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Aggiornato: 1 hour 4 min fa

Covid, lockdown e affitti: a Bologna scatta l’allarme

Mer, 29/04/2020 - 09:00

Il coronavirus continua a mietere le sue vittime indirette. Alla crisi economica che sta attraversando tutti i settori dell’economia italiana per via delle chiusure delle attività, corrisponde infatti un notevole impoverimento dei lavoratori che si trovano così ad avere un ulteriore problema: pagare l’affitto alla fine del mese. Un problema comune a famiglie in cassa integrazione, partite iva, studenti e lavoratori fuorisede. Numeri in crescita, che possono trasformarsi in una valanga di sfratti per morosità nei prossimi mesi. Occorrono aiuti economici nazionali, regionali e comunali, ricorda Francesco Rienzi del Sunia (Sindacato Unitario Nazionale Inquilini ed Assegnatari) bolognese. Nell’ultimo mese, il solo il sindacato degli inquilini bolognese, ha ricevuto più di 300 telefonate e mail di famiglie e persone che hanno difficoltà a pagare il canone mensile dei loro appartamenti.

Il decreto Cura-Italia, dello scorso 17 marzo, denuncia Rienzi, non contiene norme specifiche sull’affitto, a parte il blocco delle esecuzioni degli sfratti fino a settembre e un credito d’imposta del 60% per il pagamento del canone di marzo dei negozi. Manca una norma che sospenda il pagamento a causa dell’emergenza sanitaria. A livello nazionale, in vista del nuovo decreto di aprile, il Sunia, ha richiesto almeno 300 milioni di euro di rifinanziamento del fondo per il contributo affitti e per la morosità incolpevole. Alla regione Emilia Romagna, invece, la richiesta di ripartire 12 milioni di euro per il contributo affitti.

Richieste di aiuto chiare e sostanziose per evitare che le difficoltà diventino degli sfratti. Nel frattempo, considerato che lo sfratto non converrebbe neppure ai proprietari, i sindacati del settore proseguono sulla strada della conciliazione tra le parti. A Bologna, per esempio, è stato integrato un accordo territoriale sui canoni concordati per permettere di stabilire il canone al di sotto del minimo previsto senza far perdere le agevolazioni fiscali disposte dai Comuni. Inoltre, le associazioni sindacali di categoria, hanno chiesto al Comune l’immediato spostamento delle scadenze Imu e Tari del prossimo mese di dicembre, una riduzione dell’Imu per i proprietari che accettano di rinegoziare i canoni e un sostegno per chi decide di passare dai contratti liberi a quelli concordati.

Una sfida necessaria, “perché non è solo un problema di affitto -  continua Rienzi - ma anche di economia e di attrattività di Bologna e dell'area metropolitana che hanno bisogno, per la ripresa economica, di continuare ad attirare studenti, lavoratori e imprenditori sul nostro territorio”.

Il lavoro e l’economia tra Fase 2 e Fase 3

Mar, 28/04/2020 - 08:08

È iniziata la cosiddetta Fase 2 e, entro la settimana, consoceremo le disposizioni economiche contenute nel nuovo decreto cosiddetto “Aprile”. Le misure, devono tener conto, sia del calo del numero dei contagi che dell’evitare, per quanto possibile, il riaccendersi di nuovi focolai che sarebbero drammatici per le persone coinvolte, per la fiducia del futuro, per le ricadute sull’economia e quindi sull’occupazione. È evidente che pesa molto nelle scelte di questi giorni sia l’evidente insofferenza di una parte crescente di popolazione all’isolamento, che il fortissimo impatto economico ed occupazionale che l’epidemia riversa sul Paese. 

Meno 8% di Pil annuo (ma esistono anche previsioni peggiori) che è basato sulla previsione di un crollo nel primo semestre e di una parziale ripresa nel secondo, possibile a patto che i dati epidemiologici non peggiorino.  L’industria, le costruzioni, le filiere agroalimentari e l’attività legata alla competizione internazionale, sono le prime a ripartire, con velocità ridotta inizialmente, via via crescente con l’adeguamento di dispositivi di salute e sicurezza. I trasporti, nonostante le scuole restino chiuse, sono uno dei problemi fondamentali da affrontare e poi seguirà tutto il resto con, finestre graduali, fino all’inizio di giugno. 

Come entriamo dal punto di vista produttivo, dopo due mesi di blocco, in questa cosiddetta Fase 2? L’occupazione è il primo dei problemi: più di 7 milioni di lavoratori dipendenti sono in cassa integrazione, si tratta di circa il 40% dell’intera occupazione dipendente e i dati sono parziali. Quanti di loro rientreranno e per quanti si prolungherà? È un dato essenziale che conosceremo solo e via via durante i prossimi mesi. Lo smart working è in forte espansione, è un aiuto sicuramente efficace per evitare sia la Cig che il decongestionamento dei mezzi di trasporto e far lavorare le persone; ma è un sistema ancora prevalentemente legato all’emergenza. Allora, sarà forse meglio chiarire cosa vuol dire per il futuro la frase “incentivare lo smart working” ricorrente in tutti i testi di legge. 

I dati Inps di marzo hanno già rilevato un forte calo dell’attivazione di nuovi rapporti di lavoro in particolare per quanto riguarda attività a tempo determinato, interinali e stagionali. Aprile ovviamente sarà ancora più negativo per tutti i rapporti di lavoro.  Ancora non si vedono i veri effetti sulla disoccupazione, schermati nella fase immediata dall’alto utilizzo della Cig e dal divieto di licenziare, ma purtroppo arriveranno e lo stesso Def prevede una risalita del tasso di disoccupazione vicino al 12%, ipotesi che non so quanto contenga l’emersione, a causa dell’aumento della povertà, di inattivi che potrebbero alzare ancora questo dato percentuale. 

L’Inps indica oltre 3,5 milioni di partite iva e lavoratori autonomi che hanno ricevuto il sussidio di 600 euro, ma molti altri che avevano avanzato domanda sono rimasti esclusi. Molti settori sono ancora scoperti (vedremo se provvederà il decreto aprile) di ogni forma di tutela. Questa è la fotografia della condizione del lavoro allo stato attuale nel nostro paese e, solo nelle prossime settimane, sapremo quante aziende riapriranno o, drammaticamente, resteranno chiuse restringendo ancora la nostra base produttiva e aumentando la disoccupazione. 

Ripartire in sicurezza quindi è necessario, dare fiducia e risorse è decisivo, anche a fronte di un calo molto forte dei consumi che, sappiamo, non sarà recuperabile nell’immediato e con la tendenza storica per chi recupererà reddito o risorse, ad aspettare e se può reintegrare come forma di sicurezza i propri risparmi. Nella Fase 2 entriamo con alcuni punti fermi. Il primo è l’accordo, importantissimo, su salute e sicurezza, di cui il governo deve esserne totalmente garante, a cui si aggiungono quelli dell’edilizia e del settore trasporti. Tutti presenti come allegati al decreto. I secondi sono i due decreti, uno appena approvato, l’altro in fieri. Il terzo sono le decisioni europee, già operative come nel caso della Bce, prossime come nel caso di Sure, Mes, Bei, ma da definire più precisamente per tassi di interesse e durata. 

Ma la Fase 3 che seguirà è davvero così scollegata dall’attuale Fase 2? Non può, deve essere se non contestuale almeno collegata. Le decisioni su risorse ed investimenti devono prevedere dal loro avvio le caratteristiche della ripresa che vogliamo, a partire dalla priorità lavoro. Se la prospettiva futura è così fortemente legata all’andamento dell’epidemia, la prima delle priorità resta ancora la sanità, ecco perché, al di là del quantitativo di risorse a disposizione, una linea di 36 miliardi senza condizionamenti se non la destinazione d’uso e per questo esclusivamente dedicata, è importante. 

Siamo sicuri che investiremmo lo stesso quella cifra in salute e sicurezza senza ricorrervi? E poi, la pandemia dimostra come sia collegato il campo sanitario a quello sociale (o ci scorderemo cosa è successo nelle RSA?), settori che devono ritrovare la loro dimensione sociale ed economica pubblica, colpevolmente ridotta in questi anni. Si darà così maggiore fiducia nel futuro alle persone ma si innescherà anche un elemento di sviluppo formidabile ad alta quantità di lavoro.  Viene poi il capitolo degli investimenti nei settori manifatturieri, agroalimentari ed del terziario. Ripartire si, ma come prima? 

Tutti sanno che, riproporre semplicemente i meccanismi attuali sarebbe sbagliato e controproducente, anche le associazioni di impresa, pur silenziose su questo. Le imprese private faranno le loro scelte, ma gli investimenti pubblici non possono che essere legati alle priorità future e al superamento dei problemi strutturali ed occupazionali del nostro sistema produttivo. Sarebbero troppo lunghe le scelte da elencare compiutamente ma il concetto è esplicito: la nostro produzione si divideva in una parte innovativa, con grande successo sui mercati internazionali, e un’altra basata sulla competizione di costo, in particolare con la compressione del costo del lavoro. La somma di queste due tendenze, aveva già portato nell’ultimo anno ad un calo costante della produzione che non è riproponibile:

- a manifattura deve sviluppare i suoi settori più avanzati, ma al contempo, riconvertire attività obsolete o a bassa qualità, puntando sulla sostenibilità;

- adesso si discute di mobilità dal punto di vista della sicurezza, ma è questo un grande problema paese da risolvere assieme a quello della logistica sulla quale possono fortemente incidere alcune delle nostre più grandi aziende pubbliche;

- nello scenario futuro l’Italia non può permettersi il gap attuale del costo dell’energia, così come deve decidere di divenire leader nella produzione dell’energia pulita;

- l’assetto idrogeologico del Paese è un’emergenza che non è superata; le costruzioni, da sempre un moltiplicatore di produzione per tutti i settori, devono avere un chiaro indirizzo al green building e al ripristino del patrimonio edilizio già esistente; bisogna puntare non solo alla messa in sicurezza ma alla vivibilità di scuole che dovranno rimanere aperte per l’intera giornata;

- la formazione pubblica, la formazione per l’ accesso al lavoro futuro, la riqualificazione di chi lavora, sono un punto fondamentale su cui investire;

- la priorità sud è una scelta lungimirante per affrancare una parte del paese dalla condizione attuale, ma anche un grande interesse per tante aziende del centro nord poiché ogni somma lì spesa ha un ritorno del 40% in produzione nella altre regioni e significherebbe per tutti una grande possibilità di sviluppo;

- il lavoro nero, l’evasione fiscale, l’economia criminale, sono una piaga da debellare oltre che concorrenza sleale per le imprese oneste. Ogni investimento in attività contro questo stato di cose non va classificato come spesa, ma sotto la voce “sviluppo” comprendendo la regolarizzazione di centinaia di migliaia di clandestini e ripristinando i decreti flussi;

- Il cibo è una frontiera del futuro e punto di forza della produzione italiana su cui occorre investire ed internazionalizzare ancora di più;

- i consumi andranno sostenuti ma in modo indifferenziato oppure, ad esempio, la tracciabilità, la qualità, il rispetto dei contratti e dell’occupazione, la reciprocità con altri paesi produttori saranno criterio di scelta?;

- turismo, ristorazione, cultura, spettacolo, beni architettonici e culturali sono le nostre uniche materie prime, occorre un piano di rilancio e internalizzazione;

- il lavoro da casa di tante persone ha confermato l’insufficienza infrastrutturale della nostra rete sia come diffusione che come velocità. Una priorità dei futuri investimenti è quella di una rete unica ad alta velocità. 

Sono solo alcuni fra i tanti esempi che si potrebbero fare ma il concetto è chiaro. Scelta su cosa investire direttamente, investimenti pubblici come leva di investimenti privati da incentivare sulla base –però- di precisi indirizzi. Per il resto l’iniziativa privata deciderà autonomamente anche sulla base della liquidità attualmente fornita per superare la fase di blocco produttivo. Per questo occorre un ruolo decisivo di cassa depositi e prestiti, delle aziende pubbliche, ma anche un’agenzia peri il futuro che funzioni da cabina di regia con la partecipazione delle parti sociali. 

Indirizzare e finanziare una parte importante della ricostruzione spetterà dunque al pubblico che, peraltro, rientrerà con quote importanti nel capitale di tante aziende. Il privato deve partecipare in modo massiccio e chi lo farà sarà incentivato. La riconversione spetta in gran parte al privato e solo se lo farà sugli indirizzi di priorità paese potrà essere incentivato. 

Ultimo capitolo riguarda le nuove tecnologie, la robotizzazione e l’intelligenza artificiale. Tutti prevedevano, in questo ambito, la fine di vecchi lavori e la nascita di nuove attività. In questa fase non ci possiamo permettere un saldo negativo o un ulteriore crescita tramite la parcellizzazione di lavoro povero. L’introduzione delle nuove tecnologie andrà programmata e incentivata ma, per questo, le leve dell’orario senza deprimere redditi sono uno dei contrappesi all’aumento della produttività che si otterrà. La formazione e riconversione professionale dovranno essere massicce e dovranno consentire il rapido affermarsi di nuovi posti di lavoro qualificati. In ogni caso, a fronte degli incentivi occorrerà un impegno anche del privato per sostenere gli eventuali percorsi di inoccupazione. 

Conosco già l’obiezione di fondo che sarà sostenuta contro queste tesi: una impostazione “dirigista”. Ma, io credo che la situazione attuale richieda questo livello di intervento. Al fondo di tutto il ragionamento, si pone però una questione fondamentale, avremo le risorse necessarie come sistema paese? Il debito è molto alto e crescerà ancora tanto e questo è un limite, gli interessi per ripagare le emissioni a sostegno di questo debito cresceranno, gli introiti fiscali caleranno per tutti i motivi prima indicati (per questo è così importante la lotta all’evasione), l’avanzo primario al netto degli interessi dovrà aumentare, ma per sviluppo e non per tagli di spesa, magari lineari, appena fuori dall’emergenza. 

Per questo, come finirà la discussione sui finanziamenti europei è così decisiva. Che durata e che tassi avranno questi prestiti? Minori e più lunghi dei nostri titoli di stato? Tema da non sottovalutare. Quanto sarà prestito e quanto a fondo perduto? È un altro elemento decisivo della discussione in atto. Ce la si può sempre cavare dicendo: siamo autonomi dall’Europa e mettiamo i nostri titoli e poi... “facciamoli comprare dalla Bce”. L’incongruenza è così evidente che anche la propaganda sovranista non regge. E in ogni caso, l’ammontare sarebbe così alto da superare la soglia possibile se non accedendo ai meccanismi europei dell’Omt. Un paese chiuso in sé stesso sarebbe fortemente esposto alla speculazione internazionale, mentre devono essere certi i meccanismi di sostenibilità del nostro debito. 

Ecco perché la partita europea è così decisiva. Sia per i tre strumenti che dovrebbero entrare in vigore a giugno (Sure, Bei, Mes) sia per il fondo per la ricostruzione, enunciato come esigenza irrinunciabile ed urgente ma ancora da definire per quantità, meccanismi di finanziamenti, uso, interessi e durata. Sapendo che se i tempi per quest’ultimo strumento saranno inizio del 2021 dovremmo essere credibili nella battaglia per noi decisiva, di decidere un meccanismo o uno strumento anticipatorio entro l’estate, in modo da avere le risorse necessarie per programmare senza dover sapere se ogni emissione di titoli avrà successo.

Fulvio Fammoni è il presidente della Fondazione Di Vittorio

Edilizia, una strage silenziosa

Mar, 28/04/2020 - 08:04

“Rimettere al centro la salute e la sicurezza e garantire massimi livelli di tutela”: è questo il messaggio che arriva dai sindacati delle costruzioni Feneal, Filca e Fillea per la Giornata Mondiale sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro, che si svolge oggi 28 aprile, istituita nel 2003 dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo). “Come ogni anno, vogliamo ricordare tutte le vittime di questa strage silenziosa e dare sostegno ai familiari”, dichiarano le segreterie nazionali dei tre sindacati. “Un dramma che colpisce duramente il settore delle costruzioni e per il quale continuiamo a chiedere interventi concreti e immediati, investimenti in formazione e prevenzione, più controlli e rafforzamento di sanzioni e pene per le imprese che non rispettano le norme”. I dati Inail registrano per il 2019 un bilancio pesante, con 641.638 denunce di infortunio,1089 casi mortali ed un significativo aumento delle malattie professionali (+2,9% rispetto al 2018). Come sempre, le costruzioni pagano un prezzo altissimo, come ricordano i sindacati “118 le vittime - soprattutto per caduta dall’alto - nel nostro settore, che si riconferma tra i più colpiti”.

Secondo l’Inail i dati generali nei primi mesi del 2020 scendono, e non poteva essere altrimenti, visto il blocco delle attività produttive: tra gennaio e marzo 130.905 sono state le denunce totali di infortunio e 166 i morti ma già sappiamo che il Covid-19 sta compiendo anche una strage sul lavoro, con oltre 180 vittime tra gli operatori sanitari e tante altre vittime tra il personale che in questi mesi ha svolto attività essenziali “a tutti loro va il nostro pensiero e la nostra gratitudine - affermano i sindacati - a medici, infermieri, operatori sanitari, farmacisti, operai, impiegati, cassieri, forze dell'ordine, autotrasportatori, sindacalisti, giornalisti, personale delle Forze dell’Ordine che hanno continuato con spirito di sacrificio e abnegazione a svolgere il proprio lavoro per assicurare i servizi fondamentali alla cittadinanza”.

Nonostante le attività del settore delle costruzioni siano di fatto ferme da marzo, si registrano in questi primi mesi del 2020 una quindicina di vittime, l’ultima lo scorso 17 aprile in un cantiere notturno nel tratto reggiano dell’autostrada A1, dove un giovane di 32 anni è stato falcidiato da un Suv. Per Feneal Filca Fillea l’attenzione sul tema deve essere massima, "ancora di più in questa fase delicata di ripresa delle attività. Mai più tagli alle risorse, ai controlli e ai risarcimenti, come invece è stato fatto nell’ultimo anno in cui mezzo miliardo è stato sottratto proprio alla prevenzione. In questo momento di particolare fragilità - proseguono - vanno ancora più garantite condizioni di sicurezza perché le attività possano riprendere gradualmente ed il Paese possa pian piano ricominciare a rialzarsi. Per noi la salute dei lavoratori viene prima di tutto, e la riapertura dei cantieri potrà avvenire solo se verranno rispettati i protocolli sottoscritti con il Mit e con le associazioni imprenditoriali, aggiornati ed integrati dall’ultimo testo sottoscritto il 24 aprile con le ministre De Micheli e Catalfo”.

In salute e in sicurezza

Mar, 28/04/2020 - 08:02

Oggi, in occasione della giornata mondiale per la salute e sicurezza sul lavoro si ricordano le migliaia di decessi che ogni anno avvengono nei luoghi di lavoro, a causa delle condizioni di lavoro.

Il 28 aprile è una giornata che, come sindacato, abbiamo sempre dedicato alle vittime dell’amianto, ma quest’anno non possiamo non riflettere anche su quanto sta accadendo a causa della pandemia globale di COVID-19, che ha cambiato e forse continuerà a cambiare ancora per molto tempo, le nostre abitudini e i nostri usi.

Oggi, per CGIL CISL e UIL, oltre che una giornata “in ricordo”, vorremmo fosse anche una giornata a sostegno di tutti quei lavoratori, medici in prima linea negli ospedali, infermieri, medici di base, parroci, carabinieri, giornalisti, farmacisti, personale delle forze dell’ordine, vigili del fuoco, operai, impiegati, cassieri, addetti alle pulizie, badanti, autotrasportatori, che pur essendo tra i più esposti e colpiti da questa pandemia hanno continuato a lavorare affrontando difficoltà immense per la mancanza di DPI adeguati, di piani di prevenzione, di procedure di sicurezza idonee.

L’infezione da Covid-19 registra oltre 3 milioni di casi e oltre duecentomila decessi nel mondo (dati European Centre for Desease Prevention and Control al 21/4/2020 da aggiornare al 27/4). Sono dati che devono farci riflettere: è mancato a livello globale un sistema di prevenzione e protezione dei cittadini e dei lavoratori. Se da una parte, il periodo di emergenza sanitaria ha richiesto l’adozione di azioni fortemente contenitive, tra cui la sospensione temporanea di numerose attività produttive, dall’altra le “attività essenziali” per la nostra quotidianità e per la nostra salvaguardia sono rimaste aperte esponendo i lavoratori interessati. Nella ripresa che tutti ci auspichiamo rapida e meno difficile dell’oggi, bisognerà fare tesoro e valorizzare l’apporto di tutti coloro che hanno permesso la reale tenuta, coesione e unità del paese, e ricominciare a considerare come merita il ruolo delle persone che permettono alle imprese e alle amministrazioni pubbliche di funzionare, creare ricchezza e mettere i servizi a disposizione dei cittadini: vogliamo ribadire ancora una volta, come abbiamo fatto fino ad oggi nel tempo dell’emergenza, che il primo dei valori del lavoro e la condizione imprescindibile per cui esso possa dispiegare a pieno le sue potenzialità è la salute e la sicurezza -e quindi la prevenzione- come diritto di tutte e tutti.

In questa fase di transitoria convivenza con il rischio di contagio che ci porterà ad una diversa ordinarietà è importante che il protocollo chiaro e dettagliato, siglato d’intesa con le imprese e assunto dal Governo il 24 aprile 2020, venga declinato e soprattutto monitorato in ogni singola realtà produttiva.

Ribadiamo che la salute dei lavoratori e delle lavoratrici rimane, per CGIL, CISL e UIL un’assoluta priorità. Tutelare la salute dei lavoratori vuol dire tutelare il lavoro.

Marche, siglato protocollo per sospensione pagamento tributi e tariffe

Lun, 27/04/2020 - 16:01

E’ stato siglato,nei giorni scorsi, il Protocollo di intesa tra Ancu Marche e Cgil Cisl Uil Marche per venire incontro alle esigenze dei cittadini e delle famiglie, specie quelle più colpite dalle ripercussioni economiche e sociali determinate dall’emergenza sanitaria per il Covid-19.

In particolare, con questa intesa, il Presidente dell’Anci Marche, Maurizio Mangialardi, e i segretari generali di Cgil Cisl Uil Marche, Daniela Barbaresi, Sauro Rossi e Graziano Fioretti invitano i Comuni delle Marche affinché, alla luce della situazione di emergenza non solo sanitaria ma anche sociale ed economica, dispongano il rinvio dei pagamenti dei tributi quali Imu, Tari, Tasi e altri tributi locali nonché il pagamento delle rette dei servizi per l’infanzia, la disabilità, la non autosufficienza, delle mense scolastiche o di altri servizi a domanda individuale e delle multe.

I firmatari hanno condiviso anche la necessità di garantire la continuità dei servizi e delle prestazioni assistenziali alle persone, nelle forme e nelle modalità che la situazione consente, in condizioni di sicurezza per gli operatori e operatrici, nonché la necessità di attivare un monitoraggio degli interventi adottati dai Comuni delle Marche per il sostegno alimentare a favore dei cittadini e dei nuclei familiari più gravemente colpiti dall’emergenza per Covid-19.

Intendono inoltre promuovere l’adozione da parte di tutti i Comuni delle Marche dei Regolamenti per l’accesso ai servizi a domanda individuale e per l’integrazione delle rette dei servizi residenziali e semi-residenziali, utilizzando l’Isee lineare e attualizzato.

Soddisfatti anche i segretari generali di Cgil Cilsl Uil, Barbaresi, Rossi e Fioretti secondo i quali: “in questa fase così concitata, con un tessuto sociale ed economico messo a dura prova dall'emergenza Covid-19, assume grande valore lo sforzo di Anci e Organizzazioni Sindacali di lavorare su obbiettivi condivisi per dare risposte concrete e stringenti alle persone e alle famiglie, sul piano della salvaguardia dei servizi, dell'alleggerimento della pressione fiscale e del sostegno a chi è più duramente colpito dalla crisi”.

Fase 2, si viaggia solo in sicurezza

Lun, 27/04/2020 - 14:31

“Un esito complessivamente positivo”. Così Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti sul confronto con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per l’avvio dal 4 maggio della fase 2 nel settore dei trasporti, spiegando che “l’obiettivo comune è stato quello di far ripartire il sistema di trasporto pubblico collettivo nella condizione di massima sicurezza, anche per evitare un ricorso eccessivo ai mezzi privati, sia per gli effetti ambientali nelle grandi aree urbane e sia per non mettere ulteriormente in crisi il settore, già duramente colpito dalla fase di chiusura degli scorsi mesi”.

“Bene che nel Dpcm - spiegano le tre organizzazioni sindacali - venga inserito il Protocollo condiviso di regolamentazione per il contenimento della diffusione da Covid-19 nei settori dei trasporti e della logistica del 20 Marzo, sottoscritto dal Ministero e da tutte le parti sociali del settore, che stabilisce le condizioni di lavoro in sicurezza per i nostri settori. Assume quindi una maggiore forza di norma sia in termini prescrittivi che sanzionatori”.

“Sulle linee guida per i viaggiatori per rendere compatibile l’uso del trasporto collettivo con la sicurezza dei passeggeri, di competenza del Mit e che non sono oggetto di accordo - proseguono Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti - siamo riusciti a far inserire alcuni punti qualificanti, inizialmente non previsti, come l’obbligatorietà dell’uso delle mascherine a bordo dei mezzi pubblici, fermo restando l’obbligo del distanziamento sociale definito dalle norme più generali e la non responsabilità dei lavoratori verso il rispetto delle norme di sicurezza da parte dei viaggiatori. Rimangono elementi di perplessità su alcune norme, lasciate ancora sotto forma di raccomandazioni e su altre che sono incoerenti rispetto al provvedimento complessivo, in particolare, mentre a terra ci sarà il take away dei generi alimentari, a bordo dei treni sono sospesi servizi di ristorazione”.

“Da parte del Mit inoltre - spiegano i sindacati - c’è l’impegno nel cosiddetto decreto Cura Italia bis a reperire risorse per il settore che, già duramente colpito dalla crisi, necessita di ulteriori ed ingenti finanziamenti aggiuntivi, in particolare in una fase che prevederà il contingentamento e quindi la riduzione degli introiti, accompagnata dalla necessità di garantire comunque un servizio in sicurezza per i cittadini. Un mix che, se non supportato adeguatamente sul piano economico, rischia di mettere in difficoltà pesanti le aziende e, di conseguenza, i lavoratori”.

“La fase che si avvia dal 4 maggio fino a settembre - sostengono inoltre Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti - caratterizzata dall’assenza degli spostamenti per scuola e turismo e da una considerevole riduzione degli spostamenti familiari, dovrà essere caratterizzata dall’implementazione di tutti i sistemi in grado di affrontare la fase successiva. In particolare - sottolineano infine le tre organizzazioni sindacali - è indispensabile aumentare l’offerta di mezzi pubblici, utilizzando tutti quelli disponibili ed intervenire su una nuova organizzazione delle attività produttive, commerciali, scolastiche e degli uffici pubblici, che consenta una rimodulazione dei tempi delle città, limitando al massimo le cosiddette ore di punta”.

«Mia madre e la morte sospetta per Covid»

Lun, 27/04/2020 - 08:26

“Mia madre è morta l'8 aprile 2020. Aveva 78 anni, da poco compiuti, nessuna patologia pregressa. Per me era un'entità immortale”. Inizia così la memoria di Daniela, la figlia di Maria Felicia Pinto, ricoverata il 29 gennaio 2020 all’ospedale Niguarda di Milano per una grave pancreatite e poi, quando la pandemia da Covid-19 ha travolto la struttura, trasferita all’Istituto Palazzolo Fondazione Don Carlo Gnocchi, dove alcuni giorni fa la guardia di finanza di Milano ha effettuato perquisizioni nell'inchiesta della Procura sulla gestione delle Rsa per le morti di centinaia di anziani nelle residenze, con tre indagati per epidemia e omicidio colposo tra i dirigenti. Di seguito il frammento di testimonianza a partire dal giorno del trasferimento.

18 marzo. “Signora buongiorno, sono la caposala, volevo avvisarla che sua madre sta per essere trasferita all'Istituto Palazzolo. Riesce a venire qui entro le prossime due ore per prepararle la valigia e salutarla?”. Tutto molto veloce. Il Palazzolo, senza alternative. La dottoressa nel darmi copia delle dimissioni. “Le ultime analisi di sua madre andavano abbastanza bene. Lei non ha più motivo di stare in una Chirurgia, necessita di una Medicina che qui, da noi, ora non è purtroppo disponibile”. “Ma in cosa devo sperare adesso? Che mia madre sopravviva al Palazzolo?”. “La capisco... ma non so cosa dire. Siamo tutti in una situazione drammatica”. Mia madre non era neppure stata avvertita. Quando mi aveva vista comparire sulla porta della sua stanza aveva istintivamente sorriso di gioia, poi aveva capito ed era scoppiata a piangere. Al Palazzolo ci accolgono subito dicendoci che il Niguarda non aveva inviato né la cartella clinica, né la cura. “Mamma, non separarti mai dal tuo telefono. Devo sapere tutto di te qui dentro”. Il primario mi diceva che si sarebbero organizzati per fare una videochiamata a settimana. La videochiamata? A me importava solo sapere con certezza che avrei potuto ricevere aggiornamenti medici sull'andamento della pancreatite. La stanza mi faceva salire i brividi. Quel vecchio arredo di legno. Come gestiranno qui dentro la malattia? 

19 marzo. “Dio come sto male Daniela, non ce la faccio più. Io però domani mattina chiedo al dottore se sono qui per curarmi o è un deposito e basta, perché non posso andare avanti così, credimi. Comunque non mi stanno facendo niente di niente. Io non vedo nessuno. Non ho nessuna speranza”. I numeri interni dell'Istituto Palazzolo non rispondevano. Silenzio. Ero riuscita a risalire al primario di Medicina, unico referente in carne ed ossa incontrato in quel posto, con la gentile richiesta di mettersi in contatto con me e col nostro medico di famiglia che ha sempre chiesto (e ricevuto) costantemente informazioni cliniche ai dottori del Niguarda, senza abbandonarla mai. Non da eroe. Da medico che crede nel suo lavoro. Ricevere informazioni dovrebbe essere un diritto. Il primario chiamava il medico di famiglia sabato 21 marzo comunicando la sua unica preoccupazione relativa alla possibile positività di mia madre al Coronavirus, era “praticamente certo”. Lui, che sarebbe stato impegnatissimo dopo l'ulteriore incarico ricevuto come primario del nuovo reparto dedicato Covid. Medicina, la Zona Generosa, però, era ancora ufficialmente dichiarata “zona pulita”. In una telefonata il 23 marzo mi veniva richiesta l'autorizzazione a procedere con il tampone. Poi silenzio. Fino al 26 marzo quando mi veniva comunicato l'esito: Negativo al Covid. Dopodiché le uniche notizie arrivavano dalle videochiamate con mia madre. Nessuna riabilitazione motoria. “Sono esausta, prego la morte, sono al limite...”. “Ti prego mamma, continua a pregare la vita, hai ancora tante cose da fare. Ma ti visita qualcuno?”. “Ogni tanto si affaccia un dottore di turno sulla porta e mi fa delle domande”. Domande. Antibiotico. Una puntura nella pancia. Sospensione di alimentazione da sondino. Continuava il silenzio. Nel frattempo mia madre, con la febbre, mi chiedeva di acquistarle tre camicie ospedaliere perché al Palazzolo ne erano sprovvisti. L'avevano “coperta” con una maglia di pigiama da uomo, taglia piccola (di chi sarà stato quel pigiama?) che le arrivava sopra il punto vita, nei giorni in cui aveva la febbre e aveva chiesto di chiudere una finestra aperta che l’aveva costretta in mezzo alla corrente fredda. Fallimentare ogni tentativo telefonico al Palazzolo. Sollecitazioni alla Direzione sanitaria. Il 30 marzo arrivava la prima chiamata di un dottore. Le infermiere avevano riferito a mia madre che le “urine non erano belle, dobbiamo spostarla in una zona pulita”. Non è stata spostata. Non esistevano più “zone pulite” nel Palazzolo

6 aprile. I messaggi vocali di mia madre erano un continuo “non farcela più”, “chissà come andrà a finire, mi manchi, ti voglio bene. Ora aspetto che mi vengano a girare sull'altro fianco”. Il giovane dottore: “I valori della pancreatite vanno bene, sono negativizzati”. “Davvero? Bene!”. Questo mi tranquillizza. Quindi la febbre... Da giorni episodi di elevata temperatura. Un po' di tosse. Fino ad arrivare, il 6 aprile, a 39,3. Ma se i valori della pancreatite sono negativi... pensavo. 

7 aprile. “Aspettiamo nuovi risultati. Vorrei fare a sua madre un nuovo tampone perché i sintomi potrebbero essere sospetti... stamattina ha avuto un abbassamento di ossigenazione nel sangue. A un primo sguardo della schermografia mi sembra di intravedere un piccolo impegno dei polmoni. Signora, parliamoci chiaro, in questo reparto su 40 pazienti, 39 sono positivi al Covid tranne sua madre, unica negativa. E questo inizio a pensare sia impossibile... E se risultasse ancora negativa, sarebbe meglio saperla a casa che qui dentro. “Ho vomitato ancora sangue sto malissimo”. Messaggio scritto di mia madre all'una e mezza di notte. “Il dottore di turno mi ha dato un protettore gastrico. Domani dovranno fare altre analisi, forse portarmi in ospedale...”.

8 aprile. Alle 9 ricevevo la chiamata di una dottoressa che mi riferiva che un'ora prima aveva trovato mia madre in un gravissimo stato emorragico. Aveva vomitato sangue e ne aveva perso dalle feci. “Ma sua madre stanotte ha rifiutato per due volte il ricovero, all'una e mezza e alle sei. Ora proverò a stabilizzarla perché altrimenti è impossibile trasportarla in ambulanza, morirebbe subito”. Siamo corsi all'Istituto. Dovevamo in ogni modo ottenere il trasferimento al Niguarda. Capire cosa stesse succedendo. La dottoressa mi richiama: “Vedrete passare sua madre in ambulanza, diretta al Niguarda, ma perché siete venuti qui? Ho fatto di tutto per convincere il 112 che non voleva venire a prenderla...”.  Com'è possibile che ci sia stata una notte a disposizione per “chiedere autorizzazione al ricovero” e non il tempo di evitare quell'emorragia interna? Perché non chiamare me, mentre mi avevano contattata per chiedermi l'autorizzazione per un Tampone di Covid? Dopo circa un'ora il Pronto soccorso del Niguarda ci diceva che mia madre era arrivata gravissima con valore 5,3 di emoglobina. Non era cosciente. La stavano trasportando dagli Endoscopisti mentre moriva, in arresto cardiaco e respiratorio. Morte certa per emorragia interna. Ecco che fine aveva fatto la pancreatite. Il Palazzolo aveva specificato al Niguarda che la paziente aveva rifiutato il ricovero. Non aveva effetti personali con lei. 

10 aprile. Dopo due giorni di insistenza chiamando il Palazzolo, arrivava la telefonata della caposala del reparto di Medicina comunicando che avremmo potuto ritirare gli effetti personali di mia madre. Avevamo ribadito quanto fosse importante recuperare innanzitutto il telefono cellulare. All'ingresso, un'addetta della lavanderia ci consegnava due doppi sacchi. “Pinto Maria Felicia / Decesso”. “Controllate bene se c'è tutto e se manca qualcosa”. L'Iphone di mia madre non c'era. Spariti gli accessori. Spariti gli occhiali da vista. Sparito il quaderno nero e la penna con cui voleva esercitarsi a scrivere dopo tanto tempo. Spariti indumenti e altri oggetti personali. La caposala (successivamente dichiaratasi ‘sostituta della caposala’) chiamata a rispondere di tutto questo, rimaneva immobile davanti a me. Ripetendo: “Io volevo sapere a che ora avesse sentito sua madre per l'ultima volta”. Le rispondevo che mia madre l'avevo sentita la stessa notte maledetta, vista in videochiamata alle ore 02:00. Rientrata a cercare il telefono per la pressione esercitata. Tentativi imbarazzanti di mediazione di due impiegate amministrative e della direttrice sanitaria (già indagata). La mia denuncia in Questura sabato 11 aprile. Dall'app del servizio clienti del gestore telefonico, quel telefono è risultato attivo per altre 24 ore. Suonava, la sera del giorno del decesso. Mi richiameranno il 23 aprile per dirmi che la borsa di mamma è stata ritrovata: del telefonino, però, nessuna traccia. 

16 aprile. Chiamata alle ore 20 circa della caposala (sostituta caposala ha specificato) che con tono estremamente conciliante rinnovava il dispiacere per la sparizione del telefono altri effetti personali mettendosi a disposizione. Nuovi particolari, nuove contraddizioni. Alle 6 di mattina mi riportava che gli infermieri avevano girato mia madre nel letto, cambiandole le traverse. Precedentemente, alle sei di mattina, mia madre avrebbe invece rifiutato il ricovero, per loro. “Di sicuro il Primario vi chiamerà per darvi informazioni cliniche di sua madre”. Informazioni che sarebbero state utili in vita, non a morte avvenuta. Ho ribadito di non sapere nulla della notte di emergenza, dalle ore 02 in cui ho parlato con mia madre, alle 09 quando ho ricevuto la chiamata della dottoressa di turno. Ad oggi, un mistero. L'emergenza di quella notte. Non gestita? Come e da chi? Domande su come mia madre possa essere arrivata alla mattina dell'8 aprile in quello stato irrecuperabile. Tante domande su una morte forse evitabile.

Coca-Cola, la società liquida

Lun, 27/04/2020 - 08:20

Pubbliche virtù che nascondono vizi privati. Succede sempre più spesso in tempo di Covid che gruppi multimiliardari celino la propria spietatezza dietro al velo della responsabilità sociale. Quella ingannevole, come la pubblicità che ne deriva, rilanciata dalle brevi dei giornali. E finisce che donazioni milionarie, destinate a chi lotta in prima linea contro il virus, diventino la faccia pulita e appetibile dietro cui ricattare i lavoratori. Gli unici a pagare. Così apprendiamo che la dirigenza del gruppo Coca-Cola HBC Italia, nel bel mezzo di questa lunga quarantena, ha donato alla Croce Rossa un milione e 300 mila euro (spiccioli) e, nello stesso tempo, ha imposto ai propri dipendenti, in cassa integrazione Covid 19, di rinunciare persino alla maturazione dei ratei di tutti gli istituti contrattuali, senza per altro integrare l’importo dell’ammortizzatore sociale così da arrivare a stipendio pieno. Paventando, neanche tanto velatamente, un sostanzioso ridimensionamento della forza lavoro a seguito dell’emergenza sanitaria, con chiusure di stabilimenti e riduzione del personale, come già avvenuto più volte negli ultimi anni.

La Flai Cgil si è schierata subito a difesa dei diritti dei lavoratori. Il sindacato dell’agroindustria, si legge in una nota dei suoi rappresentanti, chiede di premiare, anziché mortificarli, il grande impegno e il senso di responsabilità con il quale gli addetti continuano ad assicurare profitto. Sono loro che ogni giorno, nonostante tutto, rendono possibile al celebre marchio di entrare nelle case di tutti gli italiani, anche a costo di mettere in pericolo la propria salute. Non dev’esser facile, in tempi di paura, mascherine e pandemia, andare al lavoro tutte le mattine per imbottigliare e distribuire Coca-Cola.

Andiamo per ordine. Sarà che, in quel lontano 29 maggio 1884, il suo inventore, il farmacista americano di origini polacche, John Stith Pemberton, la reclamizzò, su un giornale locale di Atlanta, come medicinale in grado di curare le emicranie e alleviare l'affaticamento. Sarà per quel marchio glamour e quel nome pop – la seconda parola più pronunciata al mondo dopo ‘ok’ – che incarnano tutto il meglio e il peggio del capitalismo, dai jingle di successo alla onnipresente sponsorizzazione nei grandi eventi, dal boom degli anni 50, all’indissolubile connubio con la pizza. Fino al sogno americano. Sarà che alla potenza politica e finanziaria di questa multinazionale, ovunque – figuriamoci alle nostre latitudini – nessuno riesce a dire no. Fatto sta che l’intramontabile lattina rossa si è fatta largo tra le produzioni essenziali, e, rotolando tra le macerie di questa devastante pandemia, ha trovato spazio tra respiratori, pastasciutta e mascherine. Via libera, cancelli aperti, si continua a produrre a ranghi ridotti. Per tutti gli altri la striminzita cassa integrazione senza ratei. 

E tante grazie alle maestranze coraggiose che devono sorbirsi anche le lacrime di coccodrillo di un’azienda preoccupata per la liquidità messa a dura prova dalla crisi. Come se qualche settimana di chiusura simultanea globale per bar, pub, ristoranti, pizzerie e affini, o la difficoltà a insinuarsi nella nostra lista della spesa settimanale d’emergenza, di certo, quando si tratta di alleggerire le buste da trascinare fino a casa, molto più rigida degli sbrindellati codici Ateco, possano aver scalfito il bilancio stratosferico della bibita e forse del marchio più venduti al mondo. Stando ai dati del 2015, 1,8 miliardi di pezzi al giorno.

Eppure, anche stavolta, sono sempre i soliti a pagare. Con tanti saluti a Babbo Natale che dal merchandising vintage fa l’occhiolino mentre posa accanto alla sinuosa bottiglietta contornata dall’elegante scritta in stampatello. Bontà e stile restano confinati nei poster pubblicitari. La dolcezza si appiccica al fondo del bicchiere. Fuori comandano solo i soldi. È il business, bellezza. “Così – denuncia la segretaria nazionale del sindacato degli alimentaristi della Cgil, Sara Palazzoli – in un contesto in cui tutte le altre multinazionali del settore, d’accordo con le organizzazioni di rappresentanza, hanno messo in campo soluzioni per tutelare e premiare i lavoratori e il loro coraggio, la Coca-Cola, la regina delle bevande gassate, vincitrice, per il quinto anno consecutivo, dell’ambito Top Employers Italia, un premio per le condizioni messe in atto nel campo delle risorse umane, non solo decide di non concedere nulla ai propri dipendenti, ma paventa ulteriori tagli al personale”.

Chi la dura la vince, ci viene da pensare. “Ognuno sceglie in che campo giocare la sua partita”, hanno scritto i delegati della Cgil, “e la Flai ha deciso più di cento anni fa da che parte stare: dalla parte dei lavoratori, sempre”. Ma in questo scontro di civiltà, tra il rosso fuoco del capitalismo che fa terra bruciata e il rosso acceso del sindacato che scalda il cuore, mentre tifiamo il coraggioso Davide contro Golia, ci chiediamo se dalle ceneri di questo disastro sanitario possa rinascere un mondo che abbia finalmente un senso. Nel quale a nessun lavoratore sia addebitato, per intero, il costo delle crisi, né gli sia chiesto di rischiare la propria vita per imbottigliare e distribuire Coca-Cola. 

La Liberazione è nei libri

Sab, 25/04/2020 - 18:52

Sarà un 25 aprile diverso, per ovvi motivi. Primo fra tutti, il fatto di non poter essere vicini fisicamente, non poter sfilare insieme per le le strade e le piazze di quell’Italia che nel 1945 riuscì a liberarsi dal sangue e il terrore seminati dal nazifascismo durante la seconda guerra mondiale, grazie al sacrificio e il coraggio degli uomini e le donne della Resistenza, che non fu soltanto la lotta armata dei partigiani, ma la partecipazione di un popolo. Oltre le innumerevoli piattaforme online organizzate con l’intento di celebrare comunque i 75 anni, per dare il proprio contributo l’editore Ediesse in questi giorni regala ai suoi lettori una riedizione di due Ebook, “Il comandante Bulow” e “Salvare le fabbriche”, che riportano entrambi a due rinascite, due autentiche liberazioni che appartengono alla nostra storia.


SCARICA IL LIBRO IN FORMATO EPUB

Il primo volume, scritto da Edmondo Montali con la prefazione dell’ex presidente dell’Anpi Carlo Smuraglia, ricostruisce la vicenda politica e parlamentare di Arrigo Boldrini, prima ancora comandante partigiano alla guida della 28ma Brigata Garibaldi Mario Gordini, che operò nella provincia di Ravenna e in nella Regione Veneto durante il biennio ’43-’45. Il suo nome di battaglia è rimasto per sempre legato alla strategia militare messa in campo, vale a dire lo spostamento del conflitto contro i nazifascisti dal suo terreno naturale, la montagna, alle campagne della Bassa, inventando un tipo di guerra partigiana che non si riteneva possibile. Membro della Consulta e della Costituente, Boldrini è stato vicepresidente della Camera dal 1968 al 1976, poi senatore della Repubblica fino al 1994 e presidente dell’Anpi sino al 2006, due anni prima della sua morte. Attraverso le pagine di questo libro possiamo così ripercorrere la ricchezza e la profonidtà di un’esistenza per molti versi difficile e complessa che ci riconduce alla nascita e allo sviluppo della Repubblica italiana, di cui Arrigo Boldrini fu a pieno titolo un padre fondatore.

 


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Nella collana degli annali della Fondazione Di Vittorio troviamo invece “Salvare le fabbriche. I lavoratori a difesa dei macchinari e delle grandi infrastrutture dalla furia dei nazisti in fuga”, una vicenda forse poco conosciuta che molto racconta degli avvenimenti di quegli anni, con particolare riferimento al mondo del lavoro. Si accennava a come l’impegno armato nelle formazioni partigiane sia stato accompagnato dall’azione capillare e diffusa di tanti italiani, compresi i lavoratori che rischiarono la vita per salvaguardare i macchinari delle fabbriche e le infrastrutture civili e di collegamento dai piani di distruzione predisposti dai nazisti una volta sconfitti, prima che lasciassero l’Italia. Questo è il cuore del libro, realizzato nel 2005 a Genova dalla Fondazione Di Vittorio nel quadro delle iniziative con le quali, in occasione del sessantesimo della Resistenza e della Liberazione dell’Italia, viene proposta un’ampia e approfondita analisi critica degli eventi di quel tempo e dei loro protagonisti tra cui i lavoratori, che opponendosi ai tedeschi per salvare fabbriche e infrastrutture rinnovarono con il loro impegno il ruolo nazionale che il movimento dei lavoratori e la classe operaia italiana hanno in seguito rappresentato per se stessi e per il resto del Paese.

Avvenimenti che riportano alla memoria e alla nostra più stringente attualità, che oggi significa la battaglia a sostegno della propria condizione e della propria identità, oltre che  trasmettere allora il messaggio di un atto di fiducia nei confronti di un’Italia finalmente libera e proiettata verso il futuro; un futuro che oggi, in questo 25 aprile, sembra più fosco che mai.

L’inziativa dell’editore Ediesse tende a recuperare proprio quanto i due libri in omaggio a modo loro contengono, uno spirito italiano costruito dalle macerie post belliche e progressivamente perduto nel tempo, ora tanto evocato da più parti, spesso in nome di un patriottismo da salotto, utilitaristico, che conviene a una politica fatta di piccole cose che in alcuni casi, approfittando di questa irreale quotidianità entro la quale siamo costretti a muoverci, vorrebbe trasformare la Festa della Liberazione in una giornata “di tutti i caduti, anche del coronavirus”, tentando per l’ennesima volta di mescolare le carte, oltre che i morti.

Ma la documentata realtà della Storia, quella con la maiuscola, fortunatamente viene custodita da libri come questi, a disposizione di chiunque coltivasse ancora il desiderio di conoscerla davvero.   

Bella ciao, canta Brunori Sas

Sab, 25/04/2020 - 12:16

La mia amica partigiana

Sab, 25/04/2020 - 12:00

Genova si è liberata da sola. Non sono stati gli inglesi e neanche gli americani. L'hanno liberata i genovesi, i partigiani e le partigiane.


La Liberazione di Genova (foto archivio Gramsci)

Anche Mirella ha liberato Genova. Mirella Alloisio, nome di battaglia Rossella, è la mia vicina di casa. Ma non a Genova, a Perugia, dove vive da tanti anni avendo sposato un altro antifascista, storico dirigente sindacale umbro, Francesco Alunni Pierucci. Ma questa è un'altra storia.

Con Mirella ci siamo conosciuti grazie ad un bellissimo progetto dell'Anpi, in collaborazione con lo Spi Cgil: l'archivio nazionale delle testimonianze delle partigiane e dei partigiani viventi. L'idea – alla quale stanno lavorando tra gli altri Gad Lerner e Laura Gnocchi - è quella di intervistarli tutti, raccogliere e custodire la loro memoria, la loro voce, le parole e i gesti. Mettere tutto al sicuro.

Da allora Mirella è diventata un’amica. In questo lungo periodo di quarantena per il covid-19 è rimasta sempre a casa, naturalmente, insieme alla sua fidata Tonina, che si prende cura di lei. La sera, quando esco con il mio cane, la passo a salutare. Talvolta le lascio un articolo di giornale nella cassetta delle lettere, altre volte è lei a farlo. Poi saluta dalla finestra.

Quando le si chiede di raccontare la sua storia di partigiana, Mirella storce il naso: "Ancora? Ma non possiamo parlare del presente e del futuro? Noi questo Paese l'abbiamo liberato, l'abbiamo cambiato, abbiamo ottenuto la Costituzione. Ma adesso? Adesso tocca a voi. Parliamo di voi, non di me".


Mirella Alloisio intervistata da Gad Lerner

Eppure dobbiamo raccontarla la storia di Mirella, di una ragazza di Sestri, che a 17 anni scelse la clandestinità, sfidò i nazisti, vide i suoi compagni ammazzati e torturati, entrò nel Cnl, si batté per i diritti delle donne, rese possibile quell'incredibile esperienza, forse unica nella storia: un esercito regolare che si arrende a un esercito di popolo.

Per questo dobbiamo raccontare la storia di Mirella. Ma non solo per questo. “Sai cosa è mancato in questi anni? La cultura antifascista nelle scuole. La storia non è stata insegnata a sufficienza: cosa è stato il fascismo, come si è sviluppato e come hanno reagito i resistenti, molti dei quali hanno pagato con la galera se non con la vita per le proprie idee e per la libertà di tutti. Ecco, questa è una cosa che mi fa arrabbiare moltissimo. Quasi quasi – conclude Mirella - ricomincerei tutto d'accapo”.

Storie resistenti di periferia

Sab, 25/04/2020 - 10:30

«Essere liberi voleva dire tornare ad avere una vita normale»

Sab, 25/04/2020 - 09:10

Maria Lisa, per tutti Marisa, Cinciari Rodano nasce a Roma il 21 gennaio 1921. È fra le personalità più illustri della storia della repubblica italiana per il suo impegno nella Resistenza, l’attività politica fuori e dentro le istituzioni, il lavoro ininterrotto per una politica basata sulla emancipazione e l’autodeterminazione delle donne. Nel settembre 1944, dopo la liberazione della Capitale, è tra le fondatrici dell’Unione donne italiane che dirige con vari incarichi. Deputata, senatrice, consigliere provinciale di Roma e parlamentare europea, è la prima donna nella storia italiana a venir eletta alla carica di vice presidente della Camera dei deputati, carica che ricopre dal 1963 al 1968. 

Cavaliere di gran croce della Repubblica italiana, ha ricevuto l’8 marzo 2013 la laurea honoris causa in Scienze della comunicazione. Quella che segue è la trascrizione di una chiacchierata telefonica che Marisa ha avuto la generosità di regalarci qualche giorno fa.E come sempre quando ha cominciato a parlare lei il silenzio si è riempito di contenuto, di frasi e concetti lontani mai mai come oggi attuali espressi attraverso una voce leggera ma ferma che lascia volare ogni parola sussurrata fuori dal microfono.

Marisa, lei è stata tra le protagoniste della Resistenza romana. In alcune occasioni, l’ha definita una “Resistenza senza armi”. Ce la racconta?

Io ho fatto parte della Resistenza romana. Debbo dire personalmente non ho mai fatto lotta armata però la lotta armata c’è stata. Penso per esempio a via Rasella che poi ha portato alle Fosse Ardeatine a tante altre azioni che sono stati fatte dai Gap dai gruppi di azione patriottica romani.

Lei è stata anche tra le fondatrici dei Gruppi di difesa della donna. Quando le hanno chiesto un 25 aprile di ieri al quale fosse particolarmente legata ha risposto: “Un 25 aprile che mi è rimasto nel cuore è quello del 1995 quando l’Udi, nel cinquantesimo anniversario, dedicò tutta la giornata alle tante donne che ebbero ruoli di primissimo piano durante la Lotta di Liberazione dal nazifascismo”. La Resistenza delle donne è stata per anni taciuta, negata.  Perché secondo lei?

La Resistenza delle donne viene sempre sottaciuta come tutte le azioni delle donne. Solo negli ultimi anni hanno cominciato ad avere un ruolo maggiore dal punto di vista pubblico, però la tendenza a considerare tutto quello che fanno le donne in secondo piano è costante.

Ce lo racconta il suo 25 aprile 1945?

Beh, l’immagine delle formazioni partigiane, uomini e donne, che entravano a Milano e a Torino mi è rimasta fissa nel cuore.

Che cosa significava, allora, tornare ad essere liberi?

Durante l’occupazione nazista si rischiava di essere arrestati, torturati, uccisi... Pensiamo alle Fosse Ardeatine. Essere liberi voleva dire ricominciare ad avere una vita normale.

Quanto è importante oggi ricordare la Resistenza?

Purtroppo ci sono delle forze, anche se minoritarie, che tendono a rivalutare il fascismo, a negare i valori della Resistenza, non solo in Italia ma anche nei Paesi europei, a cancellare una memoria che invece sarebbe molto importante che i giovani conoscessero.

La Resistenza ci permise di tornare liberi. Questo 25 aprile è un giorno strano, in cui celebriamo la libertà riconquistata ma senza la gioia della piazza.

Purtroppo questo 25 aprile non potremo correre in corteo come di solito facevamo, staremo chiusi in casa, ma il 25 aprile resterà sempre il giorno della Liberazione.

Tre letture per il 25 aprile

Sab, 25/04/2020 - 08:40

Un libro di letteratura, uno di storia, uno di memorie. Tre classici, pubblicati in epoche diverse: 1947, 1991, 2000. Hanno in comune l'originalità, la libertà del linguaggio e dello sguardo sulla Resistenza, cui i tre autori parteciparono: Italo Calvino, Carla Capponi, Claudio Pavone.

La narrazione
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno (1947), Mondadori, 2016

Un fattore chiave decreta la longevità di un’opera letteraria sulla Resistenza, ed è l’antiretorica, lo sguardo obliquo. I testi che lo possiedono sono arrivati fino a noi sani e salvi, si conservano meglio, infatti li leggiamo e studiamo tuttora. Tra questi libri, come dire, immortali, o più semplicemente entrati nel canone, ha un proprio rilievo Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Racconto privo di eroi, anzi pieno di sbandati e di partigiani per caso, ragazzi sotto sorveglianza e inaffidabili, eppure in armi contro i nazifascisti. Calvino, nel 1944, in Liguria aderì alle Brigate Garibaldi e combatté sulle Alpi Marittime, teatro poi del Sentiero. Nel dopoguerra, incoraggiato da Cesare Pavese, Calvino completò quello che sarebbe stato il suo romanzo d’esordio, negli ultimi giorni del dicembre 1946, e lo pubblicò nell’ottobre del ’47 nella collana «I coralli» di Einaudi. Aveva ventiquattro anni. «Questo romanzo – ha scritto Alberto Asor Rosa – risulta tutto decentrato rispetto agli stereotipi di un’ideale rappresentazione letteraria della Resistenza». Il protagonista, Pin, è un bambino che guarda il mondo con sguardo infantile e fantastico. Fratello di una ragazza che si prostituisce con i tedeschi, si aggrega a una banda di partigiani irregolari.

Il libro, assieme alle opere di Fenoglio, Meneghello, Cassola, ha segnato la stagione più alta della letteratura sulla Resistenza. E tra i suoi personaggi c’è Kim, commissario partigiano, figlio di «padri borghesi», preso da un fervore mentale incessante, dedito a governare e comprendere le ragioni che hanno spinto operai e contadini, ma anche disertori e sbandati a combattere la guerra civile contro il nazifascismo. Kim è esistito davvero. Si chiamava Ivar Oddone ed era un amico di Calvino. Studente in medicina, fu tra i primi antifascisti a salire in montagna. Finita la guerra, diventò un medico del lavoro e, a Torino negli anni ’60 e ’70, rivoluzionò la gestione della salute e della sicurezza nelle grandi fabbriche insieme a operai, sindacalisti, studenti, medici. La sua opera di medicina preventiva è conosciuta e tradotta in tutto il mondo. Il giovane partigiano diventò il medico che difese la salute nell’ambiente di lavoro. È davvero il tempo giusto per ricordare Kim/Ivar Oddone.

Citazione
«C’è un enorme interesse per il genere umano, in lui. (…) Il medico dei cervelli, sarà (…). Non è simpatico agli uomini perché li guarda sempre fissi negli occhi come volesse scoprire la nascita dei loro pensieri e a un tratto esce con domande a bruciapelo, domande che non c’entrano niente, su di loro, sulla loro infanzia».

***

La storia
Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza (1991), Bollati Boringhieri, 2017


Nella storiografia sulla Resistenza c’è un prima e un dopo, ed è segnato dalla pubblicazione di questo saggio. A quasi trent’anni dalla sua apparizione è ancora una lettura inevitabile. Claudio Pavone fu partigiano, funzionario degli Archivi di Stato, insegnò all'Università di Pisa e presiedette la Società italiana per lo studio della Storia contemporanea. Fu il primo, nel campo degli studi storici, a sostenere che la Resistenza, oltre a essere stato un conflitto di liberazione dai nazifascisti, fosse stata anche, anzi proprio per questo, una guerra civile combattuta tra gli italiani. Fino a quel momento la formula “guerra civile” era apparsa solo nella memorialistica di destra, neofascista o postfascista. Lo studio di Pavone ricostruisce magistralmente le scelte di campo di tutti, le giuste e le sbagliate, a partire da quel grande innesco di morte e resurrezione che fu l’8 settembre 1943. Guerra patriottica, guerra di classe, guerra per la libertà, guerra per il comunismo, guerra mossa dai contraltari fascisti e repubblichini. Molte guerre in una.

«Volevo segnalare il tentativo di uscire da una visione puramente politica - raccontò a Rassegna lo stesso Pavone nel 1994 -. (...) I comportamenti politici discendono da moralità individuali, convinzioni profonde, ideali, frustrazioni, illusioni, speranze, insomma da tutta una serie di elementi soggettivi, personali che devono aiutare a far capire perché gli uomini hanno compiuto certe azioni e non altre. (...) Perciò ho parlato di moralità “nella” e non “della” Resistenza. Il mio intento non era trovare la morale della lotta di liberazione. Ho pensato che in questa fase degli studi, dell'evoluzione della coscienza pubblica, fosse più utile vedere quali erano i comportamenti morali di coloro che hanno partecipato alla Resistenza, come si misuravano convinzioni, culture, tradizioni familiari con alcuni grossi nodi, che rappresentavano appunto problemi di moralità, come lo scegliere tra un campo e l'altro in piena autonomia personale».

Citazione
«È probabilmente proprio durante la guerra civile che la parola fascista si caricò con particolare intensità di un significato che andava al di là della concreta e specifica esperienza storica del fascismo, finendo con designare un tipo umano negativamente connotato sotto tutti i profili pubblici e privati. (...) Il persistente uso di “fascista” quale epiteto ingiurioso, globale e riassuntivo delle ignominie capaci di installarsi in un essere umano, può considerarsi un’estrema conseguenza di questa dilatazione, cui la RSI diede un conclusivo contributo, del contenuto semantico della parola oltre i limiti storicamente verificabili.»

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La memoria
Carla Capponi, Con cuore di donna (2000), Il Saggiatore, 2009


Carla Capponi nel 1943 era una studentessa romana di legge. Questo non le impedì (insieme a molte sue coetanee) di aderire alla Resistenza, dopo l’8 settembre, e di entrare nelle fila dei Gap centrali comunisti: quei Gruppi di azione patriottica che nei nove mesi dell’occupazione di Roma, fino al giugno del 1944, furono i più pericolosi e fieri nemici dei nazifascisti. Capponi, in quella guerra urbana e spietata, molto diversa rispetto alla Resistenza sui monti o nelle campagne, si guadagnò una medaglia d’oro al valor militare. Organizzò o partecipò alle principali azioni, dai primi attentati dell’autunno 1943 fino a via Rasella, nella primavera del 1944. Le sue memorie ricostruiscono, in pagine vive e indimenticabili, la scelta di campo di una ragazza e la sua formazione di partigiana, con le tappe, gli incontri, i ritratti di compagne e compagni, la spregiudicatezza giovanile dei gesti, il mettere continuamente a repentaglio la propria vita. Furono mesi tanto vitali quanto feroci, e le donne, le ragazze di Roma, doppiamente coinvolte in una lotta di liberazione e di emancipazione, ne furono protagoniste. Questo, dal libro di Capponi, emerge nitidamente.

Citazione
«Più di trenta azioni avevano costretto i fascisti a girare con prudenza per le strade di Roma: molti cominciarono a indossare un impermeabile per nascondersi, e quelli che non potevano farlo per motivi di servizio erano talmente armati di bombe a mano, revolver, mitra e cartucciere a tracolla, da apparire ridicoli, goffi come bambini in maschera, non da ultimo per la loro giovinezza».

Bella ciao dal balcone

Sab, 25/04/2020 - 08:38

Il settantacinquesimo anniversario della Liberazione resterà nella storia forse più degli altri: sarà, per la prima volta, un 25 aprile senza piazze. “Ma non senza lo spirito che le ha sempre riempite, non senza la forza della memoria attiva”, commenta Andrea Liparoto dell’Anpi, che per celebrare la Resistenza ha trovato il modo di superare idealmente le distanze di sicurezza, in “un’invasione di memoria”. L’associazione nazionale dei partigiani ha lanciato l’invito a partecipare al flashmob “Bella Ciao in ogni casa”. Un appuntamento virtuale in tutta Italia, alle 15, per intonare insieme la stessa nota dai balconi, dalle finestre, dalle terrazze delle proprie abitazioni. “Bella Ciao è una canzone fortemente simbolica - commenta Liparoto - e cantarla tutti insieme, in tutto il paese, nello stesso momento, vuol dire trovarsi riuniti intorno alle radici della nostra convivenza civile. La Resistenza ci ha regalato i diritti e la democrazia e ci aiuterà sicuramente a rinascere, se la terremo come orizzonte di felicità”.

Il flashmob “Bella ciao in ogni casa” è uno dei momenti che riempiranno, pur restando fisicamente distanti, la giornata del 25 aprile, che si aprirà alle 8 sui profili social dell’Anpi e andrà avanti fino alle 19, con ospiti, collegamenti e una lunga maratona in streaming sui siti di RepubblicaMessaggeroLa StampaAvvenireRadio Popolare e molti altri. “Sarà una grande piazza virtuale ed unitaria” che vedrà come principali attori in campo l’Anpi e i tantissimi personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura, del giornalismo, dello sport, del sindacato, dell'associazionismo democratico, che hanno aderito all'appello di solidarietà #iorestolibero, a favore della Caritas italiana e della Croce rossa. “L’idea ci è stata lanciata da Carlo Petrini di Slow Food e noi l’abbiamo abbracciata immediatamente per la sua concretezza. Il tema del sostegno ai senza tetto, ai poveri, ai senza lavoro non può non coinvolgerci. Tra gli impegni centrali stabiliti dal nostro statuto c’è quello della piena attuazione della Costituzione”.

Tutte le donazioni andranno a beneficio delle persone in situazioni di disagio o difficoltà economica. Il testo dell'appello, l'elenco dei firmatari e le risorse raccolte fino ad oggi sono disponibili sul sito www.25aprile2020.it. Sarà un 25 aprile di solidarietà, ma anche la celebrazione di una nuova Resistenza, quella contro il dolore, la paura, l’angoscia per le sorti del nostro paese e per il futuro di ognuno di noi. Ma l’insegnamento dei partigiani, come ricorda Liparoto, “è andare sempre e comunque avanti, sognare un mondo diverso”. Da cosa liberarci, dunque, il 25 aprile del 2020? “Dalla paura di non farcela, dalla paura di non reggere, in primis economicamente, a una situazione drammatica e triste, in cui abbiamo perso molti dei nostri cari. Ma guardiamoci indietro per guardare avanti. Uniti, liberi e forti. Ora e sempre”.

La nostra Resistenza fondata sul lavoro

Sab, 25/04/2020 - 08:34

Se oggi siamo una Repubblica democratica fondata sul lavoro, se abbiamo una Costituzione è perché c'è stata la Resistenza. Il 25 Aprile non è una giornata come le altre: oggi è la giornata della democrazia e della liberazione. Ricordiamo a tutti di andare sui balconi, di cantare Bella Ciao a squarciagola non solo per non dimenticare la libertà riconquistata ma anche per ricostruire l'unità del Paese su valori fondanti come la persona, il lavoro, la democrazia. Insieme possiamo farcela. Insieme possiamo davvero cambiare un mondo ingiusto. Buon 25 Aprile a tutte e a tutti.

«Costruiamo un mondo diverso. Siamo i partigiani dei partigiani»

Sab, 25/04/2020 - 08:30

Oggi è il 25 aprile del 2020. Come per gli anni passati, non vogliamo rinunciare a dire che è una giornata di festa perché settantacinque anni fa dalle montagne, dalle pianure, dalla case uscirono le partigiane e i partigiani, quelli che avevano combattuto per cacciare il nazista e il fascista dal nostro Paese.

È anche una festa triste, dobbiamo riconoscerlo perché non possiamo celebrarla in piazza, ma restando nelle nostre case, perché c’è una pandemia che dobbiamo sconfiggere e perché stare chiusi in casa è un dovere civile e sociale per la nostra salute, quella dei nostri cari e dei nostri concittadini. Non vogliamo, però, rinunciare a una cosa fondamentale: alla memoria che ci serve a capire il futuro.

La domanda che facciamo – delle tante che potremmo porci per la Resistenza, per la lotta di Liberazione, per il 25 aprile - è: qual è il regalo più importante, l’esito più significativo di questa lotta di Liberazione? E’ sicuramente, a mio parere, a nostro parere, la Costituzione italiana. Quella di cui parlano i partigiani, quella che misero in atto anche nelle repubbliche partigiane, pensate alla repubblica dell’Ossola: durata meno di quaranta giorni eppure diede il diritto di voto alle donne, l’insegnamento universale, la scuola per tutti. 

Come diceva Marisa Ombra, una partigiana, una staffetta, vicepresidente nazionale dell’Anpi recentemente scomparsa: “Di sera al freddo nelle nostre grotte sognavamo un mondo migliore e ci sembrava lì vicino, a portata di mano, non è stato così”. 

La Costituzione italiana è una delle più importanti d’Europa, contiene insieme diritti individuali e collettivi, rispetto per tutti, rifiuto del razzismo, rifiuto della guerra, diritto al lavoro, però molte volte non è stata attuata. Se un grande partigiano poi diventato anche Presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi ha potuto scrivere un libro intitolato Non era il Paese che sognavamo, possiamo ben immaginare quanta delusione c’è stataper chi quella lotta l’ha combattuta, però le partigiane e i partigiani non hanno mai smesso – mai - di ricordare non solo un sogno, ma un impegno civile e politico, andando nelle scuole, testimoniando, come dimostra anche recentemente la ricerca fatta da Gad Lerner e Laura Gnocchi sui partigiani viventi: oltre 420 partigiani e non uno che abbia detto “non rifarei quello che ho fatto”. 

Spetta alle generazioni successive, a noi che siamo i figli, ai giovani che sono i nipoti e i pronipoti, portare avanti quell’impegno e quella memoria non solo per un doveroso omaggio verso una generazione che ha sacrificato la propria giovinezza in nome della libertà, della democrazia e del rifiuto del razzismo e della violenza, ma anche per noi stessi, per creare un mondo migliore. E allora da questa pandemia ripromettiamoci tutti di far uscire un mondo più giusto, più solidale, meno asservito al dio denaro, più al servizio dei valori della persona e dell’umanità. Di questi valori il diritto al lavoro è quello fondamentale

Trovo straordinario che in questi ultimi decenni, quando si è cominciato davvero a indagare approfonditamente anche sulla funzione sociale della Resistenza, sia emerso il ruolo della classe operaia, di questa straordinaria classe operaia, che ha saputo difendere da un esercito, quello nazista che si stava ritirando e stava devastando il Paese, le fabbriche, le strutture sociali e civili, insomma il futuro della società. Trovo straordinario il ruolo degli operai, il ruolo degli scioperi del ’43 - ‘44, il ruolo degli scioperi delle donne. 

Pensate alle mamme di Massa Carrara che vanno davanti alla caserma dei tedeschi e dicono “non uccidete i nostri figli” e strappano dal plotone di esecuzione sette ragazzi. Una società civile straordinaria a cui dobbiamo non solo gratitudine: dobbiamo il ricordo perché senza conoscenza e ricordo nemmeno la gratitudine ha senso e diventa solo retorica. A loro dobbiamo anche un futuro migliore. Esca quindi anche da questo momento, da questo momento duro in cui siamo chiusi in casa e dobbiamo farlo per dovere civico e collettivo, un impegno per un futuro migliore: impariamo a essere meno egoisti, meno attaccati al denaro e più solidaliimpariamo a rispettare le persone nelle loro differenze, anche nelle loro fragilità; impariamo pure - permettetemi di ricordarlo - da questo grande Papa che, a volte, con voce solitaria, ha invocato la pace e il rifiuto del razzismo

Ce la possiamo fare tutti insieme e allora sì potremo anche dire alla memoria di Carlo Azeglio Ciampi: “Questo mondo, questo futuro che voi ci avete insegnato a costruire, noi e soprattutto le giovani generazioni lo sapremo e lo sapranno costruire. Ve lo promettiamo perché non siate delusi da noi e perché noi dobbiamo essere i partigiani dei partigiani” come ci ha ricordato più volte un grande storico come Marco Revelli.

Carla Nespolo è la presidente nazionale dell'Anpi

Fse, il forziere conteso che divide l'Italia

Ven, 24/04/2020 - 16:02

La posta in gioco è alta: tra i 10 e gli 11 miliardi di euro. Si tratta delle risorse relative ai Fondi Strutturali Europei che sono destinate alle regioni del Sud nell’ambito degli interventi sulla coesione sociale. Il governo sta però lavorando ad una riprogrammazione per cercare di rispondere alle drammatiche esigenze sociali delle regioni più colpite dalla pandemia, che sono soprattutto quelle del Nord. Si è innescato quindi un dibattito pubblico che può generare un conflitto inedito tra Nord e Sud. Le regioni settentrionali accusano quelle meridionali di non aver speso finora quei soldi e di lamentarsi che ora vengano spostati al Nord. Le regioni meridionali, da parte loro, gridano invece al “furto” e al rischio che alla fine ne esca un Paese ancora più spaccato. Nel dibattito sono intervenuti anche autorevoli studiosi e commentatori. Come stanno davvero le cose? Quali sono le intenzioni reali del ministro Provenzano che ha spiegato di recente ai sindacati confederali le possibili soluzioni? Lo abbiamo chiesto a Gianna Fracassi, vicesegretaria generale della Cgil che ha partecipato a tutti gli incontri (a distanza ovviamente) con il governo.

Fracassi, si ripete una scena del passato quando con il governo Renzi sono state cambiate le destinazioni dei Fondi Strutturali europei?

Non è la stessa scena. Allora il presidente Renzi scelse di destinare una parte del Fondo sviluppo e coesione - che costituisce il salvadanaio di risorse nazionale finalizzato alla coesione - ad altre destinazioni. In particolare quei soldi vennero messi nella posta della decontribuzione. Le risorse vennero spostate rispetto alla loro destinazione naturale cioè il sostegno alle politiche di coesione e sviluppo del paese e quindi non spese a favore del Sud e mai reintegrate. In questo caso, il percorso dovrebbe essere diverso. Almeno secondo quello che ci ha fatto sapere il ministro Giuseppe Provenzano. Si tratterebbe di una sorta di prestito perché le risorse - in questo caso dei Fondi strutturali- verrebbero utilizzate oggi per far fronte all’emergenza nazionale determinata dal Covid e reintegrate attraverso il fondo sviluppo e coesione per le regioni del Mezzogiorno. Ci sarebbe per la precisione una compensazione. Il ministro ci ha anche spiegato che avrebbe lavorato ad un accordo con le Regioni per ottenere il via libera. Ma quell’accordo ad oggi non è ancora chiuso.

Ma come giustifica il governo questa scelta?

Prima di tutto dobbiamo precisare che stiamo parlando della possibilità per le regioni - tutte- di rimodulare una parte delle risorse di Fondi non ancora spesi. Voglio sottolineare questo aspetto, perché è parte di un impegno importante della Commissione europea che comporterà una flessibilità ancora più ampia nell’utilizzo dei Fondi Ue, prevedendo la semplificazione delle procedure amministrative, l’eliminazione del vincolo della concentrazione tematica e la possibilità di trasferire risorse da un Fondo strutturale all’altro. Non mi piace però il dibattito pubblico che si è sviluppato su questo punto: abbiamo, e lo sappiamo bene, un problema nella spesa Fondi europei e dall'altro abbiamo una emergenza che sta travolgendo il nostro paese. Credo sia proprio in momenti come questi che dobbiamo utilizzare le risorse disponibili per sostenere uno sforzo straordinario, garantendo allo stesso tempo lo stesso livello di impegno anche rimodulato nel tempo. Per noi, che ci battiamo da anni per un rilancio di un vero e proprio piano straordinario per il Sud e che abbiamo ottenuto che le risorse ordinarie dello stato fossero riequilibrate sulla base della popolazione residente nel Mezzogiorno, l’obiettivo primario resta quello di scongiurare l’aumento dei divari sociali e territoriali. Al ministro Provenzano abbiamo chiesto che la rimodulazione di circa 10 miliardi abbia come priorità interventi di natura sociale, sia per dare risposte alle fasce più deboli della popolazione che per sostenere la rete sanitaria e assistenziale, l'istruzione e il lavoro”. Per la vicesegretaria generale “in questa fase, emergenza e prospettiva devono essere coniugate affinché le finalità legate alla convergenza e alla coesione dei fondi europei vengano preservate. Inoltre, abbiamo chiesto che vengano evitate sovrapposizioni tra interventi nazionali e regionali. Questo non sarebbe molto comprensibile”.

C’è però chi parla di un Piano per il Sud (annunciato dal governo prima della pandemia) ormai gettato nel cestino. Sarà così?

Non deve esser così. Non si può abbassare la guardia. Noi crediamo che occorra fare esattamente il contrario. In questa fase è fondamentale, vista l'emergenza pandemica, accelerare alcune misure contenute nel Piano Sud, e che il confronto prosegua su entrambi i temi rimodulazione dei fondi Ue e Piano Sud. Negli incontri avuti finora con il governo, abbiamo sempre sostenuto che la rimodulazione dei Fondi strutturali europei, deve rispondere alle necessità dell'emergenza sanitaria economica e sociale e che tale riprogrammazione deve tenere conto del carattere strutturale dei Fondi Ue di sostegno all’occupazione e allo sviluppo, creando nuovi posti di lavoro e aiutando quanti hanno perso l’impiego temporaneamente o in modo permanente. In questa fase è fondamentale per la Cgil coniugare l'emergenza con la prospettiva, per preservare le finalità legate alla convergenza e alla coesione dei Fondi europei e scongiurare l’aumento dei divari sociali e territoriali. Accelerare il Piano Sud significa per noi rafforzare il sistema sanitario del Mezzogiorno e farlo in modo straordinario con risorse straordinarie in ragione dell'emergenza sanitaria che ci accompagnerà purtroppo per molto tempo. E ancora significa rafforzare il sistema dell'istruzione: il lockdown ha messo in evidenza tutte le fragilità su questo versante con l'impossibilità o la grande difficoltà di accedere alla didattica a distanza per un digital divide che è superiore nel Sud. Allora investire nella scuola e nella formazione in particolare ampliando il tempo scuola, mettendo a norma gli edifici scolastici magari garantendo l'efficienza energetica. Provare cioè a affrontare questa fase con una idea di prospettiva e di sviluppo. Per questo è molto importante proseguire il confronto a tutti i livelli nazionale e regionale, rappresentando con determinazione i bisogni di coloro che rappresentiamo, in un quadro di interessi generali. Lo abbiamo sempre fatto anche nei momenti più bui e difficili della nostra storia.

Whirlpool, l'azienda che chiude ha fretta di riaprire

Ven, 24/04/2020 - 16:00

L'azienda che vuole chiudere, riapre nell'emergenza. Sembra un paradosso, ma è quello che potrebbe accadere a Napoli, dove la Whirlpool ha annunciato alle lavoratrici e ai lavoratori che le attività produttive riprenderanno lunedì 27 aprile 2020. Una decisione che la Fiom di Napoli giudica inaccettabile, anche perché, spiega il segretario generale, Rosario Rappa, non è coerente "con quanto contenuto nel protocollo sottoscritto da Fim, Fiom e Uilm nazionali con la Whirlpool lo scorso 17 aprile, in cui si definivano le condizioni necessarie per garantire la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori per la ripresa delle stesse attività produttive". Lo stesso protocollo, fa notare il sindacalista, "prevede che la riapertura avvenga nella data che deciderà il Governo, a partire dal prossimo Dpmc, presumibilmente il prossimo 4 maggio”. 

Per Rappa è privo anche di qualsiasi fondamento l'assunto dell'azienda secondo il quale la produzione sarebbe "essenziale per assicurare la continuità della filiera dell’elettrodomestico", "perché una simile filiera non esiste. A ciò si aggiunge che la Whirlpool, utilizzando strumentalmente il meccanismo del silenzio-assenso, di fatto, si sostituisce al Governo nazionale, stabilendo unilateralmente quando e come riavviare le produzioni, in spregio alle norme”.

La Fiom di Napoli ha scritto al Prefetto di Napoli, Marco Valentini, per sollecitare un intervento nei confronti dell'aziende "chiedendo di non applicare il silenzio-assenso e, in ogni caso, di non concedere la riapertura dello stabilimento”.

La Fiom di Napoli, inoltre - conclude Rappa - sollecita una  verifica sul rispetto delle normative e delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19, anche alla luce dell’aggiornamento del Protocollo condiviso di regolamentazione per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro, sottoscritto in data odierna da Governo, Cgil, Cisl, Uil Confindustria e Confapi”.