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Aggiornato: 1 hour 43 min fa

Cgil-Fp Genova e Liguria, altri quattro morti in sanità

Mar, 14/04/2020 - 08:16

“Altre quattro morti fra gli operatori sanitari a Genova: un medico, un'infermiera e due operatori socio-sanitari solo negli ultimi giorni. Un tragico bollettino in Liguria che ogni giorno vede coinvolti professionisti della sanità e ospiti di strutture sanitarie”. A dirlo sono Maurizio Gualdi e Nicola Dho (rispettivamente segretario generale Fp Cgil Genova e Liguria) e Igor Magni e Fulvia Veirana (rispettivamente segretario generale Cgil Genova e segretaria Cgil Liguria).

“Da più di un mese la Cgil chiede alla Regione un cambio di passo per la tutela dei lavoratori nella sanità pubblica e privata”, spiegano gli esponenti sindacali: “Dieci giorni fa ci hanno promesso atti concreti e l'applicazione integrale del protocollo sulla sicurezza dei lavoratori del mondo della sanità nel suo complesso. Abbiamo invocato maggiore attenzione e protezione per gli operatori e per gli ospiti delle residenze protette e delle residenze sanitarie assistenziali, che sappiamo essere già in condizioni di estrema fragilità. Regione ed Alisa, anziché individuare subito procedure e strumenti efficaci, hanno iniziato uno stucchevole rimpallo di responsabilità. E nel frattempo si perdono ulteriori vite”.

I segretari Cgil e Fp di Genova e Liguria evidenziano che “dopo le diffide inviate il mese scorso agli enti gestori che non applicavano le misure di sicurezza, valuteremo di agire in giudizio anche contro le istituzioni che hanno permesso questa ecatombe”. In conclusione, dichiarano di “stringersi alle famiglie dei lavoratori deceduti, esprimendo il nostro più profondo cordoglio. Nessuno di loro vuole essere ringraziato per andare a morire da eroe, ciascuno di loro si aspetta di poter lavorare protetto e tornare dai propri cari”.

Dietro le sbarre, dentro l'epidemia

Mar, 14/04/2020 - 08:12

Diminuisce il numero dei detenuti in Italia dopo le rivolte nelle carceri agli inizi dell’emergenza Coronavirus, e si allenta la pressione causata dal sovraffollamento. Secondo i dati forniti dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, le presenze sono passate da 61.230 del 29 febbraio ai 57.137 del 6 aprile. Un calo di oltre 4 mila carcerati, che sono usciti dagli istituti di pena nel giro di un mese, da quando è scoppiata la crisi sanitaria. Ma ancora non basta. 

“Per creare condizioni di tranquillità rispetto ai rischi di contagio e quindi spazio e distanziamento fisico, si dovrebbe scendere al di sotto dei 46 mila detenuti - sostiene Patrizio Gonnella presidente dell’associazione Antigone, che insieme ad Arci, Anpi, Gruppo Abele e Cgil ha presentato una serie di proposte per superare l’isolamento, deflazionare il sistema penitenziario senza ripercussioni per la sicurezza, proteggere i lavoratori -. Altrimenti non c’è la possibilità di disporre di celle singole se ci sono persone contagiate. Alcuni istituti arrivano a un tasso di affollamento del 190 percento. E mentre ogni giorno i detenuti sentono dire alla televisione che bisogna mantenere le distanze, si ritrovano in tre persone in celle da 12 metri quadrati. Senza parlare delle condizioni igienico-sanitarie, che sono spesso precarie”.

Le proteste di marzo che hanno coinvolto 50 istituti in tutta la Penisola, hanno visto tra le conseguenze più tragiche 14 morti e diverse persone in ospedale. “Le rivolte hanno dimostrato la fragilità del nostro sistema, che abbiamo sempre denunciato - dichiara Massimiliano Prestini, responsabile nazionale per il sistema penitenziario di Fp Cgil -. Strutture inadeguate perché molto vecchie e carenze di personale: durante le rivolte si è riusciti a riportare la situazione alla normalità solo richiamando in servizio poliziotti e facendo intervenire altre forze di polizia. Come abbiamo visto, il sovraffollamento detentivo e le preoccupazioni causate dall’emergenza sanitaria possono creare un clima teso e difficile da gestire”. 

La paura, la solitudine, la disperazione, il sovraffollamento e i rischi di contagio anche per lo staff impongono risposte urgenti ed efficaci”, rincara Gonnella. Le ha chieste anche Papa Francesco scrivendo in un tweet che “dove c’è sovraffollamento nelle carceri c’è pericolo che questa pandemia finisca in una calamità grave”. Le ha chieste lo stesso Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma: servono “interventi ben più decisi”, occorre “rimuovere il più possibile gli ostacoli che non rendono agevole la concessione della detenzione domiciliare”.

Cosa che i giudici stanno facendo. La magistratura di sorveglianza, sollecitata dagli operatori penitenziari, ha iniziato ad applicare norme “sonnolenti” come l’esecuzione della pena nel domicilio, appunto, dove possibile, quando per esempio mancano due anni alla fine, o per motivi sanitari nel caso di detenuti oncologici, cardiopatici, immunodepressi, e il maggior ricorso a permessi ai semiliberi, che in questo modo possono evitare di rientrare la sera in istituto. Ad allentare la tensione ha aiutato l’improvvisa diminuzione dei reati, che ha causato una riduzione degli arresti in flagranza. Infine, le persone che escono dal carcere non vengono sostituite anche perché le procure hanno sospeso gli ordini di esecuzione delle sentenze per i condannati a piede libero. 

Nel frattempo però nelle carceri si ci si ammala di Covid-19: attualmente risultano positivi 58 detenuti, 178 poliziotti penitenziari e 5 amministrativi. Dove sono dislocati i casi non si sa con certezza, di certo è che sono a macchia di leopardo e sono concentrati nelle regioni a più alto contagio, Emilia Romagna e Lombardia. Quando si verificano, oltre a fare ricorso ai ricoveri in ospedale quando le condizioni del malato lo richiedono, si prendono i provvedimenti che le strutture e la situazione consentono: celle che da doppie o triple diventano singole nel caso di detenuti, quarantena in caserma e isolamento al domicilio per i poliziotti e gli operatori. 

Un’occasione per risolvere il problema era rappresentato dal decreto Cura Italia. Un’occasione persa. “Le modifiche introdotte e approvate in via definitiva non sono incisive, si tratta di un errore gravissimo, sulla pelle di operatori penitenziari, dei poliziotti, dei detenuti - prosegue Gonnella -. C'è bisogno di liberare 10 mila persone almeno, anche perché sono sempre più numerosi gli operatori e i poliziotti costretti a stare a casa in quanto risultati positivi. Se c'è tempo si rimedi e si prendano provvedimenti incisivi per evitare che le carceri diventino le nuove Rsa. C’è chi sostiene che in carcere si sta più sicuri e al riparo dal virus. Non è vero. Il carcere non è, come tutte le strutture affollate, il luogo dove affrontare la pandemia”. Il fatto è che gli articoli 123 e 124 del Cura Italia non modificano granché le normative esistenti. E nella pratica anche quando viene concessa la detenzione domiciliare si richiede come vincolo la sorveglianza con braccialetti elettronici, nel caso di pene da scontare superiori ai sei mesi. Peccato che la disponibilità di questi strumenti sia limitata e, con ogni probabilità, insufficiente per ridurre il sovraffollamento. 

L’allarme contagi riguarda naturalmente anche il personale che lavora nelle carceri, poliziotti e civili. C’è una carenza dei dispositivi di protezione individuale: le mascherine arrivano in quantità non sufficiente, e comunque non quelle “regolamentari” (Ffp2 e Ffp3), nel migliore dei casi vengono fornite quelle chirurgiche. C’è difficoltà nel reperire materiale igienizzante, e anche la sanificazione dei locali, dei luoghi comuni, uffici, celle, mense, è scarsa.

“Abbiamo chiesto di effettuare i tamponi o i test rapidi a tutti coloro che entrano nelle carceri, poliziotti, educatori, amministrativi, e invece vengono fatti solo in caso di presenza di sintomi - spiega Prestini del sindacato Fp Cgil -. Secondo gli studi, coloro che manifestano sintomi rappresentano un quinto di quelli che sono realmente contagiati: quindi questi 183 si potrebbero moltiplicare. Il problema delle carenze di organico si accentuerebbe in modo drammatico. Abbiamo chiesto strumenti per misurare la febbre, in alcuni istituti sono disponibili, in altri no. Abbiamo chiesto più volte, mandando anche diffide all’amministrazione, che sia applicato il protocollo che riguarda il pubblico impiego con norme e regole da adottare per prevenire contagio e favorire forme di lavoro sicuro: il capitolo carceri non è stato neppure aperto, molte delle direttive impartite a livello centrale non sono state recepite dall’amministrazione penitenziaria. Prima fra tutte, quella che favorisce lo smart working. Il sovraffollamento, lo stato in cui versa l'edilizia carceraria, la condizione dei lavoratori insieme a quella dei detenuti sono un insieme di elementi che espone a rischi non solo di contagio da virus ma anche di tensioni, come quelle registrate nelle scorse settimane”. Insomma, una bomba a orologeria a cui manca poco per esplodere, che l’amministrazione dovrebbe disinnescare quanto prima.

«Salvare profughi alla deriva nel Mediterraneo»

Lun, 13/04/2020 - 19:53

“Servono provvedimenti rapidi e in linea con il diritto internazionale per i profughi in balia del mare nel Mediterraneo”. Così il segretario confederale della Cgil nazionale, Giuseppe Massafra. “In questi giorni le operazioni di salvataggio da parte delle ong - sottolinea il dirigente sindacale - ripropongono l’esigenza di adottare procedure rapide per garantire la messa in salvo dei profughi che attraversano il Mediterraneo. A causa della pandemia non solo si è ridotto il numero delle navi civili di salvataggio, ma anche le operazioni istituzionali si sono rese più complicate, specie dopo la decisione del governo di non considerare i porti italiani porti sicuri. Tutto ciò, ancora una volta, mettendo a repentaglio la vita di uomini, donne e bambini”. “Chiediamo al governo italiano - conclude Massafra - di agevolare le operazioni di soccorso attraverso navi militari e mezzi della Croce Rossa, perché anche in tempo di crisi pandemica resta irrinunciabile conciliare il dovere di garantire la salute di tutti a terra con quello di soccorrere le vite in mare”.

Il nostro Ramadan

Lun, 13/04/2020 - 10:52

Tra pochi giorni, il 23 aprile, inizierà il Ramadan, il nome del nono mese dell’anno nel calendario lunare musulmano, che in questo dannato 2020 appare più che mai significativo. Non sono musulmano, ma le circostanze della vita mi hanno portato a praticare il Ramadan per due volte, nell’estate del 2010 e del 2011, in una comunità di villaggi del Senegal. Una scelta derivante dal vivere e lavorare in un centro di accoglienza italo-senegalese, dove i miei compagni di avventura ne seguivano rigorosamente i dettami. In particolare il guardiano del centro, con  cui condividevo la stanza, mi ha guidato alla preparazione e al rispetto delle regole del Ramadan, che sono molto semplici: in quel mese, dall’alba al tramonto, non si deve soltanto digiunare, né bere, ma niente può essere ingerito per via orale.

Per intenderci, non si può fumare nemmeno una sigaretta, o sciogliere una caramella. Per sostenere fisicamente la prova cui si è sottoposti si devono fissare dei rituali ben precisi: sveglia mezz’ora prima che sorga il sole, colazione composta da pane, burro e latte, e soprattutto da un litro e mezzo di acqua; poi, al canto del muezzin che decreta la scomparsa dell’ultimo raggio solare, è il momento di quello che in wolof, la lingua senegalese, viene chiamato ndogoula rottura del digiuno con datteri e latte, come la tradizione di Maometto insegna, accompagnata da altro pane e caffé, e un’altra bottiglia d’acqua. Infine, dopo un paio d’ore, una cena abbondante, sempre bevendo tanto, soprattutto d’estate. 

Prendendo il ritmo, e abituando il corpo con qualche giorno d’anticipo iniziando a mangiare meno e bere di più, in fondo si può fare. Naturalmente, tutto questo per chi tutto questo può permetterselo, perché c’è anche chi deve fare di necessità virtù, mangiando e bevendo quello che capita, di solito a notte fonda. Negli anni successivi ho sviluppato quello che i senegalesi stessi hanno definito un “piccolo ramadan”, nel senso che durante l’arco della giornata bevevo un litro d’acqua mangiando una mela. “Vedrai, Allah non si arrabbierà”, era il commento divertito di un amico di ampie vedute, apprezzando comunque lo sforzo dell’uomo bianco.

L’osservanza di questa prescrizione coranica mi ha consentito di guadagnarmi il rispetto dei senegalesi; e ancora oggi, anche se non sono in Senegal, in quel mese spesso mi capita di far compagnia per una settimana o due a un mio amico di origini marocchine, vicino di casa, facendo colazione insieme prima di inziare la giornata, e rompendo il digiuno davanti a un bel panorama, scambiando due chiacchiere sul mondo. Perché il Ramadan è prima di tutto un momento di condivisione e di unione, è il periodo in cui ancor di più si mangia tutti insieme, ma soprattutto è l’occasione per guardare dentro se stessi, per fare il punto della situazione dell’intero anno, per depurare corpo e mente, dando vita nella propria anima a un profondo esercizio spirituale. E così arriviamo a noi.

Il mondo occidentale non conosce, non conosce più, il tempo della pausa e della riflessione. Ora è arrivato nostro malgrado, o forse a causa nostra, e bisognerebbe cercare di utilizzarlo nel miglior modo possibile, facendo anche noi il punto della situazione, cercando di capire dove stiamo sbagliando, in ogni caso senza troppe privazioni dato che, quando torneremo a uscire, oltre al parrucchiere la professione più richiesta sarà quella del dietologo, altro che digiuno. Un ragionamento anche in questo caso valido per chi può permettersi di decidere cosa mangiare a pranzo e cena, sotto un confortevole tetto, perché stando tutti a casa in stato di emergenza abbiamo dimenticato più di prima che c’è chi un tetto non ce l’ha e da mangiare nemmeno, e dunque può dedicare poco tempo ai complotti orditi dalle speculazioni finanaziarie, o al mea culpa sui disastri ambientali per la condotta irrresponsabile della rapace società contemporanea.

Che la Terra ci stia dando una bella lezione, e che la Natura si stia riprendendo gli spazi sottratti in maniera brutale dalla cosiddetta civiltà degli uomini, è una sensazione inconfessabile anche dei più ostinati detrattori di Greta Thunberg, sparita dall’orizzonte. L’aria si percepisce più pulita soltanto aprendo la finestra, i mari tornano ad essere frequentati dai loro abitanti naturali, le anatre sguazzano nella Barcaccia ferita di Piazza di Spagna, si rivedono copiose le rondini, e le splendide giornate di una surreale primavera sembrano descrivere un contrappasso talmente perfetto che neanche Dante nelle sue migliori terzine, in questi giorni di Resurrezione nei quali chi dice di credere nelle parole di Gesù Cristo (uno che di comunismo anticapitalista se ne intende) dovrebbe davvero fermarsi a riflettere un po’, tra un abbacchio e una pastiera.

Speriamo dunque di recepirla in maniera dovuta, questa lezione, per scongiurare scenari ben più preoccupanti, vale a dire ritrovarci dopo qualche tempo, un tempo in cui tutto dovesse ricominciare come nulla fosse accaduto, ad essere costretti di nuovo a chiudere, a chiuderci, per un’altra quarantena o forse più. Questo diventerebbe il nostro Ramadan, l’obbligo di fermare tutto ogni tanto per poter respirare senza mascherina, con il rischio di doverlo fare in maniera sempre più frequente, non essendo più in grado di gestire il nostro presente, incapaci di provvedere alla nostra sopravvivenza.

La costrizione, quasi per ossimoro, implica convivenza con se stessi e con gli altri, lasciando la libertà di immaginare che almeno i nostri e altrui figli, vittime incolpevoli di questo funesto passaggio storico, segnati dall’esperienza sappiano fare meglio di noi domani, sempre che noi si riesca almeno a mantenere l’oggi, tornando a considerarci come esseri umani, esseri viventi, alla ricerca di un’armonia perduta.

«Non dimenticate chi lavora in ospedale»

Dom, 12/04/2020 - 08:20

Chissà se qualche medico o infermiere si accorgerà del fatto che oggi è Pasqua. “Qui i giorni sono tutti uguali, non distingui più tra la domenica e il lunedì”. A dircelo è Gianfranco, uno dei rianimatori volontari, che il primo aprile ha lasciato la sua casa e il suo lavoro a Bari e un ospedale che non trattava i casi di Covid, per trasferirsi tre settimane al Santo Spirito di Casale Monferrato, provincia di Alessandria. Prima linea.  A sentire il suo racconto, capiamo che nella terapia intensiva del Coronavirus i momenti della settimana perdono qualsiasi connotato. Si confondono in una lunga teoria di fatica, di voci e corpi attutiti dalle armature anti contagio che scavano un solco tra volti e mani del personale sanitario e quei sudari di sofferenza e, spesso, di morte.

Mentre una parte di mondo oggi difende una normalità che gli è scivolata rapidamente tra le dita e mette in tavola l’uovo di Pasqua cercando di far finta di niente. Mentre una parte di mondo parla comprensibilmente del dopo. Mentre una parte di mondo violenta la propria umanità con la statistica e accoglie come un segnale positivo e rassicurante il calo quotidiano nel numero di morti che, da qualche giorno, è sceso di qualche centinaia. C’è questa parte di mondo, chiusa negli ospedali, per cui niente è cambiato. Sono i medici, gli infermieri e i malati, che continuano a lottare per la sopravvivenza e per i quali da metà febbraio a oggi lo scenario resta lo stesso. E non c’è notte e non c’è giorno. Per chi sta male, non c’è fine alla speranza e alla solitudine e alla sofferenza. Per chi lavora non c’è più il conforto del ritorno a casa, annullato dal terrore di portarsi dietro il virus. Non c’è riposo all’orizzonte

Gianfranco è uno di questi. Avrebbe potuto scamparla, ha scelto di esserci. E oggi vivrà l’unico giorno di sosta. Solo, nella sua abitazione provvisoria, nel silenzio composto e responsabile delle strade deserte di Casale, in questa cittadina funestata dall’amianto, che, per uno scherzo beffardo del destino, da decenni ha a che fare con polmoni pieni di liquido e malati con il respiro sempre più corto. Gianfranco oggi si trova esattamente a metà del periodo di aiuto volontario ai colleghi in grande difficoltà. In settimana lo abbiamo raggiunto al telefono, dopo averci parlato a fine marzo, quando aveva appena fatto domanda e non sapeva quale sarebbe stata la sua destinazione. È tutto intero, ci assicura appena risponde.

Qual è stato l’impatto? “È una malattia veramente strana, dovrei dire bastarda. Una malattia sconosciuta e di difficile gestione. Rispetto ai pazienti standard di rianimazione, questi sono veramente complessi – e non tutti hanno patologie in partenza – ma nonostante questo il trattamento è veramente molto complicato”. Un pugno in faccia dev’essere stato il suo arrivo. Il primo giorno di lavoro due pazienti sono morti. Quattro le vittime, nei primi cinque giorni. Tra gli intubati anche una coppia di fratelli. La terapia intensiva sempre al completo, da settimane. Tante le persone gravi di 50 anni o poco più. “La situazione è veramente molto pesante. Peggio di quanto mi aspettassi”. Ti sei pentito della scelta? “Assolutamente no. Le condizioni del personale erano allo stremo. Turni durissimi, 12 ore, anche di notte, senza tregua. Quando sono arrivato mi hanno accolto con sollievo e riconoscenza. Molti di loro non facevano un giorno di riposo da tempo. Dal punto di vista umano e professionale questa esperienza mi sta dando tantissimo”.

Tu sei uno di quelli che oggi vediamo tutto bardato nei servizi dei telegiornali? “Sì, indosso anche io la tuta bianca e posso assicurarti che è dura. Devi stare attento a come ti vesti e, ancor di più, a come ti svesti, per evitare il contagio. Perché è altamente probabile che tuta, guanti e visiera vengano a contatto con il virus. Non devi toccarti viso, bocca, occhi, c’è una procedura molto rigida da imparare e seguire”. Come ti senti, lì dentro? “Le ore sono lunghissime, ti devi adattare e si suda tantissimo. Ogni giorno, quando torni a casa, sei distrutto anche fisicamente. E poi non puoi toglierla, o almeno devi cercare il più possibile di evitarlo, perché ogni volta che ti svesti rischi di contagiarti. Quindi cerchi di non bere, di non mangiare e di non andare in bagno. Di resistere almeno le prime 4 o 6 ore”. Il suo turno, ogni giorno, è 8/20. Dodici ore in quelle condizioni, per cercare di alleviare il carico dei colleghi stremati e garantirgli tutto l’aiuto che può prima di tornare a casa il 21 aprile. Hai paura? “Per assurdo ti dico di no. È molto più pericoloso andare in giro, incontrare qualcuno al supermercato che potrebbe essere asintomatico. In ospedale non mi sento in pericolo, anzi, mi sento protetto”. 

Buona Pasqua, Gianfranco. E buona Pasqua a tutti quelli che la passeranno in ospedale. Non vi dimenticheremo. E ci auguriamo che chi continua a parlare di fase due e a cercar di capire come uscir fuori da questa terribile situazione, si ricordi quale fosse lo stato del nostro servizio sanitario nazionale quando il ciclone coronavirus ebbe inizio. Quanti lutti ci sono costati i tagli profondi. Quanti posti di terapia intensiva ci fossero. Quanti dipendenti del settore, e con quali contratti. E di quanti atti di coraggio e altruismo come quello di Gianfranco ci fu bisogno perché la nottata passasse il più in fretta e il meglio possibile.

Lavoro, usiamo la crisi per cambiare

Dom, 12/04/2020 - 08:12

Questa è, purtroppo, una Pasqua diversa da quelle che abbiamo vissuto negli ultimi anni. È per tutti noi una giornata di speranza, di riflessione, di condivisione profonda della fase difficile che I'umanità sta vivendo a causa di un nemico subdolo ed invisibile. Il nostro pensiero va a chi, in queste giornate terribili, ha perso i propri familiari, i parenti, gli amici più cari. La nostra profonda vicinanza va a tutti i medici, agli infermieri, al personale della sanità pubblica, alla protezione civile, a tutti i corpi dello Stato impegnati strenuamente per salvare le vite umane. Il nostro ringraziamento va a quei lavoratori e quelle lavoratrici, e sono tanti, che in queste ore assicurano la produzione essenziale, i servizi, la distribuzione delle merci, il consumo e il commercio, che consentono a tutti noi di continuare ad avere una vita ordinata e civile. Sono persone straordinarie che meritano un riconoscimento davvero speciale e il plauso generale di tutti gli italiani.

Il mondo del lavoro, a causa delle restrizioni che sono state assunte per le imprese e per tutto il sistema produttivo del nostro Paese, sta attraversando una fase molto dura e difficile. Non dobbiamo disperdere i sacrifici enormi, economici, sociali, familiari che con grande senso di responsabilità tutte le italiane e gli italiani stanno compiendo in queste settimane. Per questo abbiamo convenuto con il governo che non ci sono ancora le condizioni per una ripresa generale delle attività lavorative. Il sindacato c'è ed è in campo con le sue proposte, la sua grande rete solidaristica, come abbiamo fatto in altri momenti drammatici della storia del nostro Paese. Possiamo e dobbiamo utilizzare queste giornate per preparare l'Italia alle prossime fasi lavorando per la sicurezza e la salute di tutti In modo collaborativo e responsabile, ascoltando i consigli della comunità scientifica e delle istituzioni sanitarie, concordando insieme il futuro.

Tutti vogliamo che si ricominci nel massimo della sicurezza e con le necessarie garanzie perla salute, In tutti i luoghi di lavoro, nei territori, nelle città. Oggi è questa la priorità del sindacato, insieme alla salvaguardia dell'occupazione e del reddito per tutti i lavoratori. Sappiamo bene che nulla sarà come prima. Dobbiamo essere pronti a ripartire, facendo leva sul valore sociale del lavoro, della sua sicurezza, della dignità della persona. Bisogna insomma cogliere questa occasione per cambiare il nostro modello di sviluppo e ricostruire profondamente il nostro Paese che non vogliamo più sia quello di prima. Vogliamo un Paese che sappia ridisegnare l'economia basandosi, a cominciare dagli investimenti nel Mezzogiorno, sulla sostenibilità ambientale, sulle produzioni eco-compatibili, sul riassetto del territorio, sull'innovazione, la scuola, la formazione, la ricerca e la conoscenza; un Paese che ponga a fondamenta della sua azione la coesione sociale a partire dal riaffermare la centralità del lavoro, della partecipazione, dell'universalità del sistema sanitario pubblico, della qualità dei servizi sociali per gli anziani, per le famiglie, per le donne, per i giovani.

Vogliamo e ci batteremo per un'Europa nuova, solidale, orgogliosa della sua dimensione sociale, capace, con i suoi valori di libertà accoglienza e democrazia, di competere ed essere punto di riferimento nel mondo. Questo è oggi il modo con cui lavoratori e i loro sindacati vivono queste difficili giornate, preparandosi e preparando l'intero Paese alla sua rinascita, con unità, coraggio, solidarietà.

La protesta delle librerie: che senso ha riaprire senza garanzie?

Sab, 11/04/2020 - 12:50

Quando il premier Conte, durante la conferenza stampa del 10 aprile, ha annunciato la riapertura di librerie e cartolibrerie a partire dal 14 aprile, in molti avranno avuto una reazione di sollievo. Avranno pensato: ecco, un piccolo segnale che si ritorna alla normalità, o almeno che la direzione è quella, che il cammino è cominciato, e che si parte dai presìdi culturali. Non tutti l'hanno pensato, per la verità. La Filcams Cgil, il sindacato dei servizi e del terziario, l'ha definito subito un "provvedimento retorico, inutile e dannoso per la salute delle persone e dei lavoratori". “Saremmo tutti felici di poter tornare nelle librerie e i librai di riaprire. Ma è questo il momento? Ci sono le condizioni?". E poi (si chiede il sindacato): "Come si sanificheranno gli ambienti? In che modo le persone potranno arrivare nelle librerie? Si sposteranno raggiungendo il centro città? Viene definita una riapertura simbolica, un segnale al Paese di ritorno alla vita. Tutto molto bello se non fosse che le librerie non sono un simbolo, ma un luogo fisico, in cui operano lavoratori e in cui sostano i clienti". E i librai, cosa ne pensano? Oltre 150 di loro, ma il numero è destinato ad aumentare, hanno dubbi e perplessità sulla riapertura del 14 e l'hanno spiegato in una lettera aperta pubblicata su Minima&Moralia. La lettera, si legge, è "frutto del lavoro collettivo di discussione e confronto sviluppato all’interno del gruppo LED – Librai Editori Distribuzione in rete, sperando di poter contribuire a un dibattito costruttivo". L'hanno sottoscritta librai e librerie dal Sud al Nord del Paese, di grandi città e di piccoli centri. L'elenco dei firmatari è sul sito linkato. Riproduciamo a seguire il testo integrale della lettera.


***

"Il nuovo decreto preannunciato dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte prevede per il 14 aprile la riapertura delle librerie, riconosciute da più fronti come presidi sociali e luoghi essenziali per il tessuto culturale del nostro Paese.

Come libraie e librai siamo contenti di questa improvvisa attenzione al nostro lavoro, ma ci sarebbe piaciuto ci fosse stata anche prima delle misure governative per il contenimento della pandemia e, soprattutto, ci piacerebbe ci fosse dopo: se siamo dei luoghi essenziali del tessuto culturale italiano, allora sarebbe il caso che questa funzione ci fosse riconosciuta sempre e in modo strutturale, attraverso una serie di misure economiche a sostegno delle nostre attività nel quotidiano.

Mentre sono ancora in vigore misure che costringono le persone dentro casa e sospendono la mobilità, viene chiesto a noi librai e, di conseguenza ai nostri lettori, di tornare a muoverci per raggiungere le librerie.

Ci siamo adoperati tutti quanti, come cittadini prima di tutto, a rispettare le regole, a proteggere gli altri e noi stessi, ci siamo fermati e abbiamo pensato, cercando modi alternativi di continuare a fare rete, cultura e dove possibile servizio.

Ci siamo re-inventati sui canali digitali, abbiamo raccontato libri a distanza, abbiamo studiato le formule giuste per permettere ai libri di arrivare alle porte delle persone senza mettere in pericolo nessuno, abbiamo messo in atto modalità, come quella delle consegne e spedizioni a domicilio, in assenza di un contesto normativo chiaro e unitario, per non perdere il contatto con i lettori.

Se alla decisione di riaprire possono aver contribuito lettere e appelli che fanno forza sul valore e sul conforto culturale del libro, la prima domanda da porsi è: a quali condizioni? E perché tra le firme di questi appelli mancano proprio quelle dei librai?

In merito alla proposta di riaprire le librerie, molte e molti di noi nutrono una serie di dubbi e perplessità che ci piacerebbe fossero sciolti:

1. Sono state previste delle indicazioni precise per la sicurezza del nostro lavoro, come l’adozione di specifici dispositivi? E nel caso: quali? Il lavoro del libraio, infatti, prevede un tempo lungo della comunicazione verbale faccia a faccia, una pratica che, se non precisamente regolata, comporta in questo momento degli evidenti rischi di sicurezza sanitaria. Inoltre è buona abitudine di chi frequenta le librerie prendere, toccare, manipolare una gran quantità dei libri presenti sui nostri scaffali. È stata pensata una procedura per la sanificazione di libri e ambienti? Senza contare l’inevitabile ripresa dell’attività di tutti i lavoratori (corrieri, logistica, promotori ecc.) coinvolti nel funzionamento della filiera e la cui salute va tutelata al pari di quella di chiunque altro.

2. È stato considerato cosa significhi, dal punto di vista della sicurezza sanitaria, fare muovere tutti i librai e le libraie d’Italia verso i loro luoghi di lavoro, e tutti i nostri lettori in direzione delle librerie, in tempi in cui viene chiesto a tutti i cittadini italiani di restare a casa il più possibile? Andare in libreria implica che i lettori escano di casa, scendano in strada, salgano in macchina o sui mezzi pubblici, passino del tempo tra gli scaffali a maneggiare libri e a cercare dialogo e confronto con noi librai. La scelta di un libro avviene per contatto diretto, per passaggi di mano e di idee. Come gestire tutto questo?

3. Malgrado la riapertura delle librerie restano comunque in vigore le misure restrittive che limitano la libertà di movimento e circolazione delle persone. Andare a comprare un libro sarà una giustificazione valida per uscire, esattamente come andare al supermercato?

4. È stato considerato cosa significhi in merito alla possibilità di concordare sulla base dell’art. 1623 c.c una congrua riduzione dei canoni di affitto delle nostre attività, l’intervento di una disposizione che ci dà facoltà di riaprire ma a fronte di una prevedibile e consistente riduzione delle vendite? Aiutare le librerie, in quanto riconosciuti luoghi di produzione di cultura, non prevedrebbe invece la possibilità di una norma che consenta ai proprietari dei nostri locali di godere loro di un credito di imposta equivalente alla riduzione che ci accorderebbero sulle pattuizioni contrattuali relative al canone di locazione ed alle spese relative?

5. Perché non creare un fondo nazionale o una partnership con i servizi postali, simile nella premessa alle iniziative attualmente sostenute dal contributo libero degli editori, ma su finanziamento statale, per aiutare le librerie a sostenere la gestione economica delle forme alternative di vendita attualmente in atto (spedizioni fuori città, spedizioni a domicilio ecc.)?

6. In questo momento sono attive delle misure di welfare (possibilità di cassa integrazione straordinaria, accessi a contributi pubblici, agevolazioni fiscali) pensate per contribuire alla sostenibilità economica degli esercizi commerciali. Quali certezze abbiamo che queste misure verranno mantenute anche dopo la riapertura “simbolica”?

Riaprire le librerie non può essere considerato un puro gesto simbolico, ma deve essere un’azione strutturata e gestita nella sua complessità, così come dovrebbe avvenire per tutte le altre attività necessarie alla vita sociale.

Le librerie sono dei presìdi culturali che vivono costruendo relazioni, dei luoghi che hanno un peso nella creazione di comunità culturali e sociali, spazi che creano dibattiti, lavorano alla promozione e alla diffusione della lettura e della cultura in senso ampio, organizzano eventi e occasioni di confronto. Quando una libreria viene disarticolata da questo tessuto connettivo, quando non si guarda al complesso di attività che svolge e la si riduce a mero luogo di vendita delle merci non solo si tradisce il ruolo che riveste nel territorio ma si fa finta di non vedere la differenza tra consumo e fruizione, tra cliente e cittadino.

Tanti di noi hanno continuato a lavorare senza alcuna certezza di sostegno economico, ad altri non è stato possibile portare avanti il proprio lavoro nel quotidiano, ma NON abbiamo mai smesso di fare cultura: abbiamo continuato a dialogare con la nostra comunità di lettori attivando tutti i mezzi a nostra disposizione. Ora non abbiamo intenzione di esporci al solo scopo di fingere una “ripresa culturale delle anime” che ci potrà essere davvero solo quando sarà possibile la messa in sicurezza di tutti i corpi.

In mancanza di garanzie sulle richieste qui avanzate molti di noi si riservano di non riaprire comunque l’attività nemmeno dopo l’entrata in vigore del decreto, finché non sarà possibile esercitare il nostro lavoro nelle condizioni e con le tutele adeguate".

Cgil, Cisl e Uil, positive e apprezzabili scelte governo nuovo Dpcm

Sab, 11/04/2020 - 12:49

“È positivo ed apprezzabile che il Governo abbia confermato nel nuovo Dpcm la scelta condivisa con le parti sociali di continuare sulla strada delle misure restrittive per il contrasto al Covid -19, introducendo solo qualche aggiustamento in riferimento alle sole attività produttive essenziali e indispensabili”. Lo affermano in un comunicato unitario Cgil, Cisl e Uil. E ribadiscono "la necessità di continuare a dare piena attuazione al protocollo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e al contempo di dare uniformità, unificando le decisioni alla normativa nazionale e coinvolgendo le organizzazioni sindacali più rappresentative, non in una logica di deroga e allargamento, alle decisioni prefettizie in merito alle autocertificazioni delle imprese". “Occorre mettere in campo - concludono Cgil, Cisl e Uil - un’azione coordinata per garantire la necessaria sicurezza in tutti i luoghi di lavoro, con i presidi e la prevenzione sanitaria, insieme alle misure di carattere sociale ed economico per garantire una progressiva uscita dall’emergenza”.

Lavorare in sicurezza: si può fare

Sab, 11/04/2020 - 09:20

Premi per chi va a lavorare anche in tempi di Coronavirus. Ma soprattutto accordi sindacali per garantire la salute e la sicurezza dei dipendenti in tutti gli stabilimenti e per impegnare le aziende a coprire in busta paga la quota di cassa integrazione che lo Stato non versa. Il settore alimentare, aperto perché essenziale, in attività anche se a ranghi ridotti, in produzione sebbene ridimensionata, è in prima linea nella battaglia al contrasto e al contenimento della pandemia, perché garantisce con continuità i rifornimenti dei negozi e dei supermercati, e in definitiva consente che il cibo arrivi sulle nostre tavole. E in queste settimane si distingue anche per i comportamenti virtuosi.

La sicurezza prima di tutto

“Innanzitutto le aziende hanno affrontato insieme ai sindacati il tema della sicurezza - spiega Ivano Gualerzi, segretario nazionale Flai Cgil, sindacato di categoria -. In tutte le imprese e in tutti i siti produttivi siamo riusciti a ottenere la costituzione del Comitato composto dalle Rsa e Rls e dalla direzione, previsto dal protocollo firmato tra governo e parti sociali. In alcuni casi c’è voluto più tempo, in altri meno, ma per essere operativi senza indugi la norma è stata subito applicata”. Al primo posto quindi sono state messe le persone e la salute dei lavoratori. E per farlo, in molti casi è stata rallentata la produzione, alleggerito le linee, ridotto l’impegno degli stabilimenti, l’unico modo per creare le condizioni di sicurezza indispensabili per proseguire le attività. 

Calo delle produzioni

Queste riduzioni hanno coinciso nella maggior parte delle aziende con un calo degli ordini sulle produzioni, per via delle chiusure di ristoranti e trattorie, bar, gelaterie, e così via. La Barilla per esempio, ha applicato una riduzione del 50 per cento della produzione di pasta, con una rotazione delle squadre e l’introduzione di un’organizzazione diversa del lavoro. “Ma non si creda che arrivare a questi risultati sia stato una passeggiata, anzi - prosegue Gualerzi - abbiamo dovuto lavorare nel quotidiano per chiedere di aprire una discussione vera su tutto ciò che era necessario per consentire a lavoratori di andare a lavorare. Un confronto che andasse al di là delle carte e della burocrazia, con soluzioni che portassero a casa un risultato di reale sicurezza”. Soprattutto nei territori maggiormente colpiti dalla pandemia, nei momenti di picco più alto di contagi, i sindacati e le aziende si sono ritrovati a dover affrontare il problema dell’assenteismo, provocato da diversi fattori: dalle famiglie in situazioni drammatiche, colpite da malattie e lutti, alla paura di contrarre il virus, indipendentemente dalle condizioni garantite sul posto di lavoro.

Proteggere il reddito

Dopo aver salvaguardato sicurezza e produzione, si è passati quindi a proteggere il reddito dei lavoratori, il potere di acquisto delle famiglie. In che modo? Chiedendo alle aziende di coprire la quota della cassa integrazione non a carico dell’Inps, e quindi garantire a tutti i dipendenti il 100 per cento della retribuzione mensile. Un risultato significativo a fronte di una situazione così complicata, che assicura il governo e la gestione di una fase delicata senza gravare ancora di più sui lavoratori. “Abbiamo sottoscritto accordi ad hoc in Peroni, Granarolo, Ferrero, Heineken, Nestlè Italiana e Sanpellegrino, in tutti i siti - racconta Sara Palazzoli, segretaria nazionale Flai Cgil -. Gli accordi raggiunti sono segnali importanti di come le positive relazioni industriali saranno decisive per rilanciare l’economia del nostro Paese e il reddito dei lavoratori, con una rinnovata sensibilità sul tema della salute e della sicurezza”. 

E poi ci sono i bonus

Alcune aziende, poi, soprattutto grandi gruppi, hanno deciso di premiare i lavoratori presenti in fabbrica durante l’emergenza sanitaria, un riconoscimento a tutti i dipendenti che garantiscono la continuità produttiva, con un bonus o una quota percentuale della retribuzione. Peroni, Ferrero, Granarolo, Nestlè Sanpellegrino, solo per fare alcuni esempi. “I bonus, decisi unilateralmente dalle aziende hanno risonanza, anche sui media, anche perché le aziende li pubblicizzano – conclude Gualerzi della Flai -. Ma gli accordi sindacali che abbiamo chiuso e quelli stiamo discutendo vanno ben al dì là dei bonus da 3-400 euro: danno una risposta ai lavoratori che perdono salario e sono nel solco di una corretta pratica sindacale”.

L’essenzialità su un camion alimentare

Sab, 11/04/2020 - 09:18

La pandemia non può far calare un velo sulle criticità e le contraddizioni del mondo del lavoro, nella maggior parte dei casi, anzi, le amplifica, anche per coloro che hanno continuato a lavorare, tra attività essenziali e deroghe, nella regione più colpita dal Covid-19, la Lombardia. Le basi di questa diffusa opinione son le storie dei lavoratori, come quella di un autotrasportatore della provincia di Milano, che ha 57 anni e conduce i camion che in Brianza portano i rifornimenti alimentari dai depositi ai supermercati. A lui benché non abbia chiesto l’anonimato, diamo un nome fittizio, Mario, perché l’esperienza che sta vivendo la condivide con molti altri lavoratori ed è quindi emblematica. Dall’inizio della pandemia Mario ha smesso di lavorare per due settimane, ma solamente perché ha deciso l’autoisolamento per un’immunodeficienza dovuta a una patologia importante. Poi il ritorno al lavoro, perché senza soldi non si vive, e Mario viene pagato a ore, e anche perché l’azienda ha bisogno del personale per effettuare i trasporti e quindi le consegne per uno dei pochi settori che hanno continuato a rimanere in piena attività nonostante le misure governative per fermare il virus. 

“Quando sono tornato a lavorare mi hanno messo a fare il secondo turno, quello notturno - ci racconta Mario - viaggiando di notte meno ho meno contatti, mentre prima lavoravo la mattina presto, mi alzavo magari alle 4 del mattino. Lavoro sempre tutti i sabati e le domeniche con un giorno di riposo durante la settimana. Mi hanno messo a disposizione mascherine e guanti e hanno sanificato la cabina del camion, poi mi hanno dato uno spray disinfettante perché la mattina il camion lo usa il mio collega. In alcuni casi so che danno mascherine usa e getta che poi i colleghi sono costretti a riciclare perché vengono forniti ogni due settimane”. Gli autotrasportatori non sono sottoposti ad alcun controllo sanitario specificoper la circostanza e Mario ha timori per la sua salute, viste anche le malattie pregresse, usa tutte le precauzioni necessarie, ma deve continuare a lavorare. Quando parte con il camion, dopo essersi recato al lavoro con la moto, aggancia il rimorchio già carico e quando arriva al punto vendita lo attacca alla ribalta, perché ora è vietato entrare nel punto vendita dei supermercati, ma qualche contatto con chi carica e scarica ci può essere.

Il suo salario ora è quasi dimezzato: “Il mio principale - dice - ha 30 camion e lavora in appalto per una grande catena di distribuzione, che, forse unica nel suo genere, paga le consegne ogni quindici giorni. Dopo la quarantena non mi fa fare nemmeno le otto ore”, ed è chiaro che sia una sorta di punizione per non essere andato al lavoro per due settimane, infatti se il problema fosse la sua sicurezza allora non si capisce perché non gli impongano lo stop anziché farlo lavorare per cinque o sei ore. La sua azienda non è ricorsa alla cassa integrazione e nemmeno ai licenziamenti, perché il lavoro c’è ed è tanto, ma altri suoi colleghi, che trasportano materiali diversi da quelli destinati al settore alimentare e farmaceutico, sono stati lasciati a casa

Mario definisce il suo contratto “stranissimo”: “Tutti i mesi la busta paga non è uguale, facevo gli straordinari e non me li sono mai trovati pagati e così ogni mese mi mancano due o tre cento. Ho chiesto spiegazioni, e mi è stato risposto che va bene così”. Lui non è il solo ad avere un trattamento di questo genere e allora perché insieme ai colleghi non rivendica i propri diritti? “Qui sono tutti somari - afferma -. Questa azienda paga puntualmente, a differenza di molte altre che hanno ritardi di uno o due mesi, e quindi nessuno dice niente perché sanno che i soldi entrano, sicuri. Io ho proposto di fare sindacato e così non mi hanno nemmeno più guardato in faccia, mi hanno isolato, e il motivo sta anche nel fatto che l’azienda ti intimorisce con il taglio delle ore, è un ricatto. Sono tanti anni che faccio l’autotrasportatore e questo settore è sempre stato losco, le aziende si arricchiscono alle nostre spalle”. 

Mario racconta che gli autotrasportatori lavorano anche 16, 17, 18 ore e che quando lui ha ricordato ai suoi datori di lavoro che questo è contro le regole, che la patente di camionista è sua e ha l’obbligo di rispettare il codice della strada, è stato additato “come una pecora nera”. “Da una parte c’è il comportamento delle aziende, dall’altro non c’è unità tra i lavoratori che continuano a subire. Si lavora oltre l’orario consentito e a volte si finisce alle dieci di sera e si ricomincia alle quattro del mattino, senza che trascorra il numero di ore di riposo previsto per legge”. Ricorda poi quando fece una vertenza per il mancato pagamento degli straordinari, la vinse, ma poi l’azienda per la quale lavorava lo mise in condizioni di andarsene. Alla fine della nostra chiacchierata Mario sembra quasi lanciare un appello e chiede che i lavoratori dell’autotrasporto siano più tutelati

La Resistenza è donna

Sab, 11/04/2020 - 08:12

L’8 settembre 1943 comincia la Resistenza al nazifascismo, una Resistenza declinata, erroneamente e per troppi anni, esclusivamente al maschile. Stando ad alcuni calcoli fatti dall’Anpi, furono 35 mila le partigiane combattenti20 mila le patriote con funzioni di supporto70 mila le donne appartenenti ai Gruppi di difesa per la conquista dei diritti delle donne5 mila circa quelle arrestate, torturate e condannate dai tribunali fascisti, più o meno 3 mila le deportate in Germania. Nei cortei del 1945, però, di donne se ne vedono poche. 

La Resistenza delle donne non è stata uguale a quella degli uomini e per molto tempo è rimasta avvolta nel silenzio.Le foto delle partigiane con il fucile oggi sembrano scontate, ma per anni non hanno circolato. “In alcuni casi, tra cui Torino - ricorda la storica Paola Zappaterra - a molte donne che avevano realmente combattuto nelle brigate partigiane in montagna venne chiesto di non sfilare. L’eco della polemica finì anche su giornali come l’Unità o Noi donne e durò anche durante i lavori della Costituente dove furono elette solo ventuno deputate. Certo, si arrivò al diritto di voto anche per le donne, ma il problema fu talmente sentito che per rintuzzare molte ritrosie di deputati maschi si usò proprio la partecipazione alle battaglie come conferma per partecipare al voto”.

Scrivono in proposito nell’introduzione al volume La Resistenza taciuta le due autrici Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina: “Dopo la Liberazione la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne. Il 6 maggio 1945 Tersilla Fenoglio (Trottolina) non poté neppure partecipare alla grande sfilata delle forze della  Resistenza a Torino. ‘Ma tu sei solo una donna!’, si sente rispondere da un compagno di lotta nell’estate del 1945 la partigiana Maria Rovano (Camilla), quando chiede spiegazioni dei gradi riconosciuti soltanto ad altri, mentre a Barge il vicario riceve il brevetto partigiano prima di lei. E Nelia Benissone (Vittoria)? Dopo aver organizzato assalti ai docks, addestrato gappisti e sappisti, lanciato molotov contro convogli in partenza per la Germania, disarmato militari fascisti per la strada, anche da sola, e dopo esser stata nel 1945 responsabile militare del suo settore, non sarà forse riconosciuta dalla Commissione regionale come ‘soldato semplice’?”.

I compiti ricoperti dalle donne sono molteplici e il loro ruolo si differenzia in base al periodo cronologico e al luogo in cui esse si trovano. Oltre che assistere i feriti e gli ammalati e contribuire alla raccolta di indumenti, cibo e medicinali, le donne partecipano portando il loro contributo alle riunioni politiche e organizzative e all’occasione sanno anche cimentarsi con le armi. Ricoprono tutti i ruoli: sono staffette, portaordini, infermiere, dottoresse, vivandiere, sarte; diffondono la stampa clandestina, trasportano cartucce ed esplosivi nella borsa della spesa, sono le animatrici degli scioperi nelle fabbriche, hanno cura dei morti.

Particolarmente prezioso è il loro compito di comunicazione: con astuzia riescono a passare i posti di blocco nemici raggiungendo la meta prefissata, prendendo contatto con i militari e informandoli dei nuovi movimenti. Atti di sabotaggio, interruzione delle vie di comunicazione, aiuto ai partigiani, occupazione dei depositi alimentari tedeschi, approntamento di squadre di pronto soccorso sono solo alcuni dei compiti portati avanti con coraggio e tenacia dalle donne, cui bisogna aggiungere anche la loro attività di propaganda politica e di informazione. Il loro contributo non si limita alle azioni dirette: le donne partecipano ai grandi scioperi del Nord, di più, li organizzano, sostituiscono i loro uomini quando chiedono pane, vestiti, carbone, migliori condizioni che mitighino la durezza del conflitto armato. E muoiono in quelle manifestazioni.

Nella Resistenza non sono moltissime le combattenti vere e proprie, ma non mancano esempi in tal senso. Elisa Oliva, comandante in Valdossola, racconterà di aver  risposto a chi le voleva togliere il comando: “Non sono venuta qua per cercarmi un innamorato. Io sono qua per combattere e ci rimango solo se mi date un’arma e mi mettete nel quadro di quelli che devono fare la guardia e le azioni. In più farò l'infermiera. Se siete d'accordo resto, se no me ne vado (...) Al primo combattimento ho dimostrato che l’arma non la tenevo solo per bellezza, ma per mirare e per colpire (…)”.

Scrive nella Enciclopedia della Resistenza Arrigo Boldrini: “Il censimento minuto ed esatto della somma dei contributi femminili alla Resistenza è impossibile proprio per il suo carattere di massa: nel corso di quei due anni vi fu la contadina che compiva chilometri a piedi in mezzo ai blocchi nazifascisti per recare i viveri a un gruppo di partigiani; vi fu la casalinga che preparava indumenti da avviare alle bande in montagna; vi fu l’operaia che nascondeva un pezzo della macchina affidatale in fabbrica affinché i tedeschi non avessero interesse a portarla via o la produzione per loro conto venisse interrotta. Moltissime di quelle donne non chiesero mai riconoscimenti e le cronache e la storia ne ignorano persino il nome. Cosicché la pure elevata cifra di 35 mila donne insignite del titolo di partigiane combattenti non rappresenta che il contingente di punta di un grandioso esercito di collaboratrici e sostenitrici della lotta”.

Dopo la Liberazione la qualifica di partigiano viene riconosciuta ‘a chi aveva portato le armi per almeno tre mesi e aveva compiuto almeno tre azioni di guerra o sabotaggio (o almeno aveva fatto tre mesi di carcere o sei mesi di lavoro nelle strutture logistiche)’. Poste così le cose, era chiaro che un grande numero di donne resistenti veniva messo fuori gioco e che salvo casi eccezionali per loro si sarebbe potuto parlare solo di contributo dato alla Resistenza.

Sono solo diciannove le donne italiane decorate con la Medaglia d’oro al valore militare tra cui quindici alla memoria. Le ricordiamo singolarmente, ringraziando attraverso di loro le tante che non hanno chiesto il riconoscimento e le tante altre alle quali esso fu ingiustamente negato: Irma Bandiera, Ines Bedeschi, Livia Bianchi, Gabriella degli Esposti in Reverberi, Cecilia Deganutti, Anna Maria Enriquez Agnoletti, Tina Lorenzoni, Ancilla Marighetto, Clorinda Menguzzato, Irma Marchiani, Norma Pratelli Parenti, Rita Rosani, Modesta Rossi Palletti, Virginia Tonelli, Iris Versari, Gina Borellini, Carla Capponi, Paola Del Din, Vera Vassalle.

La commozione dell'operaio: buona Pasqua anche a chi ci ha licenziato

Ven, 10/04/2020 - 18:41

Samuele è uno degli otto operai lasciati a casa al petrolchimico di Priolo, nel siracusano, perché la giungla degli appalti è sempre giungla anche ai tempi del Coronavirus. Dopo aver battuto in ritirata senza dare spiegazioni, la nuova ditta mente e offende: gli operai non vanno assunti perché hanno minacciato il resto del personale. Le lacrime e la rabbia di chi non si arrende. Da vedere fino alla fine.

 

«Misure urgenti per anziani e disabili»

Ven, 10/04/2020 - 18:08

Servono misure urgenti per anziani e disabili, per le persone ricoverate nelle Rsa e per i pensionati in condizioni di bisogno. Le fasce più fragili della popolazione preoccupano fortemente i sindacati dei pensionati Spi Cgil, Fnp Cisl, Uilp Uil, che hanno inviato una lettera alla ministra del Lavoro Catalfo, al ministro della Salute Speranza, al presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome Bonaccini e al presidente dell'Anci De Caro, per chiedere l'istituzione di una task force per prevenire e arginare il contagio, il coinvolgimento di sindaci, Regioni, Asl, prefetti e della Protezione civile, la distribuzione di adeguati dispositivi di protezione nelle strutture.

Tra le richieste dei sindacati dei pensionati, anche la realizzazione di tamponi a tutti gli utenti e gli operatori delle strutture, la sanificazione periodica, la dotazione di tecnologie per la comunicazione a distanza tra persone ricoverate e loro familiari, il sostegno psicologico agli anziani, ai familiari e al personale sanitario e alla continuità delle prestazioni di assistenza domiciliare integrata e sociale. Spi Cgil, Fnp Cisl, Uilp Uil hanno chiesto inoltre  il congelamento degli indebiti Inps, di natura fiscale e previdenziale, che in questa fase potrebbero provocare ulteriore ansia in quella parte di popolazione che già vive la preoccupazione di essere la più esposta all'epidemia.

Suo padre ricoverato in una rsa. «Non so quando potrò rivederlo»

Ven, 10/04/2020 - 17:23

"Non vedere da mesi il proprio papà. La paura di non essere più riconosciuta quando tutto questo finirà. La speranza di poterlo riabbracciare presto. Una testimonianza fortissima e commovente". Così lo Spi Cgil nazionale nel diffondere questo video sulla propria pagina Facebook: "Una storia – osserva il sindacato – che ci ricorda quello che stanno vivendo tantissimi parenti di anziani ospiti nelle strutture residenziali e nelle case di riposo". 

A sollevare il tema delle case di riposo è anche lo Spi Cgil di Bergamo. In città, infatti, si stima che solo a marzo siano decedute oltre 1.100 persone: praticamente è scomparso il 21 per cento degli ospiti. I picchi nelle rsa di Nembro (36,8%), Osio Sotto (33,3%), Spirano (31,6%), Clusone (30,8%)

Mentre giunge, attesa (e tardiva), la notizia della nomina da parte della Regione di una commissione che valuterà quanto sia davvero accaduto nelle rsa della Lombardia, i sindacati dei pensionati della provincia diffondono oggi i dati, pur parziali, dei decessi nelle case di riposo nel mese di marzo. Da settimane li richiedevano a Prefettura e Ats, in particolare con due lettere, una del 26 marzo e l’altra dell’8 aprile. Ora, a fornire queste cifre sono le associazioni che raggruppano le case di riposo del territorio, non l’Ats.

“Purtroppo anche in questi giorni assistiamo ad un macabro ballo sull’esatta dimensione del fenomeno nelle Rsa della provincia di Bergamo. La cifra circolata dei 600 decessi – osservano i sindacati – rappresenta forse metà dei decessi reali”.

Sindacati: oltre 400mila collaboratori sportivi senza sostegni

Ven, 10/04/2020 - 16:49

Le risorse per i collaboratori sportivi stanziate e confermate nella conversione del decreto Cura Italia sono insufficienti: pur rappresentando un primo importante segnale di attenzione nei confronti di una categoria fino a oggi invisibile, riusciranno a sostenere solo 83mila collaboratori, su una platea di oltre 500mila. Lo affermano le segreterie nazionali di Slc Cgil, Fisascat Cisl, Uilcom Uil, secondo le quali il settore degli impianti e delle attività sportive e motorie è fra i più colpiti dalla crisi e attende da tempo una modifica della legislazione che riconosca a tutti i lavoratori dello sport (dagli istruttori, ai preparatori, ai manutentori e al personale amministrativo) pieni diritti e tutele.

Per i sindacati, il ministro dello Sport e le istituzioni dovranno intervenire, anche aprendo un'interlocuzione "in considerazione delle necessarie misure che si dovranno prevedere per la ripartenza e il rilancio di un settore fondamentale per la sua funzione sociale, per la salute e il benessere dei tanti adulti e ragazzi che frequentano palestre, piscine, circoli, e che ricordiamo, rappresenta il 4 per cento del Pil nazionale".

Turismo, cultura e spettacolo, servono più risorse

Ven, 10/04/2020 - 16:36

“Più risorse al settore turismo”. I Segretari generali di Cgil, Cisl, Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, hanno incontrato in videoconferenza il ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, per discutere delle problematiche che le misure restrittive adottate per il Covid19 hanno creato nei settori della cultura, dello spettacolo e del turismo. “Tanti lavoratori svolgono lavori precari o indeterminati, assai spesso scarsamente retribuiti, privi di ammortizzatori sociali” si legge nella nota delle organizzazioni sindacali. La stessa evidenzia come le misure di sostegno al reddito recentemente approvate dal Governo non sempre diano sufficiente copertura. Cgil, Cisl, Uil hanno posto il tema dei lavoratori stagionali e intermittenti, oltre al problema della liquidità per gli enti di spettacolo. Il ministro si è impegnato a convocare, già nei primi giorni della prossima settimana, un incontro con tutte le categorie interessate. Le organizzazioni confederali chiedono che siano predisposti i necessari strumenti di tutela del lavoro e del reddito e che si individuino le condizioni necessarie, nella fase 2, ad avviare la ripresa delle attività. Il tutto senza interrompere “il processo di nuove assunzioni necessarie alla valorizzazione dei beni culturali e ponendo in campo tutte le condizioni di sicurezza a garanzia per la salute dei lavoratori e dei cittadini”.

Filcams: no alla riapertura delle librerie

Ven, 10/04/2020 - 15:53

Troppe incognite, troppi problemi, troppo alto il rischio. Diciamo no a un provvedimento retorico, inutile e dannoso per la salute delle persone e dei lavoratori". La Filcams Cgil boccia senza mezzi termini la possibilità che il governo inserisca tra le prossime aperture mirate, annunciate ieri dal premier Conte e previste dal prossimo decreto, anche le librerie e le cartolibrerie. “Saremmo tutti felici di poter tornare nelle librerie e i librai di riaprire. Ma è questo il momento? Ci sono le condizioni? – denuncia il sindacato in una nota -. Quante contraddizioni in questa retorica a cui dobbiamo invece legare altre considerazioni: come si sanificheranno gli ambienti? In che modo le persone potranno arrivare nelle librerie? Si sposteranno raggiungendo il centro città? Viene definita una riapertura simbolica, un segnale al Paese di ritorno alla vita. Tutto molto bello se non fosse che le librerie non sono un simbolo, ma un luogo fisico, in cui operano lavoratori e in cui sostano i clienti".

Un provvedimento che in definitiva stride con gli appelli lanciati per Pasqua: si impedisce di correre in un parco, di fare la scampagnata di Pasqua ma poi si permetterebbe di circolare per la città consegnando un’occasione in più per uscire e raggiungere la propria libreria preferita.

Federconsumatori: sospensione mutuo anche se stipulato da meno di un anno

Ven, 10/04/2020 - 15:52

Estesa dal governo la possibilità di sospendere il mutuo prima casa a causa del Covid-19 anche a chi lo ha stipulato da meno di un anno. Una buona notizia per i cittadini in difficoltà che, prima di questa deroga straordinaria che durerà nove mesi, non potevano godere di queste agevolazioni.

“L’accesso al Fondo è previsto per i titolari di un mutuo fino a 250mila euro – ricorda Federconsumatori -, contratto per l'acquisto della prima casa, che potranno beneficiare della sospensione per 18 mesi del pagamento delle rate al verificarsi di situazioni di temporanea difficoltà”. Il Fondo di solidarietà per i mutui prima casa che già esisteva e che nel corso dell’emergenza Covid-19 opera con criteri di accesso facilitati, è stato rifinanziato con 400 milioni di euro. L’articolo 54 del decreto “Cura Italia”, ha ampliato la platea dei beneficiari: i lavoratori che hanno subito una sospensione o una riduzione dell’orario di lavoro per un periodo di almeno 30 giorni (cassa integrazione o altri ammortizzatori); i lavoratori autonomi e liberi professionisti (per un periodo di nove mesi dall’entrata in vigore del decreto n. 18/2020) che hanno registrato in un trimestre successivo al 21 febbraio una riduzione del fatturato superiore al 33 per cento rispetto all’ultimo trimestre 2019, in conseguenza della chiusura o della restrizione della propria attività.

Rimangono invariate le casistiche di “temporanea difficoltà economica” previste in precedenza per l’accesso al Fondo: la cessazione del rapporto di lavoro subordinato; cessazione dei rapporti di lavoro “atipici”; morte o riconoscimento di handicap grave di un titolare del mutuo, ovvero di invalidità civile non inferiore all'80%. Per poter richiedere ed ottenere la sospensione del mutuo, il cittadino deve presentare la domanda alla banca, compilando un modulo ad hoc.

Pasqua e Pasquetta: chiusi, ma non troppo

Ven, 10/04/2020 - 15:41

"Ieri ho letto che i sindacati hanno fatto una richiesta alla Regione per chiudere i supermercati nei giorni festivi. Vi volevo dire che dove lavoro io domenica abbiamo aperto e secondo me saremo aperti anche a Pasquetta. Spero davvero che voi sindacati riusciate a fare qualcosa per tutelare noi lavoratori nei giorni festivi”. Questo messaggio firmato da una lavoratrice (che subito dopo chiede di restare anonima) è uno dei tanti che in questi giorni arrivano via Facebook o per email alle varie Cgil sparse per l'Italia. È mai possibile - si chiedono migliaia di lavoratrici e lavoratori - che in questa situazione, con il governo e gli esperti che continuano a ripeterci che bisogna stare a casa il più possibile, noi dobbiamo lavorare anche a Pasqua, dando pure “una scusa”, potenzialmente a milioni di persone, per uscire anche loro di casa?

La lavoratrice del messaggio con cui abbiamo aperto l’articolo, fortunatamente, non dovrà lavorare, né a Pasqua né a Pasquetta. La sua è una delle regioni, infatti, nelle quali i sindacati hanno ottenuto la chiusura di supermercati, centri commerciali e negozi di vicinato nelle giornate di domenica e lunedì. Sono arrivate le ordinanze con le quali i presidenti di Regione (in alcuni casi anche i sindaci) decretano la chiusura obbligatoria per tutti. Ordinanze che sono andate aumentando negli ultimi giorni, fino a coprire gran parte del territorio nazionale, ma non senza clamorose eccezioni e con tanta confusione e disomogeneità.

Partiamo dal Nord: chiudono tutto Friuli Venezia GiuliaTrentino e Veneto, dove la scelta era già stata presa anche per le passate domeniche. Il Piemonte, invece, chiude a metà: il giorno di Pasqua aperture consentite fino alle 13.00. "Il presidente Cirio nella sua ordinanza di ieri sancisce che a Pasqua non si vada a messa, non si riposi, ma si faccia la spesa - attacca Fabio Favola, segretario regionale della Filcams Cgil Piemonte - Gli è mancato il coraggio di fare la scelta giusta, quella razionale. Ci pare una decisione incomprensibile.”

La Liguria fa l’opposto: chiusura a Pasqua, ma non a Pasquetta. “Non è giusto, credo che ci saremmo meritati di riposare almeno questi due giorni - dice a Rassegna Cesare Sapio, lavoratore Carrefour a Genova e delegato sindacale della Filcams Cgil - Qui sembra sempre la vigilia di Natale, c’è gente che viene a fare la spesa anche 3-4 volte al giorno, è la scusa per uscire di casa. E poi non ci sentiamo protetti, le barriere di plexiglass che hanno montato sono ridicole. E le famose sanificazioni? Con due giorni di chiusura avrebbero potuto farle, ma qui invece che rallentare si accelera: la prossima settimana saremo aperti dalle 7.30 alle 21, ma vi pare normale?”. "Il fatto è che la Regione Liguria ascolta molto Federdistribuzione e Confcommercio - spiega Giovanni Bucchioni, segretario generale della FIlcams Cgil Liguria - ma noi sappiamo che la nostra è una battaglia giusta, che ha il sostegno non solo dei lavoratori, ma anche della maggioranza dei consumatori. Ecco perché abbiamo già dichiarato sciopero anche per domenica 19, per il 25 Aprile e per il Primo Maggio: far riposare i lavoratori nei giorni festivi è l’unico modo per garantire un servizio adeguato in tutti gli altri giorni”. 

Ma il caso più eclatante è sicuramente la Lombardia, l’epicentro del contagio. La Regione del governatore Fontana è l’unica (mentre scriviamo) a non aver ancora adottato alcun provvedimento: "In questi giorni abbiamo fatto di tutto per fargli capire che chiudere i supermercati in questi due giorni di festa è una questione di buon senso, oltre che un atto di giustizia verso i lavoratori - ci dice Antonella Protopapa, segretaria della Filcams Cgil Lombardia - ma evidentemente il presidente della Regione più colpita dalla pandemia dimostra di essere più attento alle attese della grande distribuzione che alla salute di cittadini e lavoratori”. Lavoratori come Giuseppe Di Bari, che è dipendente e sindacalista dentro Esselunga: “L’azienda ha deciso di aprire la mattina di Pasquetta - ci dice - scelta che non condividiamo e stiamo per questo prendendo iniziative. Ma non è tutto, hanno anche deciso unilateralmente di aumentare l’orario, apriremo alle 7.00 anziché alle 7.30”.

Scendendo lungo lo stivale la situazione è ancora a macchia di leopardo. Emilia Romagna e Toscana chiudono per entrambi i giorni festivimentre le Marche solo per Pasqua. La Regione del governatore Ceriscioli, però, si è portata avanti, stabilendo già le chiusure per 25 Aprile e Primo Maggio. Restano a casa per due giorni anche le lavoratrici e i lavoratori di UmbriaAbruzzo (era pronto lo sciopero) e Lazio, dove sono arrivate le ordinanze regionali. “È un risultato importante, frutto della nostra pressione - ci dice Valentina Italiano, della Filcams Cgil di Roma e Lazio - l’ordinanza infatti assicura parità di trattamento per tutte le lavoratrici e i lavoratori della regione, dove diversi marchi avevano già annunciato già aperture e promozioni speciali. Siamo certi che i cittadini sapranno gestire questi due giorni di stop con pazienza e reciproca comprensione”, conclude la sindacalista. 

Infine, situazione più omogenea al Sud dove le ordinanze regionali hanno imposto la chiusura in CampaniaPugliaSicilia e Sardegna. In Basilicata sono stati i sindaci di Matera e Potenza a provvedere per primi, poi - anche su spinta dei sindacati - è arrivata la Regione, mentre la situazione è rimasta in bilico fino all’ultimo momento in Calabria. “Il risultato è arrivato in extremis - ci comunica Giuseppe Valentino, segretario della Filcams Cgil Calabria - sarà tutto chiuso a Pasqua e Pasquetta. La Giunta targata Santelli, deve però abituarsi a rispettare chi rappresenta in Calabria gli interessi di migliaia di lavoratrici e lavoratori. Non è la prima volta che anziché rispondere alle richieste della Filcams Cgil Calabria sui canali Istituzionali si preferisce usare la stampa".