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Aggiornato: 4 hours 19 min fa

Dignità della persona e del lavoro: il nemico è l’utilitarismo

Mer, 20/03/2019 - 07:50

Leggendo quel che scrive su Rassegna Sindacale Giuseppe Amari (“L’impresa etica e i pericoli di un nuovo Leviatano”), resto piacevolmente stupito nel constatare come tante cose siano oggi cambiate. Colpisce, in un marxista critico come lui, l’insistenza nel sottolineare il valore della dignità della persona e dunque del lavoro umano, che è una delle principali attività della persona, attraverso cui si manifesta l’uso responsabile della libertà. Non vorrei sbagliare, ma mi pare che l’amico Giuseppe dia rilevanza all’interpretazione umanistica di Marx (che si può reperire nei giovanili Manoscritti, ma anche nei più maturi Grundrisse), già seguita da vari esponenti marxisti (giudicati all’epoca revisionisti dall’ex Unione Sovietica), oltre anche a mostrarsi sensibile per le migliori istanze del liberalismo sociale e democratico. Parlare di dignità della persona e del valore della libertà, contro tutti i nuovi Leviatani che possono sorgere all’orizzonte, compresa un’ideologica “impresa etica” di matrice hegeliana, che significa oggi?

Intanto, una convergenza in cui cattolici e sindacalisti della Cgil possono trovarsi: l’opposizione all’utilitarismo. In poche parole, l’utilitarismo – coniato da Jeremy Bentham – è ancora terribilmente diffuso. Il suo slogan, il maggior bene per il maggior numero, suona tuttora attraente. Esso implica la ricezione di una massima economica ben nota: ottimizzare i risultati e i ricavi; minimizzare i costi e le perdite. Se ciò riguarda calcoli di proporzionalità su beni e risorse, la massima ci sembra ancor oggi lecita in ambito economico; il problema è se tale massima si debba estendere ed esportare anche alle persone, trattate come beni e cose, trasformando l’utilitarismo in un’etica fondamentale universalistica, capace di inglobare ogni realtà, per dare un prezzo a tutto. Basata sul solo potenziale evocativo della conseguenza ultima dell’ottimizzazione, non a caso è stata definita anche un’etica consequenzialista.

Già Simone Weil ricordava che, se la scienza ci ha consentito di dominare la materia inerte (obbedendo alle sue leggi), il taylorismo ha poi aperto una nuova e sgradita frontiera: il dominio sulla materia vivente. In termini marxisti, si tratta della “cosificazione” dell’essere umano, ridotto a materiale manipolabile e vendibile. Così che la Weil citando Pio XI (Quadragesimo anno) riporta la seguente affermazione: “Dalle fabbriche la materia ne esce nobilitata; gli operai, avviliti”. Si finisce per ledere il noto imperativo kantiano per cui ogni uomo va sempre trattato non solo come mezzo, ma sempre e anche come fine in sé.

Detto in poche parole, o come Kant, ammettiamo che le persone non hanno valore (esprimibile in un prezzo finito), ma una dignità, che è incommensurabile (senza prezzo), e deduciamo che il lavoro o una prestazione ha valore, ma l’uomo no. Oppure, come sostiene l’utilitarismo, ogni persona vale uno, come ogni cosa. Dunque, per quest’etica, se eliminare un innocente è l’unico modo di salvar la vita di più innocenti, allora è lecito uccidere, rubare, mentire, ingannare ecc. Sull’altare dell’ottimizzazione, si possono di conseguenza sacrificare persone e minoranze. Se non bastasse, è un’etica pretenziosa, che si basa sulla presunzione di poter prevedere tutte le conseguenze del nostro agire, in vista dell’ottimizzazione. Credo che ognuno possa essere responsabile di varie conseguenze a breve, talvolta a medio-lungo termine; ma chi può calcolare tutte le conseguenze, anche a lungo termine del suo agire?

Ora, si finisce per cadere in quest’etica del risultato finale ottimale, manipolando persone, tutte le volte che prevale la ragion di Stato, gli interessi della nazione, del partito, o di una determinata impresa multinazionale o nazionale, di un’ideologia, ivi il successo della violenza rivoluzionaria, ammesso che ci sia ancora qualcuno che la ritenga il rimedio di ogni male; ricorso che lo stesso Amari ha più volte stigmatizzato, sapendo valorizzare altri aspetti condivisibili del marxismo. Parlare di dignità della persona, come fa Amari, significa convergere sul primato del lavoro soggettivo su quello oggettivo, enunciato da Giovanni Paolo II nella Laborem exercens, ma che ha nella Weil (morta nel 1943) un illustre precursore: “Non è per il suo rapporto con ciò che produce, che il lavoro manuale raggiunge il più alto valore, ma per il suo rapporto con l'uomo che lo esegue” (L’ombra e la grazia, 1947).

La salvezza e la valorizzazione dell’uomo non può dipendere da un corretto calcolo di utilità; e neppure da strutture democratiche perfette e adeguate; non può dipendere da automatismi creati dalle scienze o dalla tecnologia robotica o da un pool di sociologi e psicologi. L’etica personalista (che implica la dignità incommensurabile di ogni persona), a differenza dell’utilitarismo (di radici calviniste, Taylor era calvinista), non ritiene che la cosa più importante sia ciò che l’uomo fa. Certo, siamo anche responsabili di ciò che facciamo; ma ciò che più importa – dal punto di vista morale – è innanzitutto cosa fa di se stesso una persona, quando fa qualcosa. Così uno Stato dotato delle strutture democratiche più avanzate, se in mano a persone poco raccomandabili, finirà per essere diretto da una banda di ladroni: lo paventava già Agostino. Lo stesso vale per un’impresa economica.

Il primo investimento è la persona. L’uomo è il primo fine del suo agire. Non solo siamo padri del nostro agire, come si evince dal fatto che ogni azione arreca conseguenze positive o negative sugli altri, ma innanzitutto siamo figli del nostro agire. Pertanto, la prima ricetta da insegnare ai nostri figli è di prendere sul serio se stessi, educandoli a una libertà responsabile. Su questo tipo di umanesimo può convergere un sindacalista della Cgil, come un cattolico. La differenza resta nel fatto che, per un credente, esiste un fine superiore all’uomo: l’amore di Dio, che desidera però essere amato in ogni uomo, quale portatore della sua immagine e somiglianza. Nell’interpretazione cara ad Amari, Marx può essere indicato come banditore di un umanesimo carico di speranze. Gli manca la dimensione trascendente: la finalità in Dio, che per Simone Weil è irrinunciabile; ma qui, solo una risposta personale può seguire l’interpellarsi di fronte alla fede.

Si potrebbe pensare, banalizzando il confronto, che le prospettive della sinistra e quella cristiana siano inconciliabili, perché implicano uno scontro frontale tra materialismo e spiritualismo. Sarebbe un grave errore. Per un cristiano, la materia e il corpo umano sono usciti dalle mani di Dio. San Josemaría Escrivá, dal 1928 primo banditore della santificazione del lavoro professionale nella Chiesa cattolica, arriva a parlare di un “audace materialismo cristiano che si oppone ai materialismi chiusi allo spirito” (Amare il mondo appassionatamente, 2014). Affermazione anticipata dai seguenti pensieri (condivisi, a suo modo, dalla stessa Weil, per la quale la materia è sorella dell’intelligenza): “Questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali”. La Weil parlerà di ripristinare “il patto originario tra lo spirito e il mondo” (Quaderni, 1982)

Esiste dunque un tipo di materialismo in cui cristiani e non credenti possono ritrovarsi, convergendo sulla priorità della dignità della persona ed eliminando antichi steccati tra la sinistra e il mondo cattolico. È già Socrate, del resto, a sostenere che la verità è qualcosa di divino. Così come Edith Stein, alla scomparsa del maestro Husserl, scrive che “chiunque cerchi la verità, che lo sappia o no, sta cercando Dio” (Lettera del 23 marzo 1938). Socrate e la Stein stanno dicendo che la verità – proprio perché ha a che fare con il divino – non si può “possedere”, né tanto meno si può imporre ad altri. Ciò equivale a sostenere un relativismo moderato. Se infatti è vero che la verità non si può possedere, il solo fatto però che esista e si possa cercare e almeno intravedere, come insegna Socrate, ci consente di distinguere tra opinioni più vicine o più lontane dalla verità; tra opinioni umane e opinioni disumane.

Giorgio Faro è docente di Etica applicata e di Introduzione alla filosofia presso la Pontificia Università della Santa Croce

La Brexit del British Council: 19 esuberi

Mer, 20/03/2019 - 07:27

Una Brexit in minore, se così possiamo dire. Il British Council licenzia, e i suoi dipendenti si fermano per il primo sciopero della loro storia. Si tiene oggi (mercoledì 20 marzo) lo stop dei dipendenti delle sedi di Roma, Milano e Napoli, altre due astensioni dal lavoro sono state organizzate per giovedì 28 e sabato 6 aprile. A motivare la protesta la decisione dell’ente britannico per la promozione della cultura e dell’insegnamento di avviare il 20 febbraio scorso la procedura per 19 licenziamenti per “riorganizzazione”. Immediata la protesta della Flc Cgil, che il 7 marzo ha indetto lo stato di agitazione, proclamando poi le tre giornate di sciopero (per l’intera giornata) dei dipendenti. Organizzati anche due presidi davanti alle sedi: a Roma il sit-in si tiene alle ore 10 in via di San Sebastianello 16, a Milano alle ore 13 in via Croce Rossa (angolo via Manzoni).

Flc e British Council finora si sono incontrati tre volte, ma le posizioni non sono mutate. E per mercoledì 20 marzo è previsto un quarto incontro (a sostegno del quale, appunto, sono stati indetti sciopero e presìdi). Nei vertici precedenti “la parte datoriale – spiega la Flc Cgil – ha esposto le ragioni aziendali che hanno prodotto gli esuberi strutturali, presentando un piano industriale per il rilancio dell’azienda unitamente a proposte economiche incentivanti per favorire forme di esodo o accompagnamento alla pensione nei termini previsti dalle norme vigenti”. Il sindacato, invece, ha chiesto “il ritiro dei licenziamenti, perché ritenute non convincenti le motivazioni e non congruenti con le informative precedenti”.

Per la Flc “il piano di riorganizzazione aziendale deve prevedere la ricollocazione del personale, che ha alte professionalità ed esperienza pluriennale, in altre mansioni, a partire dalle nuove posizioni annunciate nel piano industriale”. Il British Council ha in Italia 173 dipendenti, cui si sommano altri 20 con contratti di collaborazione: il piano aziendale, in particolare, stabilisce dieci esuberi nella sede di Milano, sei in quella di Roma e tre a Napoli. “Su mandato delle lavoratrici e dei lavoratori – conclude la Flc – proseguirà la trattativa in sede di esame congiunto per giungere all’obiettivo di un accordo che eviti i licenziamenti sia attraverso il ricollocamento sia valutando tutte le possibilità di fuoriuscita volontaria incentivata”.

La Brexit del British Council: 19 esuberi

Mer, 20/03/2019 - 07:27

Una Brexit in minore, se così possiamo dire. Il British Council licenzia, e i suoi dipendenti si fermano per il primo sciopero della loro storia. Si tiene oggi (mercoledì 20 marzo) lo stop dei dipendenti delle sedi di Roma, Milano e Napoli, altre due astensioni dal lavoro sono state organizzate per giovedì 28 e sabato 6 aprile. A motivare la protesta la decisione dell’ente britannico per la promozione della cultura e dell’insegnamento di avviare il 20 febbraio scorso la procedura per 19 licenziamenti per “riorganizzazione”. Immediata la protesta della Flc Cgil, che il 7 marzo ha indetto lo stato di agitazione, proclamando poi le tre giornate di sciopero (per l’intera giornata) dei dipendenti. Organizzati anche due presidi davanti alle sedi: a Roma il sit-in si tiene alle ore 10 in via di San Sebastianello 16, a Milano alle ore 13 in via Croce Rossa (angolo via Manzoni).

Flc e British Council finora si sono incontrati tre volte, ma le posizioni non sono mutate. E per mercoledì 20 marzo è previsto un quarto incontro (a sostegno del quale, appunto, sono stati indetti sciopero e presìdi). Nei vertici precedenti “la parte datoriale – spiega la Flc Cgil – ha esposto le ragioni aziendali che hanno prodotto gli esuberi strutturali, presentando un piano industriale per il rilancio dell’azienda unitamente a proposte economiche incentivanti per favorire forme di esodo o accompagnamento alla pensione nei termini previsti dalle norme vigenti”. Il sindacato, invece, ha chiesto “il ritiro dei licenziamenti, perché ritenute non convincenti le motivazioni e non congruenti con le informative precedenti”.

Per la Flc “il piano di riorganizzazione aziendale deve prevedere la ricollocazione del personale, che ha alte professionalità ed esperienza pluriennale, in altre mansioni, a partire dalle nuove posizioni annunciate nel piano industriale”. Il British Council ha in Italia 173 dipendenti, cui si sommano altri 20 con contratti di collaborazione: il piano aziendale, in particolare, stabilisce dieci esuberi nella sede di Milano, sei in quella di Roma e tre a Napoli. “Su mandato delle lavoratrici e dei lavoratori – conclude la Flc – proseguirà la trattativa in sede di esame congiunto per giungere all’obiettivo di un accordo che eviti i licenziamenti sia attraverso il ricollocamento sia valutando tutte le possibilità di fuoriuscita volontaria incentivata”.

Salario minimo vs contratti: parte il confronto tra governo e sindacati

Mer, 20/03/2019 - 06:55

Il Movimento 5 stelle accelera, vuole approvarlo in prima lettura entro la fine di aprile. Il disegno di legge sul salario minimo è divenuto il nuovo cavallo di battaglia del vicepremier Di Maio, che sta spingendo affinché il Parlamento lo esamini al più presto. Il ddl 658 (proposto dalla senatrice Nunzia Catalfo) stabilisce una paga oraria minima di 9 euro al lordo degli oneri contributivi e previdenziali: il trattamento economico sarebbe di volta in volta adeguato nel tempo, e verrebbe applicato a tutti i contratti di lavoro subordinato e parasubordinato, comprese le collaborazioni coordinate e continuative (sul tema va anche segnato il ddl 310, proposto dal senatore Mauro Laus del Pd: la paga minima è sempre di 9 euro, ma al netto degli oneri). Una proposta che, fin dal primo annuncio, ha incontrato forti perplessità da parte di sindacati e imprese, che semmai intendono rafforzare ed estendere il ruolo della contrattazione. Ma il governo va avanti, e per oggi (mercoledì 20 marzo) ha convocato Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Usb e Cisal a Roma, alle ore 15 presso la sede del ministero del Lavoro, proprio per spiegare le proprie intenzioni.

“Non siamo contrari come concetto ma, visto che tra l'80 e il 90 per cento dei lavoratori italiani è coperto dai contratti nazionali, noi proponiamo di rendere quei contratti ‘erga omnes’, che valgano cioè per tutti”. Per il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, insomma, basterebbe recepire gli accordi interconfederali: “In questo modo, oltre al salario, anche altri aspetti come le ferie diventerebbero per legge i minimi sotto cui non si può andare, minimi non fatti dal Parlamento, ma dalla contrattazione tra le parti”. L’esponente sindacale pone anche in evidenza che “se il Parlamento stabilisce un salario che prescinde dalla contrattazione, e che può essere persino più basso dei limiti contrattuali, questa diventa una norma di legge che contrasta la contrattazione collettiva”. La Cgil, invece, si muove nell’ottica del rafforzamento della contrattazione: “In questa chiave abbiamo anche chiesto di misurare la rappresentanza dei sindacati, così che gli accordi abbiano validità generale. Eravamo d'accordo tutti, sindacati e confederazioni. Il governo doveva fare la convenzione con l'Inps per accedere ai dati che certificassero gli iscritti al sindacato e i contratti applicati dalle aziende. Ma l'esecutivo ha bloccato tutto. E poi viene a raccontare che ci sono privilegi e non c'è rappresentanza”.

I sindacati, si diceva all’inizio, non vedono con favore l’introduzione di una legge sul salario minimo. E hanno avuto occasione di esprimere tutte le proprie perplessità nell’audizione in Commissione Lavoro al Senato che si è tenuto il 12 marzo scorso. “Una norma di legge che si proponga di fissare un salario minimo orario legale per tutti i lavoratori dipendenti deve innanzitutto stabilire il valore legale dei trattamenti economici complessivi previsti dai contratti collettivi nazionali di lavoro”, si legge nella memoria consegnata ai parlamentari. Il motivo di questa preoccupazione è chiaro: l’introduzione del salario minimo “potrebbe favorire una fuoriuscita dall’applicazione dei contratti, rivelandosi così uno strumento per abbassare salari e tutele dei lavoratori. Un rischio che si fa maggiormente concreto stante la diffusa struttura di piccole e medie imprese presenti nel tessuto economico italiano”. Insomma: un numero elevato di aziende potrebbe cogliere quest’occasione per disapplicare il contratto di riferimento e adottare il salario minimo, rimanendo in questo modo perfettamente in un ambito di legalità. Ciò comporterebbe per i sindacati confederali “un fortissimo disincentivo al rinnovo di alcuni contratti nazionali relativi a settori ad alta intensità lavorativa, a basso valore aggiunto e a forte compressione dei costi”.

Manifestazione antimafia del 21/3 a Brindisi, aderisce la Cgil Puglia

Mar, 19/03/2019 - 17:52

La Cgil Puglia, "in continuità con l’impegno costante per la legalità e contro tutte le mafie che ne caratterizza l’operato, aderisce alla manifestazione regionale promossa dall’associazione Libera che si svolgerà a Brindisi il 21 marzo, con partenza alle ore 9.00 dal tribunale, per ricordare tutte le vittime innocenti uccise dalla criminalità organizzata". E' quanto si apprende da un comunicato del sindacato. “La battaglia per la legalità non può che vederci schierati in prima linea – commenta il segretario generale della Cgil Puglia, Pino Gesmundo –. Si tratta di contrastare fenomeni che soffocano la società e l’economia e da cui si potrebbero ricavare, se efficacemente combattuti, quasi 5 miliardi e mezzo di euro l’anno solo nella nostra regione, come attesta uno studio che abbiamo condotto. I 70 atti di intimidazione contro pubblici amministratori pugliesi sono dimostrazioni lampanti della forza di queste organizzazioni che non temono di agire alla luce del sole".

"Non è sufficiente – conclude – un adeguato apparato repressivo, che pure ad oggi manca e che si vorrebbe ulteriormente indebolire colpendo la legge contro il caporalato e il codice degli appalti. Le mafie si sconfiggono facendo terra bruciata intorno a loro, sottraendo le persone dal ricatto a cui sono sottoposte, tramite diritti e lavoro, e restituendo la dignità ai tanti, troppi, che oggi sono sfruttati dalle economie illegali poiché vedono in esse l’unica opportunità di sostentamento possibile. Occorre rafforzare la rete di antimafia sociale composta da istituzioni, associazioni e mondo del lavoro che quotidianamente lavora sul campo per opporsi al fenomeno.”

Dopo la manifestazione e la lettura dei nomi delle vittime, Gesmundo interverrà al dibattito “Ambiente, Lavoro, Sviluppo” che si terrà alle 14.30 presso il salone di rappresentanza della Provincia di Brindisi.

Ariccia (Rm), il 20 marzo la protesta delle mense scolastiche

Mar, 19/03/2019 - 17:51


Domani, a partire dalle ore 10, saremo sotto il comune di Ariccia per manifestare insieme alle lavoratrici e ai lavoratori che operano all’interno delle mense scolastiche comunali". Così, in una nota, la Filcams Cgil di Roma e del Lazio. "Queste persone - continua la nota - non percepiscono lo stipendio da due mesi. Nello scorso gennaio avevamo già evidenziato un ritardo nell’erogazione dello stipendio di dicembre 2018, ma dopo aver dichiarato uno stato d’agitazione e a seguito di un incontro con la Comune di Ariccia la Ala Service Coop si era impegnata a pagare entro il 20 febbraio la mensilità di dicembre. A oggi i lavoratori hanno ricevuto solo il pagamento della prima settimana di marzo, mentre mancano all’appello gli stipendi di gennaio e febbraio 2019".

Il sindacato quindi prosegue: "Alla luce di tutto questo, il comune di Ariccia, invece di sollecitare l’azienda a effettuare i pagamenti, si scaglia contro il sindacato, contestando lo sciopero indetto per la giornata di domani e schierandosi di fatto contro chi da due mesi lavora gratis e dalla parte dell’azienda che non eroga gli stipendi. Ricordiamo inoltre che l’erogazione dei pasti nelle mense scolastiche non risulta dal contratto nazionale come 'servizio pubblico essenziale' e che i capitolati d’appalto non derogano in alcun modo le leggi all’interno dei ccnl di riferimento".

Filcams Emilia Romagna, Paolo Montalti eletto segretario generale

Mar, 19/03/2019 - 17:49

Si è tenuta oggi a Rimini l'Assemblea generale della Filcams Cgil dell'Emilia Romagna, alla presenza di Luigi Giove, segretario generale Cgil ER e di Maria Grazia Gabrielli, segretaria generale Filcams nazionale.

Paolo Montalti è stato eletto segretario generale della categoria dei lavoratori/trici del commercio, turismo e servizi con il 95% dei voti favorevoli. Subito dopo si è svolta l'elezione della segreteria regionale, anch'essa eletta con il 95% dei voti. Entrano Chiara Ferrari e Emiliano Sgargi.

Paolo Montalti è nato a Cesena il 21 dicembre 1964, diplomato. Dopo alcune esperienze lavorative stagionali nel turismo, nel 1986 è stato assunto da ARCA Alimentari SpA con contratto a termine, poi nel 1987 con contratto di formazione lavoro. ARCA è un'azienda cesenate della grande distribuzione che oggi ha una rete di vendita a marchio A&O, Famila e C+C. Nel 1996 è stato eletto nelle RSU. Nel 2001 è entrato nella struttura della Filcams Cgil di Cesena diventandone poi segretario generale nel novembre del 2006, fino a dicembre 2011. Da gennaio 2012 è nella struttura regionale della Filcams Cgil ER. Da marzo 2016 fino maggio 2018 ha assunto l'incarico di segretario generale della Filcams Cgil di Modena, mantenendo anche quello di componente della segreteria regionale della Filcams ER. Da giugno 2018 è rientrato nella struttura regionale.

Chiara Ferrari è nata a Parma il 29.07.1978. Laureata alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Parma nel 2004 e, già occupata in Pulixcoop Soc. Cooperativa di pulizie, diventata poi Gesin, ha conseguito nel 2009 un Master di secondo livello in Diritto del lavoro. Nel 2012 è occupata in Edp Sisem soc. cooperativa, specializzandosi nelle normative del lavoro applicate ai software paghe. Dal 2013 fa parte del Direttivo della Filcams Cgil di Parma e nel 2014 entra nella struttura della Filcams di Parma, accreditandosi, quasi contestualmente, come formatrice Filcams Cgil ER. Nel 2015 entra nella segreteria della Filcams di Parma con delega alla comunicazione territoriale e alla formazione ER, referente DMO e Farmacie.

Emiliano Sgargi è nato a Bologna il 7 febbraio 1977, diplomato. Ha iniziato il suo percorso lavorativo in Coop Adriatica nel 2002 come interinale, dopo quattro anni di contratti a termine è arrivato alla stabilizzazione a tempo indeterminato nel 2006. Nel 2004 viene eletto come delegato sindacale nel suo punto vendita e nel gennaio del 2006 inizia l'esperienza in categoria con il ruolo di coordinatore RSU della sua azienda. Nel 2009 entra nella Filcams di Bologna a tempo pieno con incarichi nei settori della cooperazione e del commercio. Nel novembre del 2011 è eletto in segreteria Filcams di Bologna, con delega – tra le altre – all'organizzazione. Nell'ottobre del 2014 diventa segretario generale della Filcams di Bologna, riconfermato per un secondo mandato nel 2018.

Alla segretaria uscente, Veronica Tagliati – eletta in segreteria della Cgil Emilia Romagna – sono andati i ringraziamenti di tutta la categoria per il lavoro svolto e i migliori auguri per l'impegno che dovrà ricoprire in futuro.

Cnhi, positivo sblocco commesse Iveco Defence

Mar, 19/03/2019 - 17:12

Si è tenuto oggi, 19 marzo, l’incontro al ministero delle Attività produttive e dello sviluppo economico su Iveco Defence Bolzano, azienda del gruppo Cnh industrial. I rappresentanti del Mise e del ministero della Difesa hanno comunicato alle organizzazioni sindacali e alla dirigenza aziendale di aver raggiunto l’intesa per lo sblocco delle commesse del gruppo. Si tratta di uno stanziamento di durata decennale, spalmato gradualmente fino al 2029. L’iter burocratico per rendere esecutivo tale accordo deve essere ancora completato, e i tempi comunicati sono di un paio mesi.

"Si tratta di una notizia positiva, speriamo che i tempi auspicati oggi non siano disattesi. Si darebbe tranquillità agli oltre 700 dipendenti di Bolzano, che dal 2016 sono in cigo e questa incertezza è durata fin troppo tempo, con il rischio d'incappare nei limiti di utilizzo degli ammortizzatori sociali che, ad oggi, troverebbero copertura fino al 2020. Bisogna ricordare che, dallo sblocco dei fondi, i tempi di reazione dell’azienda saranno lunghi, per ritornare alla piena occupazione di 13/14 mesi. Pertanto, è necessario vigilare perché l’iter comunicatoci venga completato al più presto. L’accordo è di vitale importanza anche per lo stabilimento di Vittorio Veneto, che insieme a Bolzano, produce mezzi tecnologicamente avanzati per la difesa e la protezione civile. Senza dimenticare tutto l’indotto”. Così, in una nota congiunta, Michele De Palma, segretario nazionale Fiom e Cinzia Turello, segretaria generale Fiom Bolzano.

Tv locali: sindacati, grave sospensione dei contributi pubblici

Mar, 19/03/2019 - 16:45

“La sospensione dell’erogazione del secondo acconto dei contributi pubblici alle emittenti radiotelevisive locali del 2016, pagamento già disposto lo scorso 25 febbraio, è una misura sproporzionata e dannosa". Così dichiarano in una nota unitaria le segreterie nazionali di Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilcom Uil.

“È idannosa, perché i contributi pubblici, che incidono mediamente per circa un quarto dei ricavi totali iscritti a bilancio dalle emittenti locali (79 milioni su 324 nel 2016, secondo i dati dell’osservatorio di settore), sono fermi all'erogazione del primo acconto del 2016 e ciò si sta riflettendo in modo sempre più negativo sull’andamento occupazionale e sulle condizioni economiche dei lavoratori”, prosegue il sindacato.

“Inoltre, tale misura è da considerarsi sproporzionata, anche perché con l’erogazione da parte del ministero delle Attività produttive e dello sviluppo economico del secondo acconto (40%, pari a oltre 30 milioni), resterebbe comunque un ulteriore residuo delle risorse stanziate (circa otto milioni), che, al momento, non verrebbero elargite e che invece sarebbero più che sufficienti per soddisfare le legittime istanze delle imprese, qualora fosse accolto il ricorso alla graduatoria ministeriale. Pertanto, agiremo legalmente per sbloccare l’erogazione del nuovo acconto, lasciando impregiudicati i presupposti dei ricorsi su cui dovrà pronunciarsi il giudice", annunciano i sindacati di categoria.

“Chiediamo al governo d'intervenire, affinchè il nuovo regolamento per le graduatorie, approvato dal Consiglio dei ministri il 7 agosto 2017, sia effettivamente più snello e garantire stanziamenti più rapidi così come previsto. Ad oggi, purtroppo, i contributi dovuti anche per il 2017 e il 2018 risultano non versati. Il Mise dovrebbe monitorare l’andamento occupazionale dell’intero settore, nella transizione dalla vecchia alla nuova normativa, e dovrebbe anche vigilare sulla regolarità delle retribuzioni e sul rispetto dei ccnl stipulati dalle associazioni comparativamente più rappresentative, da parte delle imprese destinatarie dei contributi pubblici”, concludono le tre sigle.

 

Lavoratori e imprese insieme in Europa

Mar, 19/03/2019 - 16:37

“Il settore bieticolo-saccarifero necessita di iniziative combinate a livello nazionale ed europeo. E’ per questo che abbiamo chiesto, trovando una risposta positiva da parte dei rappresentanti italiani, che venga riconosciuta la strategicità della filiera bieticolo-saccarifera per l’intero Made in Italy agroalimentare”. E’ quanto dichiarano congiuntamente i rappresentanti di Fai, Flai, Uila e Unionzucchero a margine degli incontri tenutisi nella giornata di oggi, martedì 19 marzo, con i rappresentanti dei Gruppi parlamentari italiani a Bruxelles. 

Per i sindacati “la Commissione Europea deve assumere le iniziative necessarie, così come già fatto in altri settori del comparto agricolo, per assicurare una corretta regolazione del mercato e la tutela occupazionale, a partire dalle proposte discusse oggi nel Gruppo di alto livello zucchero, che ci auguriamo porti risultati concreti, proponendo misure straordinarie al fine di mantenere le produzioni nazionali di zucchero anche nei Paesi mediterranei della Ue come l’Italia. Con la fine delle quote si è assistito, infatti, ad un crollo del prezzo dello zucchero con valori mai toccati prima, causato dal forte surplus produttivo europeo, principalmente di Francia e Germania, in un contesto di mercato mondiale ai minimi storici.” 

“A livello nazionale, inoltre”, proseguono i rappresentanti di Fai, Flai, Uila e Unionzucchero, “è necessario continuare con un approccio come sistema Paese, con il coinvolgimento di tutti gli stakeholders, favorendo partnership con i principali utilizzatori e con la grande distribuzione, garantendo così un adeguato approvvigionamento di prodotto”.

“In questo senso, l’impegno dei lavoratori e gli investimenti delle imprese devono trovare rapido riscontro in efficaci risposte politiche a livello europeo, pena l’impoverimento della capacità produttiva dell’intero Paese”.

Sanità privata: lavoratori in presidio e l’Aris sbarra i cancelli

Mar, 19/03/2019 - 16:20

“Un brutto gesto d'inciviltà nei confronti dei lavoratori, che protestano per un contratto negato da oltre dodici anni. Ma se pensano di spaventarci o di rimanere asserragliati dietro un cancello chiuso, si sbagliano di grosso. Questa mobilitazione crescerà ancora e non ci fermeremo fino al rinnovo dei contratti”. Così Natale Di Cola, Roberto Chierchia e Sandro Bernardini, segretari generali di Fp Cgil Roma e Lazio, Cisl Fp Lazio e Uil Fpl Roma e Lazio, dopo che stamattina un centinaio di lavoratori in presidio davanti alla sede nazionale dell’Aris, l’associazione datoriale della sanità religiosa, si sono trovati di fronte una porta sbarrata. E di ricevere i rappresentanti sindacali che chiedevano d'incontrare i vertici dell’associazione, neanche a parlarne.

“Hanno chiuso le trattative qualche settimana fa, proponendo un rinnovo a zero euro. Non basta negare salario, diritti e tutele, ora chiudono anche le porte in faccia ai lavoratori ”, denunciano i tre dirigenti sindacali. “La maschera che pretendono d'indossare di fronte a cittadini e utenti è caduta. Ecco di che pasta sono fatti gli imprenditori della sanità accreditata religiosa: dentro i profitti e fuori le professionalità, dentro i soldi e fuori i lavoratori. Una vergogna, su tutta la linea”.

“Intanto, domani saremo all’ospedale San Carlo di Nancy e il 22 marzo alla sede Aiop, l’associazione della sanità privata laica”, rilanciano i sindacalisti. “Rabbia e risentimento non si fermeranno certo con gesti come questo. Ci sono 25.000 lavoratori che pretendono il sacrosanto rispetto del diritto costituzionale alla giusta retribuzione e al contratto. Gli stessi, che da più di un decennio mandano avanti, nonostante tutto, quasi la metà dei servizi pubblici alla salute della Regione Lazio. Il tempo della pazienza è finito: contratto subito”.

 

Cgil: ricordare Marco Biagi per affermare la centralità dei diritti

Mar, 19/03/2019 - 15:54

“Il futuro del nostro Paese ha bisogno di rafforzare ed estendere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e le regole della democrazia. Anche per questo a diciassette anni dalla sua scomparsa è importante ricordare il giuslavorista Marco Biagi, ucciso a Bologna la sera del 19 marzo 2002 dalle nuove Brigate rosse. Un uomo che non si è mai sottratto al confronto e al dialogo, anche  con chi la pensava diversamente da lui”. È quanto si legge in una nota della Cgil nazionale. “Come Cgil continueremo ad essere il nemico più acerrimo di ogni forma di illegalità, di violenza e di terrorismo, senza se e senza ma, poiché - conclude la confederazione - siamo convinti che la violenza delegittimi le ragioni delle proteste civili e democratiche, come quella per i diritti dei lavoratori”.

Caporalato, una rete che si può fermare

Mar, 19/03/2019 - 15:52

Un plauso alle forze dell’ordine per l’operazione di contrasto al fenomeno del caporalato in provincia di Salerno, che ha portato all’adozione di misure cautelari nei confronti di 35 persone. Ma anche un appello alle istituzioni e all’imprenditoria affinché facciano concretamente la loro parte per debellare il fenomeno e favorire chi lavora in modo legale in agricoltura. La Cgil Salerno ha tenuto questa mattina, martedì 19 marzo, una conferenza stampa nella sede di via Francesco Manzo per chiedere di tenere alta l’attenzione sul mondo agricolo in provincia di Salerno. Un mondo pervaso dalla criminalità organizzata, nonostante l’impegno di magistratura e forze dell’ordine.

“Siamo contenti dell’esito di questa operazione, che ha messo in luce anche le denunce fatte in passato dal sindacato sulle truffe legate al decreto flussi. Un plauso – hanno detto in conferenza stampa il segretario generale della Cgil Salerno, Arturo Sessa, la segretaria generale della Flai Cgil Salerno, Giovanna Basile e il presidente dell’assemblea generale della Cgil Salerno, Anselmo Botte – va alle forze dell’ordine, perché non era facile portare avanti un’indagine così complessa senza denunce che aiutassero a ricostruire il percorso truffaldino. Ma – avverte la Cgil Salerno - non ci dobbiamo fermare alla fase repressiva, che da sola non è sufficiente a sconfiggere il fenomeno del caporalato. Le istituzioni, i Comuni, facciano la loro parte perché l’illegalità si combatte tutti insieme. Le aziende che ricorrono ai caporali fanno concorrenza sleale”.

Tra le proposte rilanciate dal sindacato, l’attivazione del collocamento e del trasporto pubblici in agricoltura, in collaborazione con i Comuni e le aziende agricole, insieme all’istituzione di un comitato provinciale contro il caporalato e il lavoro irregolare. “Occorre sinergia tra istituzioni, imprenditori, associazioni datoriali e organizzazioni sindacali – ha ribadito la Cgil Salerno – per contrastare un fenomeno che, anche dalla recente inchiesta, risulta diffuso, ramificato, radicato e pericoloso, pur rappresentando soltanto la punta dell’iceberg”. La Cgil Salerno chiede poi di avviare una riflessione sulla possibilità di utilizzare correttamente i fondi europei attraverso progetti condivisi tesi all’emersione del fenomeno. Secondo il sindacato, sono a disposizione 25 milioni di euro. La Cgil ha poi rilanciato l’idea di “un marchio etico e di qualità per i prodotti agroalimentari della Piana del Sele”. “Istituzioni e aziende sane – hanno concluso Sessa, Basile e Botte - si mettano in gioco per ridare legalità al settore”.

Nel corso della conferenza stampa sono stati illustrati anche i dati di un dossier elaborato da Cgil e Flai sul fenomeno del lavoro nero in agricoltura. Secondo i dati elaborati dal sindacato, la forza lavoro impiegata in agricoltura nella Piana del Sele è costituita in stragrande prevalenza da lavoratori migranti (si calcola che su 27 mila lavoratori agricoli, il 50% dei braccianti sia di origine straniera). Alla sostituzione di manodopera è seguita anche quella dei caporali che oggi sono esclusivamente stranieri. I caporali etnici hanno caratteristiche che li differenziano da quelli nostrani, soppiantati ormai da tempo, perché hanno arricchito il loro bagaglio delinquenziale con un nuovo elemento criminale. Infatti, oltre alla intermediazione di manodopera, al sottosalario, al lavoro nero, al controllo dei ritmi di lavoro, gestiscono anche la fase degli ingressi e sono diventai uno dei punti cardine della tratta di esseri umani. Non tutte le etnie si comportano allo stesso modo in questa attività criminale.

I caporali marocchini si avvalgono del decreto flussi riservato ai lavoratori stagionali emanato ogni anno. In questo caso i caporali sono l'anello di congiunzione tra i migranti che aspirano all'ingresso e le aziende agricole. Per ogni ingresso il costo della tangente si aggira intorno ai 7-10 mila euro. Spesso, se non sempre, i migranti subiscono una vera e propria truffa, in quanto il rapporto di lavoro non si perfeziona e di conseguenza neppure la regolarizzazione, alimentando in questo modo il proliferare dei migranti irregolari.

I lavoratori indiani, pakistani e ucraini si affidano invece a dei leader connazionali che controllano le comunità insediate nel territorio e che si avvalgono, per i nuovi ingressi e relativo permesso di soggiorno, di avvocati e consulenti locali compiacenti. Nel mese di aprile 2015 sono finiti agli arresti domiciliari due avvocati che operano nella Piana del Sele, su disposizione della Procura di Brescia, con l'accusa di favoreggiamento all'immigrazione clandestina e compravendita di falsi contratti di lavoro. I due si avvalevano anche di un'agenzia di consulenza per stranieri e altri indagati appartenenti alle comunità di origine indiana, pakistana e africana che si prestavano come rappresentanti di connazionali desiderosi di ottenere il permesso di soggiorno.

I lavoratori romeni, pur essendo comunitari e quindi non bisognosi del permesso di soggiorno, sono alla mercé di una rete ramificata di autisti/caporali che promettono, in patria, rapporti di lavoro sicuri nelle fabbriche alimentari, alloggi decenti, e che invece conducono al lavoro nei campi e a risiedere in tuguri veri e propri. Quattro anni fa un intervento dei carabinieri ha dato esecuzione all'arresto di nove indagati per associazione a delinquere finalizzata alla intermediazione di manodopera. I provvedimenti riguardavano cittadini romeni e italiani.

In tutti i casi, spesso si tratta di falsi rapporti di lavoro e i migranti una volta arrivati restano abbandonati a loro stessi e a caporali senza scrupolo che spesso li privano dei documenti. È qui la loro riduzione in schiavitù: nella difficoltà di liberarsi da questi criminali dopo aver sborsato cifre ingenti. E la riduzione in schiavitù rende sempre più dinamici i caporali. “Fermare la tratta di manodopera – si legge nel dossier della Cgil Salerno – deve rappresentare una delle priorità nel nostro territorio, anche perché alcune aree della Piana del Sele (ad esempio la fascia pineta in località Campolongo) sono diventate terra di nessuno, dove l'illegalità è diffusa e dove lo Stato stenta a marcare la sua presenza. È per questo che la prima proposta operativa è quella di promuovere presso la Prefettura di Salerno una discussione per la formulazione di un protocollo d'intesa contro la tratta di manodopera nei luoghi di lavoro, la prevenzione e il contrasto al fenomeno dello sfruttamento della manodopera italiana e straniera, al quale devono aderire la magistratura, la polizia, gli enti locali e quelli ispettivi”.

Oggi il successo dei caporali sta nel fatto che hanno la capacità di smistare rapidamente la manodopera agricola in una rete ramificata e intricata di aziende agricole. Solo nella Piana del Sele se ne contano a migliaia. Migliaia di aziende che quasi tutte le mattine all'alba hanno esigenze di manodopera diversa per numero e per qualifica. Se un'azienda agricola decidesse di rivolgersi ad una struttura pubblica o privata per un avviamento che ha queste caratteristiche, non troverebbe nessuno in grado di soddisfare tale esigenza. Per questo la Cgil ritiene che sia questo il terreno sul quale sfidare il caporalato: “mettere in campo un'attività legale capace di soddisfare l'intricato mercato del lavoro dell'agricoltura, nella pratica: istituire opportuni dispositivi di assunzione leciti, creando un luogo pubblico, e controllato, dove si incontrino domanda e offerta di lavoro. Togliere il terreno da sotto i piedi ai caporali, altre alternative non ne vediamo – si legge nel dossier Cgil –, superare la debolezza delle istituzioni, liberare la mente da ogni timore e metterci alla testa di un sistema di attività di intermediazione legale, nella speranza di liberare dalla secolare schiavitù il lavoro agricolo”.

Come detto, il trasporto è l'altro elemento che vincola i lavoratori al caporale. Per il sindacato occorre intraprendere percorsi con gli enti locali per individuare idonee politiche per il trasporto pubblico dei lavoratori sui luoghi di lavoro, ad esempio utilizzando le "linee agricole" che in alcune regioni sono già incluse nei piani di bacino per il trasporto pubblico. “Ma ci rendiamo conto che anche il più sofisticato sistema di trasporto pubblico non sarebbe in grado di soddisfare le esigenze del contesto in cui ci muoviamo”, si legge del dossier del sindacato. I termini del problema sono molto semplici: si tratta, nella Piana del Sele, di spostare in 30 minuti, ogni mattina, circa cinquemila lavoratori per smistarli in 300-400 aziende.

Calvin Klein, addio a Milano

Mar, 19/03/2019 - 15:21

Prima annunciano una procedura di licenziamento per 45 lavoratori su 84 per poter dar luogo al rilancio dell’azienda, poi, il “rilancio” riguarda solo i numeri delle persone lasciate a casa: 84 su 84. Cioè tutti. Così, Calvin Klein storica azienda del lusso, nata a New York nel 1968, dopo aver chiuso la sede operativa di Trento nel 2017, decide di disinvestire ulteriormente sull’Italia e annuncia la cessazione definitiva delle attività della sua prima linea impattando di conseguenza le sede meneghina.

Questa volta la procedura riguarda Milano, la sede di Viale Umbria. Capitale della moda, città simbolo per lo stile e per il Made in Italy, ma evidentemente non ritenuta strategica dal management del colosso americano. Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil esprimono "grave preoccupazione per la scelta aziendale annunciando fin d’ora che vi saranno iniziative a tutela delle lavoratrici e dei lavoratori". I sindacati chiedono alla dirigenza di Calvin Klein di "rivedere la decisione di uscire dal Made in Italy. Assicurano il proprio impegno affinché sia ridotto quanto più possibile l’impatto sociale di questa scelta, auspicando che l’azienda si produca nella medesima direzione a sostegno delle 84 famiglie coinvolte".

Part time ciclici: un'occasione persa

Mar, 19/03/2019 - 15:14

In vista dell’approvazione del decreto alla Camera, il provvedimento che disciplina reddito di cittadinanza e quota 100, sono stati presentati emendamenti da diversi correnti politiche, sia di governo che di opposizione, per richiedere l’adeguamento della normativa italiana a quella europea, per il riconoscimento dei periodi di sospensione dal lavoro ai fini pensionistici per i lavoratori a part time ciclico.

"Sono circa 150 mila le lavoratrici e i lavoratori di pulizie, ristorazione, ausiliariato, coinvolti, che nei periodi di sospensione dal lavoro (come chi opera negli appalti scolastici) restano a casa senza percepire alcun ammortizzatore sociale. Ma, oltretutto, non si vedono riconosciute le settimane di sospensione involontaria per il calcolo dell’anzianità contributiva, contravvenendo anche con quanto definito dalla Corte di giustizia europea, che già dal 2015 ha riconosciuto l’obbligo della contribuzione anche per i periodi di inattività per i part time con sospensione. Le diverse categorie della Cgil, tra cui la Filcams, hanno avviato ricorsi legali per tali lavoratori, vincendo le cause contro l’Inps, che non accogliendo l’orientamento assunto dalla Corte, continua a non riconoscere i diritti dei lavoratori e a sobbarcarsi le spese di giudizio", afferma in una nota la Filcams nazionale.

"Non inserendo nel decretone, gli emendamenti presentati, il governo ha perso un’altra occasione per rispettare gli impegni presi e essere coerente. In questo modo, da un lato pubblicizza la riforma quota 100 per agevolare il prepensionamento, dall’altro costringe migliaia di persone a lavorare più anni per maturare la pensione, e al contempo, continuerà a sostenere costi per spese legali anziché riconoscere un diritto ai lavoratori sancito persino dalla Corte di giustizia europea. La Filcams Cgil continuerà a sostenere questa battaglia per la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori", conclude il sindacato.

 

Part time ciclici: un'occasione persa

Mar, 19/03/2019 - 15:14

In vista dell’approvazione del decreto alla Camera, il provvedimento che disciplina reddito di cittadinanza e quota 100, sono stati presentati emendamenti da diversi correnti politiche, sia di governo che di opposizione, per richiedere l’adeguamento della normativa italiana a quella europea, per il riconoscimento dei periodi di sospensione dal lavoro ai fini pensionistici per i lavoratori a part time ciclico.

"Sono circa 150 mila le lavoratrici e i lavoratori di pulizie, ristorazione, ausiliariato, coinvolti, che nei periodi di sospensione dal lavoro (come chi opera negli appalti scolastici) restano a casa senza percepire alcun ammortizzatore sociale. Ma, oltretutto, non si vedono riconosciute le settimane di sospensione involontaria per il calcolo dell’anzianità contributiva, contravvenendo anche con quanto definito dalla Corte di giustizia europea, che già dal 2015 ha riconosciuto l’obbligo della contribuzione anche per i periodi di inattività per i part time con sospensione. Le diverse categorie della Cgil, tra cui la Filcams, hanno avviato ricorsi legali per tali lavoratori, vincendo le cause contro l’Inps, che non accogliendo l’orientamento assunto dalla Corte, continua a non riconoscere i diritti dei lavoratori e a sobbarcarsi le spese di giudizio", afferma in una nota la Filcams nazionale.

"Non inserendo nel decretone, gli emendamenti presentati, il governo ha perso un’altra occasione per rispettare gli impegni presi e essere coerente. In questo modo, da un lato pubblicizza la riforma quota 100 per agevolare il prepensionamento, dall’altro costringe migliaia di persone a lavorare più anni per maturare la pensione, e al contempo, continuerà a sostenere costi per spese legali anziché riconoscere un diritto ai lavoratori sancito persino dalla Corte di giustizia europea. La Filcams Cgil continuerà a sostenere questa battaglia per la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori", conclude il sindacato.

 

Veneto, nasce il tavolo della legalità

Mar, 19/03/2019 - 14:57

In Veneto nasce il tavolo della legalità. Questa mattina, a Palazzo Balbi, si è tenuto - su richiesta di Cgil, Cisl e Uil regionali - l'incontro con il presidente Zaia sul tema della legalità e della presenza della criminalità organizzata nel tessuto produttivo. Hanno partecipato Christian Ferrari, Segretario generale della Cgil del Veneto, Paolo Pozzobon, Segretario confederale Cisl Veneto, Gerardo Colamarco, Segretario generale della Uil del Veneto.

"Abbiamo espresso al Presidente della Regione - dichiarano i tre sindacalisti - tutta la nostra preoccupazione per l'evidente salto di qualità della presenza criminale sul nostro territorio, come dimostrano le recenti indagini della Magistratura e delle Forze dell'Ordine.  Senza una diffusa azione di prevenzione sarà impossibile sradicare dal nostro sistema economico la criminalità organizzata, ed è indispensabile per questo che tutti facciano la loro parte: le istituzioni, le forze sociali e il tessuto produttivo veneto".

Per questo i sindacati hanno proposto alla Regione di convocare gli “Stati generali del Veneto per la legalità e per il contrasto alla criminalità organizzata”, affinché sia approntato un piano strategico che preveda misure concrete a partire dai settori più esposti: la logistica, l'agricoltura, l’edilizia e le costruzioni, il sistema degli appalti, il ciclo dei rifiuti, il sistema del credito.

Per i sindacati il primo passo da compiere è una "vera e propria indagine conoscitiva che faccia emergere le reali dimensioni di questi fenomeni. Un'altra azione decisiva è la sensibilizzazione dei cittadini e, in particolare, delle nuove generazioni a una cultura della legalità, della solidarietà, della dignità del lavoro. A questo proposito, la Giornata della Memoria e dell'Impegno, che vedrà a Padova la piazza principale di una mobilitazione che coinvolgerà tutto il Paese il prossimo 21 marzo, rappresenta un appuntamento che va colto come momento di svolta per tutti: Istituzioni, forze sociali, rappresentanze dell'impresa".

"Il Presidente Zaia ha risposto positivamente alle nostre richieste. Ci auguriamo – concludono i sindacalisti - che, nei tempi più rapidi, gli impegni che ha assunto si trasformino in fatti tangibili".

#EuCare, a Bruxelles la rete dei servizi per l'immigrazione

Mar, 19/03/2019 - 14:41

Una rete che connette lavoratrici e lavoratori impegnati nei servizi per l'immigrazione. Nello specifico tutti coloro che coprono lo spettro che va dal soccorso all'integrazione passando per l'accoglienza. Promossa dalla Funzione pubblica Cgil, dal sindacato spagnolo Federación de Servicios a la Ciudadanía de Comisiones Obreras (Fsc Ccoo) e da quello europeo European Federation of Public Service Unions (Epsu). Una rete che nasce, formalmente, tra le iniziative di Melilla e Palermo e che con #EuCare, l'appuntamento di Bruxelles del 18 marzo, è stata ‘presentata’ alla politica. Con una precisa richiesta di sostenerla, passando dai princìpi ad elementi concreti, e di metterla al centro della campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo.

Nella sede del Parlamento Ue – alla presenza di parlamentari come Sergio Cofferati, Elly Schlein, Elena Gentile e Cecile Kyenge – lavoratrici e lavoratori di Spagna e Italia hanno raccontato le loro esperienze, lungo la filiera dell'immigrazione. Ad aprile i lavori, e a riconoscere il lavoro (e il valore del lavoro) fatto, il parlamentare europeo, Sergio Cofferati: “Eu Care è una bella scelta, una bella intuizione. Investire nell'accoglienza vuol dire produrre un confronto tra le organizzazioni sociali e la politica per determinare rispetto nei confronti dei migranti e per chi lavora nel settore. E questa rete europea è un passo fondamentale”.

E dopo le parole di Cofferati, l'alternarsi delle lavoratrici e dei lavoratori. Per l'Italia Bashar Ibrahim, mediatore culturale in una cooperativa che si occupa di migranti a Comacchio in provincia di Ferrara; Brunella Maglione, lavoratrice della Prefettura di Pisa, impegnata nel settore immigrazione; e Deborah Rota, assistente sociale del comune di Cassano d'Adda in provincia di Milano. Interventi complementari, che hanno fatto sintesi del sistema. Come quello di Bashar Ibrahim che, lavoratore in una cooperativa sociale, ha acceso un faro sulla condizione di questi lavoratori i quali “benché molto qualificati, sono spesso assunti con contratti precari, sottopagati, eppure l'impegno è massimo nell'obiettivo accoglienza e integrazione dei migranti. Sono lavoratori versatili, sono dei professionisti e offrono grande qualità, al cospetto di scarse risorse. Ma questa motivazione, seppur forte, rischia di venire meno se non ci si occuperà delle loro condizioni di lavoro”.

Così come Brunella Maglione, dal suo osservatorio, quello della Prefettura, ha rilevato come “la nuova normativa, punto di rottura con un passato già non perfetto, rinuncia a governare il fenomeno migratorio in modo costruttivo, trasformandolo in una questione di sicurezza. Immigrazione e sicurezza vengono disciplinate nella stessa norma. Abolisce il permesso umanitario, modifica i requisiti per l'accesso allo Sprar e l'accesso ad alcuni diritti quali l'iscrizione anagrafica. Prevede procedure accelerate che si differenziano da quelle ordinarie non solo per i tempi, ma soprattutto per le garanzie, prevede di stilare un elenco di Paesi sicuri”. Una deriva che non interessa solo il nostro paese, ma che richiede un intervento europeo: “Dobbiamo restare umani. E visto il contesto dove ci troviamo, qui a Bruxelles, in questo momento di recrudescenza xenofoba, la politica europea ha il dovere di esprimersi”.

Dal canto suo Deborah Rota, impegnata nei servizi sociali, ha puntato il dito contro la semplificazione, del linguaggio e del pensiero, chiamando in causa, anche lei, la politica: “Richiediamo insomma, al prossimo Parlamento europeo, la previsione di una politica della migrazione che non sia l'insieme di interventi affastellati, in gran parte emergenziali, ma che parta da modalità anticipatorie, da un'analisi della complessità e possa fornire una pianificazione e una programmazione in grado di utilizzare al meglio le risorse. Come afferma la dichiarazione di Palermo ‘Sappiamo che l'Unione europea è basata su valori solidi per cui è necessario mobilitare i cittadini e le migliori forze della cultura e della militanza. Sappiamo bene dove questa strada può portare e non possiamo restare a guardare’”.

A tirare le fila di queste esperienze le parole di Nicoletta Grieco, responsabile dipartimento Internazionale della Fp Cgil: “Ascoltare e sostenere la rete delle lavoratrici e dei lavoratori che offrono servizi ai migranti coincide con l'impegno ad affermare un'Europa solidale, perché senza servizi, senza risorse né coordinamento non c'è integrazione né accoglienza”, ha affermato Grieco, spiegando che: “Le ragioni del lavoro coincidono con l'affermazione della solidarietà, dell'antirazzismo e della lotta alla xenofobia che dobbiamo affermare con forza in questo delicato momento storico. Le ragioni del lavoro sono talmente forti che possono spiegare a quei cittadini che sono stati colpiti gravemente dalla crisi che sono le cattive politiche economiche e non lo straniero a peggiorare le loro condizioni di vita, e così sottrarli alle sirene populiste e sovraniste”. Ma se i sindacati, i lavoratori, si ‘mettono in rete’, ora è la politica a dover assumere un impegno: “Oggi siamo qui, insieme, a chiedervi di portare avanti queste ragioni del lavoro per l'Europa che verrà, e che vorremmo fosse solidale, aperta. Un'Europa fatta di persone che lavorano ed esercitano diritti e doveri a prescindere dal loro paese di origine. L'Europa dei padri fondatori”.

Incidenti lavoro, muore operaio croato a Pordenone

Mar, 19/03/2019 - 14:09

È rimasto schiacciato da una lastra in acciaio che, per cause ancora in via di accertamento, gli è scivolata addosso durante una fase di puntellatura. L’incidente mortale sul lavoro è avvenuto nel pomeriggio di lunedì 18 marzo a Budoia (Pordenone), la vittima è l’operaio Jurica Pinta, 25 anni, nativo della Croazia ma residente a Polcenigo (Pordenone), dipendente della ditta Metalvar Italia. Il giovane era intento a saldare una lamiera da 30 millimetri, lunga circa otto metri, nell'area dell’azienda Im di Marcon Flavio, impresa di costruzioni in carpenteria pesante. L’uomo è morto sul colpo, la salma è stata trasportata all'obitorio dell'ospedale civile di Pordenone a disposizione dell'autorità giudiziaria. Il macchinario dell'azienda è stato posto sotto sequestro.

Strage Lamina, Fiom parte civile al processo

Mar, 19/03/2019 - 13:54

Il 12 febbraio scorso, nell'udienza preliminare a carico dell'imprenditore titolare della Lamina, accusato di omicidio colposo plurimo per la morte di quattro lavoratori avvenuta un anno fa, la Fiom di Milano depositò l'atto di costituzione di parte civile. Allora, la difesa chiese l’esclusione del sindacato e la Gup si riservò di decidere, rinviando l'udienza al 19 marzo. Oggi il giudice ha deciso: la Fiom è parte civile.
 
“Quando si verificano situazioni drammatiche, come quella della Lamina, noi ci costituiamo sempre parte civile. Quella di oggi è una notizia storica, che valutiamo positivamente, non perché riteniamo che il carcere sia la soluzione alle violazioni delle aziende in materia di salute e sicurezza, ma perché, in casi come questo, pensiamo siano stati lesi i diritti collettivi dei lavoratori e crediamo che ciò non possa restare impunito”, afferma Roberta Turi, segretaria generale Fiom Milano.

“Attendiamo l’esito conclusivo del processo, ma diciamo fin d’ora che un eventuale patteggiamento non è accettabile, perché affermerebbe il principio secondo cui, a fronte della morte dei lavoratori, sia sufficiente l’indennizzo per ridurre le responsabilità di chi ha determinato conseguenze tanto drammatiche”, conclude la dirigente sindacale.