Ssn del 1978 si basa su tre grandi pilasti: prevenzione, cura, riabilitazione. Dalle tue parole sembra emergere che il primo pilastro sia stato sostanzialmente dimenticato. I percorsi di prevenzione, al di là del Coronavirus sono mai esistiti, sono stati abbandonati, cosa è successo?

Meno male che abbiamo ancora in Servizio Sanitario Nazionale che, nonostante tutto sta rispondendo bene. Va riconosciuta la capacità del personale che sta dando il massimo, nel dare il massimo però è anche esasperato perché si trova ad operare davvero in condizioni estreme non solo per la quantità e complessità dei pazienti, ma anche per le condizioni di lavoro, dagli orari alle attrezzature. Avremmo bisogno di personale molto vigile e pronto alla reazione alle imprevedibilità che si susseguono, e certo doppi turni e assenze di pause per evitare di togliersi i presidi che scarseggiano sono un problema. È evidente, per rispondere alla domanda, che la gestione di una epidemia così particolare e terribile, viene aggravata dal fatto che almeno da 25 anni a questa parte prevenzione questa sconosciuta. Questo pilastro è stato il primo ad essere abbandonato, voglio definirlo così, il primo a vedersi sottrarre risorse. E la scarsità del personale non è ininfluente rispetto a questo ragionamento. Pochi medici, pochi infermieri, pochi specialisti in virologia e epidemiologia, pochi addetti alla salute pubblica e la prevenzione non solo non si fa, ma si perde anche la capacità di costruire la cultura diffusa della prevenzione. Ci si occupa della cura, un po’ della riabilitazione (sempre meno nel pubblico e sempre più nel privato accreditato), ma la salute dei cittadini e delle cittadine la si garantisce innanzitutto cercando di prevenire le cause delle malattie. E se dagli ospedali ci spostiamo ai medici di famiglia ci accorgiamo che loro non sono stati formati proprio sui versanti epidemiologici e di come si fronteggiano diffusioni virali o non sono stati preparati ad affrontare situazioni di emergenza come questa. Insomma, mentre fronteggiamo il virus e plaudiamo all’abnegazione di chi è in prima linea, dobbiamo riflettere su come da domani adeguare il Ssn alle esigenze e alle criticità che l’epidemia ci ha disvelato. Finita l’emergenza, anzi già ora, il vero tema è il rilancio del Servizio Sanitario e della ricerca. Infine vorrei sottolineare che per reggere l’urto dei tanti malati di Covid-19 gli ospedali hanno sostanzialmente ridotto, in alcuni casi chiuso, qualunque altra prestazione, dalle visite specialistiche agli interventi chirurgici programmati, dalle indagini strumentali fino alle interruzioni volontari di gravidanza. Viste le circostanze era inevitabile ma così si sta ledendo il diritto individuale alle prestazioni, alla salute, all’autodeterminazione. E sappiamo quanto questi diritti sia già fragili visto - ad esempio - le lunghe liste di attesa che ciascuno di noi deve affrontare normalmente per qualunque tipo di prestazione. Anche questo rende evidente quanto in questi anni si sia portato quasi al collasso il sistema. Occorre ripartire dal valore pubblico del Ssn.

Se continuiamo a seguire il filo del ragionamento dell’intreccio tra criticità prevenzione ed emergenza ci accorgiamo che esiste un altro fronte aperto. La medicina del territorio, di due giorni fa la lettera appello di 81 sindaci della provincia di Milano affiancati dal primo cittadino di Bergamo che lancia un vero e proprio grido di allarme sostenendo che in Lombardia questo fronte è assai fragile ed insufficiente. Non è così in tutte le regioni ma il territorio è un problema?

Il territorio è l’altra gamba del sistema da ricostruire. Ma faccio un passo indietro, l’altro dramma che abbiamo di fronte è che parliamo di sistema nazionale e invece dovremmo parlare di sistemi regionali e ognuno sta cercando di cavarsela come meglio crede. Si ripropone prepotentemente un tema che noi sono due anni che poniamo come questione da affrontare, sto ovviamente parlando dell’autonomia differenziata. Non è possibile andare avanti con i livelli essenziali e il finanziamento nazionale e l’organizzazione del servizio regionale e ognuno si regola come crede. È sotto gli occhi di tutti che così non funziona. La Lombardia ha scelto di concentrare quasi tutto il sistema sugli ospedali, realizzando anche dei centri di eccellenza non c’è che dire, ma oggi si dimostra che questa strategia non è in grado di rispondere efficacemente ai diversi bisogni di salute dei cittadini. Non solo si è concentrato sugli ospedali, ma siccome i posti letto sono stati tagliati anche li, la scelta compiuta è stata quella di ridurre i Drg più costosi, ad esempio i letti di terapia intensiva, a cui corrispondono meno macchinari e meno medici anestesisti e rianimatori, certamente producendo un risparmio del sistema ma di fronte all’emergenza sono scoperti. Questo tipo di risparmi, meno posti letto e meno postazioni di terapia intensiva, sono diffusi quasi tutte le regioni. E poi in Lombardia come altrove non si è costruito la sanità di territorio, si è caricato ogni singolo medico di famiglia di troppi pazienti rendendo impossibile seguire ciascuno adeguatamente. Da anni sosteniamo che oltre al medico di famiglia dovrebbe esservi il servizio infermieristico di territorio, se ci avessero dato ascolto certamente saremmo in grado di fronteggiare la pandemia in maniera diversa.

Se questo è il quadro, quali sono le prime cose che in emergenza in corso chiedete al governo?

La priorità è tutelare cittadini, operatori e operatrici. Quindi investire investire investire in sanità. Come abbiamo siglato nel Protocollo per la sicurezza e prevenzione nei servizi sanitari - discendente da quello del 14 marzo -, occorre garantire a medici, infermieri, operatori socia sanitari, lavoratori e lavoratrici in appalto che si occupano di pulizia e sanificazione ma anche dei pasti e della manutenzione degli apparati ospedalieri, di operare in sicurezza: dispositivi di protezione individuali, non si può derogare da questo. Si riconvertano le produzioni nazionali e si trovi ciò che serve sul mercato internazionale senza sosta. Occorre, poi, continuare con il reclutamento del personale perché si deve garantire a chi opera in prima linea turni di riposo e pause, ne va della loro salute e di quella di chi è loro affidato. E probabilmente dobbiamo pensare a equipe di sostegno psicologico per chi gestisce i pazienti. Occorrerà anche parlare del loro salario, ovviamente, non solo per l’emergenza. È, poi, necessario definire una procedura omogenea su tutto il territorio nazionale che stabilisca per quanto riguarda tamponi e sorveglianza del personale sanitario, e se vi è un sospetto di positività - in attesa di conferma - devono comunque andare in quarantena proprio per evitare la diffusione del contagio dagli ospedali. Infine questa emergenza ci impone una questione, quella della formazione, di chi sta studiando per divenire medico o infermiere, di quanti sono già in servizio. Ogni operatore sanitario è obbligato ai corsi di aggiornamento obbligatori, dobbiamo rivedere i contenuti: prevenzione e salute pubblica devono essere messi al centro della formazione permanente. Insomma occorrerà subito costruire quel pilastro del Ssn abbandonato anche diffondendo davvero la cultura della prevenzione tra di per professione si occupa della salute e tra tutti i cittadini e le cittadine del Paese.

Fp Cgil, cordoglio morte poliziotto penitenziario, ora più sicurezza

Gio, 26/03/2020 - 19:00

"Il nostro cordoglio e la nostra vicinanza alla famiglia, ai cari e ai colleghi del poliziotto penitenziario in servizio presso la Casa di Reclusione di Milano Opera venuto a mancare oggi. Non è il primo decesso tra gli operatori di Polizia penitenziaria e non è da escludere che ce ne possano essere altri. Se il Ministero della Giustizia non si adopererà tempestivamente ad aumentare le misure di sicurezza sanitarie di tutto il personale, lo scenario prefigurato avrà un'alta probabilità di divenire realtà". È quanto afferma il coordinatore nazionale della Fp Cgil Polizia Penitenziaria, Stefano Branchi.

Ormai, prosegue il dirigente sindacale, "a tutti è ben noto quanto alto sia il rischio di trasmissione del Covid-19 e allo stesso modo a tutti è bene noto che rispettare la distanza e l'isolamento per chi opera negli istituti penitenziari è complicato: l'uso dei Dpi è l'unico strumento per evitare il contagio e altri decessi. E chissà quanti in servizio potrebbero essere positivi asintomatici. Per queste ragioni diventano ancor più indispensabili mascherine, gel igienizzanti e tamponi da sottoporre al personale in servizio".

La Fp Cgil Polizia Penitenziaria, aggiunge Branchi, "torna con forza a richiedere all'Amministrazione la distribuzione dei Dpi poiché non tutti gli istituti ne sono provvisti e linee guida per la gestione dell'emergenza. Speriamo che l'Amministrazione, costernata quanto noi per la perdita, non perda altro tempo e metta in atto azioni concrete volte ad arginare l'emergenza sanitaria in corso. Anche se le parole sono ben poca cosa in queste circostanze, porgiamo alla famiglia che ha subito la dolorosa perdita, le nostre più sincere condoglianze", conclude.

Cgil: da Corte Costituzionale uno strumento importante nella lotta alla mafia

Gio, 26/03/2020 - 18:32

“Esprimiamo tutta la nostra soddisfazione per un pronunciamento chiaro che dà piena operatività ad uno strumento che si è rivelato assai importante nella lotta contro il fenomeno delle infiltrazioni mafiose nell’economia e in particolare nel sistema degli appalti”. Così, in una nota, la Cgil nazionale commenta la sentenza con cui la Corte Costituzionale considera legittima l’adozione della misura interdittiva antimafia nei confronti di imprese private.

“La sentenza – spiega la Confederazione – rigettando le tesi del Tribunale di Palermo, ripristina uno strumento importante nel contrasto alle mafie: la possibilità che il Prefetto possa intervenire con una azione interdittiva nei confronti di una azienda infiltrata dalla criminalità organizzata. Tale strumento del tutto legittimo – conclude, citando la sentenza – è giustificato ‘dall’estrema pericolosità del fenomeno mafioso e dal rischio di una lesione della concorrenza e della stessa dignità e libertà umana’”.