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I padroni in Jaguar, le operaie licenziate in tronco

вс, 05/04/2020 - 13:10

“Levati i guanti e vatinni a casa”. È così che si licenziano le persone nella Sicilia dei pomodori pachino. Un cenno del capo, la voce indispettita del padrone, la cacciata senza appello. È accaduto sempre e accade anche oggi. Anno 2020 con una pandemia in corso e la fame di lavoro che spaventa. “Ieri pomeriggio ho ricevuto una chiamata e una richiesta di aiuto per una signora, operaia in uno dei più grandi magazzini di lavorazione dei prodotti ortofrutticoli di Vittoria”, denuncia Peppe Scifo, segretario della Cgil di Ragusa. “La donna è stata licenziata in tronco, verbalmente, direttamente dal padrone. Il motivo? Un banale disguido con il capomastro. Lei è una stagionale, contratto a tempo determinato, anche se rinnovato di stagione in stagione, ed è straniera come il 40 per cento della forza lavoro qui da noi”. Scifo sa già che le strade che si potranno percorrere per difenderla saranno poche: tanti, troppi gli strumenti di ricattabilità in mano alle imprese. Ora c’è la tutela del decreto Cura Italia che sospende i licenziamenti, ma la donna ha paura di tornare in magazzino e forse si accontenterà di recuperare solo qualche soldo. 

La incontrerò domani ma intanto posso già dire che questi che se ne vanno in giro in Jaguar, Porsche e Maserati non sono altro che patrunazzi”. Così li chiama Scifo questi imprenditori “con un altissimo e milionario volume d'affari, tra i più alti del territorio. Ricchezze e potere inversamente proporzionali alla loro cultura. Con qualche rara eccezione, questa classe imprenditoriale è priva di strumenti competitivi e competenze e ritaglia i suoi margini di profitto solo attraverso lo sfruttamento e il sottosalario, all’inseguimento di quella logica del sottocosto incentivata dalla grande distribuzione organizzata”.

È indignazione profonda quella del sindacalista siciliano che attacca anche “la politica degli ultimi trent’anni che ha finito per mettere questi personaggi al di sopra di ogni cosa, arrivando persino a rappresentare loro –  grandi e piccoli sfruttatori come i veri sfruttati”. Un capovolgimento della realtà rosso vergogna. Negli anni passati fu proprio dalla Camera del lavoro di Ragusa che partì la denuncia che sconvolse l’Italia: braccianti rumene abusate nei campi e nei letti, dai loro caporali che esercitavano così il proprio potere assoluto, padroni sul lavoro e fuori, fino a violare i corpi, fino a quell’impennata di aborti clandestini registrata tra le donne straniere in terra italiana.

Aguzzini se va male, cani da guardia quando va meno peggio. La storia che racconta oggi Scifo è la fotografia di un altro pezzo della filiera agricola: nei magazzini dove il lavoro, perlopiù femminile, “viene scandito dalle urla del capomastro che spesso ha funzione di pitbull”. In quei luoghi  non si può fiatare, parlare, non c’è spazio per il lamento, mai. Pena la denuncia al padrone che sorveglia dall’alto del suo ufficio, che tutto scruta e tutto controlla, come nelle carceri ottocentesche. “Come nel panopticon – conclude Scifo –, se scende tra le operaie è solo per umiliarle, per pronunciare quella frase: ‘levati i guanti e vatinni a casa’”.

Un colpo di Stato in nome del coronavirus

вс, 05/04/2020 - 09:22

Viktor Orban si è fatto attribuire pieni poteri senza limiti di tempo. L’Europa dovrebbe intervenire, avviando, tramite il Parlamento europeo o la Commissione o un terzo degli Stati membri, le procedure sanzionatorie previste dall’art. 7 del Trattato sull’Unione. È stato, infatti, un colpo di stato compiuto strumentalizzando una tragedia.” L’intervista al giurista Luigi Ferrajoli inizia così: cercando di analizzare quello che è accaduto nei giorni scorsi in Ungheria e lo sconvolgimento che il virus porta nel campo politico europeo. 

Come ha reagito quando ha letto le notizie arrivate dall’Ungheria ma soprattutto le reazioni dei vari leader politici?

Ho provato un brivido di spavento quando ho sentito che Salvini e Meloni, che si candidano al governo del nostro Paese, hanno condiviso quest’atto eversivo. Giorgia Meloni l’ha giustificato con il fatto che i pieni poteri di Orban sono stati conferiti dal Parlamento ungherese e li ha paragonati a quelli esercitati con i suoi decreti dal nostro Presidente del Consiglio. Meloni dimentica che anche Mussolini e Hitler ricevettero pieni poteri non dal cielo ma da parlamenti ad essi asserviti. Quanto alla risposta italiana all’emergenza essa non è paragonabile non diciamo a quella ungherese, ma neppure a quella spagnola e a quella francese. La nostra Costituzione, infatti, non prevede lo stato d’eccezione, dichiarato invece in Spagna e Francia dove è previsto, sia pure con rigidi limiti di tempo e sotto il controllo del Parlamento, dall’art. 116 della Costituzione spagnola e dall’art. 16 della Costituzione francese. È una fortuna. Questi istituti, come l’esperienza insegna, sono pericolosissimi, a causa della genericità dei loro presupposti che lascia aperti spazi indeterminati di arbitrio nella limitazione di tutti i diritti fondamentali. A riprova della loro non necessità, la nostra Costituzione non ammette eccezioni alla democrazia. Ma questo ha ugualmente consentito le limitazioni della libertà di circolazione, della libertà di riunione e della libertà personale necessarie a limitare il contagio, sulla base dei limiti da essa imposti unicamente a queste tre libertà, la prima delle quali può essere limitata “per motivi di sanità o di sicurezza” (art. 16), la seconda “per comprovati motivi di sicurezza e di incolumità pubblica” (art. 18) e la terza mediante la quarantena disposta quale “trattamento sanitario” obbligatorio “nell’interesse della collettività” (art. 32). La sola critica che possiamo muovere alla risposta italiana riguarda l’adozione, per tali limitazioni, non solo della forma del decreto-legge, che è un atto di rango legislativo sottoposto al controllo del Parlamento e a quello preventivo di costituzionalità del Presidente della Repubblica, ma anche della forma dei decreti del Presidente del Consiglio contenenti “disposizioni attuative” dei decreti-legge governativi e da questi consentiti.

La condizione ungherese ci porta ad affrontare subito il nodo europeo. Ancora una volta, in questi mesi, l'Unione Europea pare essersi mossa in ordine sparso con le logiche nazionali prevalenti rispetto a quelle comunitarie. Pensa che ci siano margini per recuperare quello spirito originario e solidale che ha permesso all'Europa di diventare una comunità?

L’Unione Europea, di fronte a questa emergenza che è la più grave della sua storia, sta rischiando di smarrire, per la miopia di taluni Paesi membri più ricchi, la sua stessa ragion d’essere. Gli articoli 168 e 222 del Trattato sul funzionamento dell’Unione prevedono che, “per lottare contro i grandi flagelli che si propagano oltre frontiera”, “gli Stati membri coordinano tra loro, in collegamento con la Commissione, le rispettive politiche” e “l’Unione e gli Stati membri agiscono congiuntamente in uno spirito di solidarietà”. È quanto si sarebbe dovuto fare fin dall’inizio. Ma l’Unione potrebbe ancora prendere in mano la gestione della crisi, la quale richiede una risposta quanto più possibile omogenea e unitaria onde evitare che misure inadeguate e intempestive prese da taluni suoi Paesi membri finiscano per danneggiare tutti gli altri. Dovrebbe inoltre dare segni concreti del proprio ruolo, adottando tutte le misure economiche necessarie perché i suoi Paesi membri possano fronteggiare l’emergenza, inclusa l’emissione di eurobond il cui valore, quale simbolo di solidarietà, è assai più politico che economico. È in gioco, se prevarranno i contrapposti nazionalismi e sovranismi del nord e del sud, la sopravvivenza stessa dell’Unione.

Se ripercorriamo le decisioni via via assunte in queste ultime settimane dai vari leader mondiali e, in particolare dalle leadership conservatrici, cosa la colpisce di più?

L’incredibile impreparazione e irresponsabile imprevidenza rivelate da tutti i governi e la conseguente eterogeneità e frammentarietà delle loro politiche. Dopo le epidemie Sars, Ebola e Mers, questa pandemia era assolutamente prevedibile, e del resto era stata prevista fin dal settembre 2019 da un rapporto della Banca mondiale. Ma nulla è stato fatto per fronteggiarla. In vista delle guerre si fanno esercitazioni militari, si costruiscono bunker, si mettono in atto simulazioni di attacchi e tecniche di difesa. Contro il pericolo annunciato di una pandemia non è stato fatto assolutamente nulla. Il paradosso è stato raggiunto con le attrezzature sanitarie. In previsioni delle guerre si accumulano armi, carri armati e missili nucleari sempre più micidiali. Il coronavirus ci ha fatto invece scoprire l’incredibile mancanza di posti letto, di reparti di terapia intensiva, di respiratori, di tamponi e di mascherine. Ha svelato l’assurda insufficienza di medici e infermieri e la totale assenza di un’organizzazione per l’assistenza domiciliare. Ci siamo insomma accorti di essere privi, anche a seguito dei tagli irresponsabili alla sanità pubblica operati per abbassare le tasse e favorite la sanità privata, delle misure più elementari per fronteggiare il contagio. Non possiamo neppure immaginare ciò che succederà negli Stati Uniti, dove la salute è affidata alle assicurazioni private e soltanto un tampone costa qualche migliaio di dollari, o in molti paesi dell’America Latina; per non parlare dell’Africa e di gran parte dell’Asia.

Va detto però che nell'isolamento abbiamo scoperto che resiste ed è forte il comune senso dell'umanità: si pensi all'arrivo della brigata dei medici cubani in Italia, all'equipe albanese, agli aiuti giunti nel nostro Paese da Cina e Vietnam. Non tutto è perduto...

È l’aspetto positivo di questo dramma, che fa sperare in un risveglio della ragione e nella fine della stagione degli odi, dei razzismi, delle intolleranze per i diversi. È straordinario il senso di solidarietà tra le persone e tra i popoli, manifestatosi negli aiuti che avete ricordato. Per la prima volta nella storia, la tragedia che tutti ci accomuna sta forse generando la percezione di un interesse pubblico dell’umanità ben più generale di tutti gli interessi nazionali e di parte: l’interesse alla sopravvivenza del genere umano, quale unico popolo, unito dai medesimi diritti e dai pericoli comuni di catastrofi globali.

In occasione del settantaduesimo anniversario della nostra Costituzione lei è stato tra i promotori di una "Costituente terra", ovvero di un costituzionalismo globale. Cos'è la Costituzione della Terra? E a cosa può servire oggi davanti all'emergenza coronavirus e alle sue conseguenze?

A causa del suo terribile bilancio quotidiano di morti in tutto il mondo, questa emergenza ha reso più visibile e intollerabile di qualunque altra la mancanza di adeguate istituzioni globali di garanzia, che pure avrebbero dovuto essere introdotte in attuazione delle tante carte internazionali dei diritti umani. Più di qualunque altra catastrofe, essa rende perciò più urgente e, insieme, più universalmente condivisa la necessità di colmare questa lacuna. Il progetto di una Costituzione della Terra è nato l’anno scorso dalla banale consapevolezza che esistono problemi globali che non fanno parte dell’agenda politica dei governi nazionali, anche se dalla loro soluzione dipende la sopravvivenza dell’umanità: non solo le pandemie, ma anche il salvataggio del pianeta dal riscaldamento climatico, i pericoli di conflitti nucleari, la crescita delle disuguaglianze e la morte ogni anno di milioni di persone per mancanza di alimentazione di base e di farmaci salva-vita, il dramma di centinaia di migliaia di migranti ciascuno dei quali fugge da uno di questi problemi irrisolti. Si può sperare che questa drammatica pandemia, colpendo tutto il genere umano, senza distinzioni di nazionalità e di ricchezze, generi a livello di massa la consapevolezza, anche con riguardo a queste altre emergenze, della nostra comune fragilità, della nostra interdipendenza e del nostro comune destino. Questa Costituzione della Terra dovrebbe prendere sul serio le tante carte dei diritti umani di cui già dispone il nostro diritto internazionale e disegnare le loro funzioni e le loro istituzioni di garanzia primaria dei diritti e dei beni fondamentali: un servizio sanitario mondiale, o quanto meno un piano globale di emergenza in grado di affrontare le pandemie con idonee attrezzature e misure omogenee; un’organizzazione mondiale del lavoro basata sulla garanzia dei diritti fondamentali di tutti i lavoratori; l’istituzione di un demanio planetario a tutela di beni comuni come l’acqua, l’aria, i grandi ghiacciai e le grandi foreste; la messa al bando delle armi nucleari ed anche di quelle convenzionali, la cui diffusione è responsabile di centinaia di migliaia di omicidi ogni anno; il monopolio della forza militare in capo all’Onu; un fisco globale in grado di finanziare i diritti sociali dalla salute, all’istruzione, all’alimentazione di base, pur proclamati in tante carte internazionali. Non si tratta di ipotesi utopistiche. Si tratta di un salto di civiltà – lo sviluppo di un costituzionalismo globale e di una sfera pubblica planetaria nell’interesse di tutti – che forse questa epidemia riuscirà a porre all’ordine del giorno del dibattito politico come la sola risposta razionale e realistica alle grandi sfide da cui dipende il futuro dell’umanità.

Amatrice, aspettando il sole

вс, 05/04/2020 - 09:16

Ancora una volta, il tempo sembra essersi fermato. Come nell’istante successivo al terremoto che la notte del 24 agosto 2016 ha spazzato via case, storia e vite. E degli altri che sono seguiti. Qui il nuovo sisma si chiama Covid-19. Da settimane hanno chiuso esercizi che con fatica in questi tre anni avevano provato a ripartire. Ma in realtà quasi tutte le saracinesche sono giù. Come nel resto del Paese. Con l’aggravante che se sei un terremotato, aspettare è più snervante. Hai aspettato che ti assegnassero un letto. Un tetto. Quattro mura in cui ricreare una routine, da solo o con la tua famiglia. Hai aspettato che sgombrassero le macerie. Che riprendesse il lavoro. Aspetti ancora per capire cosa ne sarà di te. E nel frattempo sei ancora una volta bloccato in una casetta di legno di pochi metri quadri ad aspettare la fine di una nuova emergenza.

Ad Amatrice, se cerchi informazioni sul sito del sindacato dei pensionati della Cgil, trovi il numero di cellulare di Domenico Coletti. Il terremoto – un altro –  ha segnato la sua vita: suo nipote si trovava all’interno della casa dello studente dell’Aquila nella notte sbagliata. In questi giorni anche lui è costretto a osservare quanto accade tra i suoi concittadini. “Questa pandemia ha ributtato nella depressione l'intero territorio del cratere, in particolare ad Amatrice e Accumoli perché ci sono molte persone anziane sole e bloccate in spazi angusti. Nei giorni scorsi la caserma della Guardia di Finanza di Antrodoco è stata interessata dal virus e questo aumenta il nostro grado di preoccupazione. Per il resto siamo bloccati e nelle ultime ore è arrivata anche la neve. Con l’Auser stiamo facendo un grande lavoro insieme agli assessorati ai servizi sociali. Il nostro compito è di stare vicino alle persone sole”.

Il racconto prosegue con le parole di Walter Filippi, segretario dello Spi Cgil di Rieti, Roma Est e Valle dell’Aniene. “Nel periodo precedente era tornato un lieve ottimismo perché nonostante le difficoltà, qualcosa si stava muovendo dal punto di vista della ricostruzione. Si stavano per avviare i lavori per l'ospedale, una struttura di 40 posti letto che qui serve come il pane. Come è necessario il centro polivalente di Colle Macrone, località che ospita nelle SAE quasi 400 persone, senza un punto di aggregazione. Ora, con politica e istituzioni concentrate sull’emergenza sanitaria, qui si è fermato tutto e siamo più isolati di prima. Ad Amatrice ci sono anche enormi problemi di collegamento. Il sindacato ha aperto un tavolo con l’azienda dei trasporti per intervenire sulla frequenza delle corse e sul costo del biglietto ma adesso è tutto in forse.

Naturalmente chiediamo del lavoro. “Il problema c’era già – risponde Filippi – ma ora con le restrizioni a cui tutti sono sottoposti tutto è fermo. Qui si punta sul settore agroalimentare, sul turismo perché non ci sono industrie. Si sperava che nei giorni intorno alla Pasqua, con la bella stagione, di rimettere in moto tutto il tessuto e ora i gestori sono molto preoccupati”. Le aziende agricole intanto tentano di andare avanti, affidandosi anche alle consegne a domicilio.

Luigi e Barbara 6 mesi fa hanno inaugurato il loro agriturismo. Si chiama “La Grotta” e in molti – sui siti popolari di recensioni – assicurano che lei cucini deliziosamente. Dopo il terremoto hanno delocalizzato la loro attività e ci sono voluti tre anni per ricominciare. Luigi confessa: “Qui manca tutto. Ci sono le bestie da sistemare, bisogna dar loro da mangiare e soldi non ne entrano. Chi ha riaperto 3 anni fa grazie agli spazi costruiti dalla Regione in questo periodo ha lavorato e incassato qualcosa. Per il nostro progetto abbiamo ricevuto 350 euro al metro quadro, ci siamo rimboccati le maniche, e naturalmente abbiamo impegni da onorare per quello che abbiamo fatto in più”. La voce cambia tono mentre dice che “Peggio di così non poteva andare”. Ma Luigi e Barbara non hanno mollato dopo anni passati all’interno di una casetta su ruote e non hanno intenzione di farlo adesso. “Ora l’attività è chiusa. Abbiamo un bimbo di 6 anni e uno in arrivo. Mia moglie è seguita dagli ostetrici di Ascoli, il nostro primo figlio è nato lì. Anche l'ospedale di Rieti è lontano più di 50 Km. Non sarà facile ma piano piano supereremo anche questa”.

Intanto la Cgil prosegue la propria attività soprattutto online. “Ci scambiamo il materiale come possibile, anche attraverso le foto dei documenti – racconta ancora Walter Filippi –  per rimanere al fianco dei lavoratori. I nostri centri di assistenza fiscale e il patronato Inca stanno cercando di dare la precedenza alle pratiche più urgenti come pensioni, richieste di agevolazioni legate alla Legge 104, invalidità. Abbiamo due sedi che continuano a funzionare a Rieti e Poggio Mirteto. Così come sono operative tutte le categorie della Cgil per assicurare nelle aziende in attività l’utilizzo dei corretti dispositivi di protezione”.

Le situazioni di disagio sono molte – conclude Filippi – . Il reatino è già considerata area di crisi complessa. A questo si sono sommati gli effetti del terremoto e ora quelli causati da questa emergenza sanitaria. Ci sono numerose situazioni di cassa integrazione e in deroga, alle quali si aggiungono le sofferenze di chi fa parte di categorie più deboli, come partite IVA, precari del terzo settore, gente che ha perso il lavoro e sconta oggettive difficoltà. Sul territorio abbiamo una rete di comuni molto piccoli, quasi tutti sotto i mille abitanti e siamo al lavoro affinché si attivino al più presto gli aiuti". Aspettando il sole.

Per superare la crisi non basta il denaro

сб, 04/04/2020 - 16:02

Le risorse messe a disposizione dalla Commissione europea non sono sufficienti, anche perché non si sa ancora come verranno gestiti i 100 miliardi annunciati. Il vantaggio è che il prestito avrà un tasso d’interesse molto basso e l’utilizzo di queste risorse non sarà sottoposto a meccanismi di condizionalità, se non a politiche per il lavoro, ma non a quelle di austerità. “La questione è saltare i paletti del patto di stabilità – ci spiega Michele Raitano, economista e docente all’’Università La Sapienza di Roma -. Per i Paesi come l’Italia puoi concedere di emettere debito a dismisura, ma il problema successivo è vendere sul mercato i titoli di debito pubblico (come accadde nel 2011), perché basta qualsiasi volatilità o crisi di sfiducia per provocare una crisi di liquidità che prefigurerebbe scenari greci”. Ulteriore rischio consiste nell’instabilità politica alla quale l’Italia è da sempre avvezza e, a questo proposito, Raitano ricorda che appena prima dell’esplosione della pandemia la maggioranza di governo sembrava avere i giorni contati e anche ora le fibrillazioni interne non mancano. 

L’economista spiega quindi i meccanismi che portano a rischi per il nostro paese: “Se si emette un debito molto alto, generalmente poi si stampa moneta, ma noi siamo in un’unione monetaria e quindi non è possibile farlo, quindi si aumenta il disavanzo e lo si mette a debito. Il debito cresce di conseguenza in modo enorme, si riducono le entrate e contemporaneamente bisogna spendere le risorse, in questo modo diminuisce il Pil e, in questa situazione, si potrebbe arrivare anche a una perdita del 10 percento del Pil, visto che i tempi della pandemia non sono certi”. L’esplosione del debito all’interno di un’area euro non solidale costringere a ricorre ai mercati e a chiedere un rifinanziamento continuo, con l’innalzamento conseguente dello spread e la possibilità di un grave avvitamento.

“Per fare fronte a questi rischi - prosegue l’economista - il meccanismo Sure (il finanziamento delle politiche nazionali di supporto al reddito dei Paesi più colpiti dall'emergenza Covid-19, ndr) è un minimissmo primo passo pensato per concedere agli Stati la possibilità di indebitarsi senza però dovere sottostare ai mercati finanziati per il costo del debito. Però il passo è minimo, perché le misure hanno costi nettamente superiori per il bilancio pubblico rispetto a quello che potremo ottenere. Non sono ancora chiare le condizioni che saranno fissate per l’accordo sul prestito: è chiaro che non ci sarà una troika ad imporci che si andrà in pensione a 90 anni con 200 euro di assegno, ma gli accordi politici avranno un minimo di condizionalità. Non dimentichiamoci che l’Italia, dal ’92 in poi (fatti salvi forse un paio di anni) il bilancio primario è in attivo e bisogna uscire dal luogo comune che il nostro Paese vive al di sopra delle proprie possibilità. Quello che conta per capire la direzione politica fiscale è il bilancio primario, vale a dire le spese meno le entrate, al netto senza la spesa del debito passato, e a noi entra più di quanto spendiamo”. Quanto al dibattito sui Coronabond, Raitano dubita che le autorità europee riusciranno a intervenire con questo strumento, però nella situazione attuale, se la Bce monetizzasse, ci potrebbe essere solamente un rischio di inflazione, mentre il terrore vero è invece la deflazione. 

Sull’idea di un nuovo piano Marshall, il docente della Sapienza è dell’opinione che, partendo dall’idea che questo shock improvviso potrebbe portare a rivedere una serie di luoghi comuni, “si dovrebbe riprendere in considerazione la funzione dell’intervento pubblico in economia e capire che non si è virtuosi se si taglia la spesa per le pensioni o si lascia spazio a forme lavorative delle più estese per ridurre il costo del lavoro. Nonostante il governo abbia messo in campo misure degnissime sulla cassa integrazione estesa per tutti, ormai non si riesce a coprire l’intera platea dei lavoratori che ne hanno bisogno. Sino ad ora ci si è mossi verso la flessibilizzazione dei contratti di lavoro e la riduzione dell’intervento pubblico, con l’esito di una riduzione della capacità produttiva autonoma dello Stato (lo abbiamo visto con quanto accaduto con mascherine e guanti). Contemporaneamente c’è stata anche la revisione del sistema sanitario nazionale, con le differenze che abbiamo visto tra regioni come Lombardia e Veneto. Tutto ciò qualche lampadina dovrebbe accendersi. Quindi, ben venga un piano Marshall se vuole dire pensare a un grosso programma di investimenti pubblici in settori colpevolmente trascurati, ma la cosa è diversa se invece vuole dire che per tirare a campare ci facciamo legare mani e piedi da benefattori esterni (che benefattori poi non sono). Con la crisi dei debiti sovrani si è andati ancor di più contro intervento pubblico e il decreto Salva Italia, ricordiamolo, ha avuto come unica politica pensabile quella dei tagli del sistema pubblico e dell’austerità”. 

Torna poi in campo il rapporto tra finanza ed economia reale, perché diventa sempre più necessario avere una visione di lungo periodo, caratteristica che non appartiene certo al mondo finanziario, di sua natura speculativo, quindi con una visione di brevissimo periodo che si scontra con la logica dell’intervento pubblico. “Dobbiamo pensare che il mercato lasciato a se stesso non produce beni per la collettività - dice l’economista - mentre ci sono produzioni strategiche devono essere mantenute. Le politiche di lungo periodo guardano alle esigenze e ai bisogni dei cittadini, al loro futuro. Lo stesso vale per il mercato del lavoro, perché anziché campare sull’oggi abbassando il costo del lavoro e insieme riducendo i diritti, bisogna pensare a sistemi che tutelino maggiormente tutti quanti. In questo senso l’incertezza politica diventa clamorosa: se si va continuamente a elezioni (politiche e amministrative), tutti gli interessi sono schiacciati sul brevissimo periodo per interesse elettorale, al contrario bisogna necessariamente fare coincidere i tempi della politica con gli obiettivi di lungo periodo”. 

Venendo poi strettamente ai temi del lavoro, della precarizzazione, del sommerso, nero o grigio che sia, gli interventi emergenziali ai quali stiamo assistendo devono necessariamente sfociare in un ripensamento delle regole e a un welfare che sia a garanzia dell’intera comunità. Raitano spiega che “sino a ora ai lavoratori autonomi è stato applicato un modello basato sulla logica del ‘paghi meno tasse, ti controllo meno, però qualunque rischio è a carico tuo’, quindi ora è necessario fare un intervento su questo settore. Lo stesso per il lavoro part time, che diventa full time con le ore pagate fuori busta, e per il lavoro nero. Il dramma è come ripartire, perché se non hai una spinta forte della domanda, il rischio è che si ricominci con lavori molto precari e saltuari. In questo senso il tanto discusso reddito di cittadinanza, se rivisto, può avere un effetto positivo, perché in questa emergenza darebbe la possibilità a chi lavora in nero di iniziare un percorso che renderà più difficile il ritorno nell’economia sommersa. Sono necessarie politiche più ampie a sostegno del reddito, di lungo periodo, su base individuale, tutelando gli autonomi e andando verso la cancellazione dei contratti atipici”.

«Compriamo sottomarini e la gente muore in ospedale»

сб, 04/04/2020 - 08:14

“È un tabù. In Italia si può parlare di tutto, ma non di spese militari. Anche adesso, mentre negli ospedali mancano i letti di terapia intensiva noi facciamo affari con le armi. È vergognoso”. Gino Strada le armi le conosce bene, suo malgrado. Come il bisturi e le corsie di ospedale. Lui e lo staff di Emergency girano il mondo per riparare i danni che quelle armi procurano all’uomo. E allora proprio non comprende perché un Paese come il nostro debba continuare ad investire su strumenti di morte, quando il sistema sanitario nazionale versa in una situazione comatosa, per colpa dei tagli indiscriminati perpetrati negli ultimi anni. “Oggi tutti a lodare i medici e gli infermieri - incalza il fondatore dell’organizzazione umanitaria - ma invece di utilizzare le risorse per garantirgli sicurezza e strumenti di lavoro efficaci, il nostro governo pensa ad altro”. Strada si riferisce alla commessa, confermata due giorni fa dall’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono e resa pubblica dalla Rete italiana per il disarmo, della Marina Militare per l'acquisto di due nuovi sommergibili U-212 dal costo complessivo di 1,3 miliardi di euro. Sì, avete capito bene: milletrecento milioni.

Strada, con quella cifra si potrebbero allestire subito 1310 posti letto di terapia intensiva nella lotta contro il coronavirus. Ma come è possibile?

 

Tutti i governi hanno anteposto la spesa militare a quella sociale

È sconcertante. La ritengo una scelta irresponsabile da parte di uno Stato che invece di dare risposte alle persone che fanno fatica perfino a mangiare, spende miliardi per comprare due inutili sottomarini e mantenere il programma d'acquisto degli F35. La vera sicurezza per i cittadini è la salute non la difesa armata. Non è però una novità. Tutti i governi hanno anteposto la spesa militare a quella sociale. Se mi domanda il motivo non le so rispondere, ma è un dato di fatto: le risorse destinate all’acquisto di armamenti continuano ad aumentare mentre quelle in welfare, istruzione e sanità continuano a diminuire. È un paradosso imbarazzante.

Come è imbarazzante che nonostante ci sia il blocco delle attività non ritenute essenziali, le fabbriche di armi restano aperte...

Certo, sottovalutando il rischio che si sta facendo correre ai lavoratori di quel settore. Non capisco davvero perché debbano continuare a produrre. Se c’è una cosa che non è essenziale sono proprio gli armamenti. Bisognerebbe ricordarlo alla classe politica. Oppure bisognerebbe ricordarlo a noi stessi quando andiamo a votare.

Per questa emergenza si sta utilizzando, lo ha fatto più volte anche il premier Conte, la parola “guerra”. Lei che in guerra c’è stato e ha lavorato sotto le bombe, crede che sia una terminologia adeguata da usare in un contesto come il nostro?

A me questo tipo di linguaggio non piace. Ma, a parte la semantica, ci sono proprio delle differenze di fondo. Una su tutte: la guerra è una scelta dell’uomo, le malattie anche quelle infettive no. E poi perché usare questi termini militareschi? Perché invece di guerra non la chiamiamo sfida? Sfida scientifica, ma soprattutto sociale. Così come i medici non sono militari in trincea o eroi. Sono persone che stanno facendo il proprio dovere in condizioni difficilissime, con un senso di responsabilità e dello Stato encomiabile e a loro deve andare tutta la nostra riconoscenza. Ma anche qui siamo ad un altro paradosso: molti di quelli che oggi definiscono eroi gli operatori sanitari sono coloro che in questi ultimi anni hanno smantellato la sanità pubblica mettendo quegli stessi operatori in condizione di pericolo.

Arriviamo al punto, alla questione sanitaria. Come per gli armamenti, un altro tabù del nostro Paese è la sanità privata. Considerata un’eccellenza, nessuno la vuole toccare. Anzi ogni anno i soldi aumentano mentre il sistema pubblico è al collasso...

 

Non si può fare profitto sulle sofferenze degli altri. Occorre recuperare un’etica sociale

Sono d’accordo. Ma voglio precisarlo: io non sono contrario alla sanità privata. Sono contrario che la sanità privata venga finanziata con i soldi pubblici. Se vuole espandersi lo faccia pure, ci mancherebbe, ma non sottraendo risorse alla collettività. Non si può fare profitto sulle sofferenze degli altri. Sarebbe come se legittimassimo di andare in giro, porta a porta, a vendere mascherine a 200 euro, non si può è immorale. Ciò di cui non riesco a capacitami e che siamo riusciti a smantellare uno dei sistemi sanitari più efficienti al mondo, invidiato da tutti. Lo stiamo vedendo adesso, con l’emergenza coronavirus in corso, ma lo avevamo visto già prima e sarà così anche dopo, quando torneremo alla normalità. Occorre recuperare un’etica sociale. La verità è che il nostro sistema sanitario nazionale sta in piedi solo e soltanto grazie alla dedizione di medici e infermieri, non certo grazie alle scellerate politiche degli ultimi governi.

Ma almeno da questa brutta storia potremo imparare qualcosa? Magari che la sanità pubblica va preservata...

Sarebbe bello che comprendessimo tutti, i nostri politici in testa, che la salvaguardia della salute delle persone passa solo da una sanità pubblica e gratuita. Non a caso nelle regioni in cui si è investito nel privato e disinvestito nel pubblico ci troviamo di fronte a mortalità più elevate. La sanità come la scuola e come il lavoro sono i pilastri di una società, dare queste cose in mano ai privati credo sia un gesto suicida. Perciò non sono ottimista. Passata l’emergenza passeranno anche tutti quei bei discorsi che oggi si fanno sul valore del nostro sistema sanitario nazionale. In questo momento ai politici fa comodo dire questo, domani se lo scorderanno, come fanno sempre. Torneranno a tagliare le risorse, a non sbloccare le assunzioni dei medici e a chiudere gli ospedali. Mentre adesso li andiamo a costruire nei padiglioni della Fiera. Tutto questo è pazzesco.

A proposito di Fiera, nei padiglioni di Bergamo, grazie alla collaborazione dell'Associazione Nazionale Alpini, della Protezione civile, di Emergency e della task force di sanitari russi, avete appena realizzato un vero e proprio ospedale. I lavori sono iniziati il 24 marzo e si sono conclusi il primo aprile. Uno sforzo che ha potuto anche contare sul fondamentale, generoso e tangibile supporto di numerosissimi donatori, sia a livello locale sia nazionale. È la prova tangibile che se c’è collaborazione le cose si possono fare bene e in breve tempo?

 

A Bergamo abbiamo allestito una struttura con 72 posti in terapia intensiva e altrettanti in sub intensiva

Certo, basta solo evitare, come accade ai padiglioni della Fiera di Milano, di sparare cifre infondate su nuove postazioni solo per uno squallido gioco politico. A Bergamo abbiamo fatto i passi secondo le risorse a disposizione. La struttura, che potrà contare su 72 posti in terapia intensiva e altrettanti in sub intensiva, sarà sotto la giurisdizione dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII. Con una task force di 20 unità tra medici, infermieri e fisioterapisti. Il team di Emergency ha la responsabilità di gestire 12 postazioni. Ci sono però ancora dei problemi da risolvere. Mancano i caschi per la Cpap (la ventilazione meccanica a pressione positiva continua, ndr) e non ci sono ancora gli strumenti di protezione del personale.

Visto il lavoro sul campo di Emergency, è inutile chiederle cosa risponde a chi domanda ancora oggi, in modo strumentale: dove sono le ong?

Francamente non so perché facciano queste domande, ma le risposte non le devo dare io, basta aprire gli occhi e guardare senza pregiudizi. Parlano i fatti. Invece di perdere tempo a fare polemiche facessero anche loro qualcosa per la collettività. Invece c’è chi specula, sciacalli sempre pronti a portare avanti le proprie campagne d'odio. Questo non è il tempo delle divisioni e dei personalismi, dobbiamo unire tutte le forze sociali per perseguire un unico obiettivo comune. Mi spiace per chi invece continua a coltivare il proprio orticello. Problemi loro, non dedichiamogli altro tempo.

Passiamo ad altro, allora. Si sta cominciando a parlare della cosiddetta Fase 2. Quella in cui, superata l’emergenza, bisognerà convivere col virus e tornare pian piano alla normalità. Le chiedo, da medico, quando tutto ciò sarà possibile?

 

ll virus ha ancora troppi lati oscuri, ci vuole tempo e pazienza. E soprattutto dobbiamo fidarci di medici e scienziati

Sono sincero, è una domanda a cui non so rispondere. La comunità scientifica ha opinioni molto diverse, dettate da alcune incertezze diffuse. ll virus ha ancora troppi lati oscuri, lo si sta studiando, ci vuole tempo e pazienza. E soprattutto dobbiamo fidarci di medici e scienziati. Solo loro possono dettare i tempi. Trovo paradossale che il capo della Protezione civile organizzi cronoprogrammi e faccia previsioni sulla fine della quarantena. Con tutto il rispetto, non credo spetti a lui. Ma è emblematico di un momento in cui c'è ancora troppa confusione. Il governo decide una cosa, la regione X ne fa un’altra, la regione Y un’altra ancora. Si cambia idea ogni tre giorni. I cittadini sono spaesati. Tutti parlano senza avere credibilità. In una situazione emergenziale bisognerebbe rispettare le competenze. L’unico che dovrebbe raccontarci come stanno le cose è il ministro della Salute, invece sta zitto. Perché? Forse non ha nulla da dire e allora fa bene a tacere, ma tutto ciò è preoccupante.

Strada, concludo con una speranza, e non mi riferisco al ministro “silenzioso”. Emergency e altre ong sono in prima linea. Medici albanesi, russi, cinesi, cubani sono arrivati dai loro paesi a darci una mano. Tra le persone, seppur alle dovute distanze, si sta riscoprendo un senso civico ormai dimenticato. Pensa che tutta questa solidarietà diffusa possa resistere e far parte della nostra vita anche dopo l’emergenza?

Sto apprezzando molto l’aiuto internazionale che molti Paesi stanno offrendo all’Italia. Perché non è né dovuto né scontato. Come ho piacere constatare tutta questa ritrovata solidarietà. Non solo il mondo delle ong, delle associazioni, i sindacati ma va sottolineata soprattutto l’azione civile delle singole persone che con il loro pezzettino di aiuto quotidiano stanno impedendo il naufragio di questo Paese. Bisogna farne tesoro e ricordarcelo anche quando torneremo tutti ad abbracciarci. A quel punto non si potrà più tornare indietro. L’augurio è che questa generosità collettiva sia come un virus, stavolta positivo, che infetta ognuno di noi. E magari anche la nostra classe politica.

Verso il 25 aprile. Il partigiano Leone

сб, 04/04/2020 - 08:12

L’esule Silvio Trentin, con la moglie Beppa e i figli Giorgio e Bruno (Franca rimane in Francia), rientra in Italia dopo la caduta di Mussolini pochi giorni prima dell’8 settembre. Un viaggio verso l’Italia, visto inizialmente come qualcosa di provvisorio, che cambierà per sempre la vita di Bruno e il suo rapporto con il padre: “Da quel momento lì fino alla sua morte - afferma Trentin - io ho ritrovato mio padre da tutti i punti di vista, cioè si è costruito quel rapporto che era in parte mancato nella prima adolescenza, un rapporto straordinario (…) Dal punto di vista personale, questo è stato il periodo più bello della mia vita”. “Voglio soltanto testimoniare - dirà molti anni dopo - che quel poco di valido e di utile che ho saputo produrre nel corso della mia lunga vita, lo debbo interamente al suo insegnamento e al suo esempio; alla sua radicale incapacità di separare l’etica della politica dalla propria morale quotidiana, pagando sempre di persona i propri convincimenti”.

Silvio e Bruno vengono arrestati e imprigionati a Padova a metà novembre 1943, poi liberati ma sotto sorveglianza. In carcere Silvio è colpito da un nuovo attacco di cuore: viene ricoverato prima a Treviso poi a Monastier dove muore nel marzo 1944, dopo aver dettato a Bruno nel mese di gennaio un abbozzo di un piano tendente a delineare la figura costituzionale dell’Italia al termine della rivoluzione federalista in corso di sviluppo e redatto un ultimo appello ai lavoratori delle Venezie. Bruno, che non ha ancora diciotto anni alla morte del padre, si dedica anima e corpo alla guerra partigiana con lo pseudonimo Leoneprima nella marca trevigiana soprattutto nelle Prealpi sopra Conegliano, poi, dopo il rastrellamento tedesco dell’estate 1944 a Milano, agli ordini del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia e di Leo Valiani, a cui il padre lo aveva affidato prima di morire.

Scrive, giovanissimo, alla prima pagina del suo diario: “L’8 mio padre era a casa dei suoceri, mio fratello a casa di amici. Io passeggiavo per caso sulla piazza principale di Treviso (Veneto). Si era radunata una folla confusa e incerta. Corrono delle voci: la Pace... la Pace!... Voci, ma nessuno ne sa niente. Tutto a un tratto, un uomo compare a un balcone e urla: ‘Italiani! Una grande notizia... Armistizio!... La guerra del fascismo è finita!... Vendetta contro quelli che vi ci hanno trascinato!’. La gente grida di gioia, i soldati si abbracciano, si corre per le strade, si canta. Io, tremante, tesissimo, mi precipito attraverso il dedalo delle viuzze sporche della città bassa (…) Irrompo nella stanza in cui mio padre sta discutendo con alcuni amici; grido: ‘Badoglio ha firmato l’armistizio!’. Mio padre si alza in piedi, grave, senza inutili esplosioni di gioia; si guardano tutti tra loro... È la guerra che comincia!... La guerra vera per l’Italia vera. Da quel giorno, le nostre volontà: quella di mio padre, di mio fratello e la mia, si sono sforzate di farla, questa guerra, con ogni mezzo”. Inizia, anche per la famiglia Trentin, la Resistenza: “I tedeschi si avvicinano a Treviso (…) Di fronte all’impossibilità di organizzare in città una resistenza armata, partiamo a nostra volta per nasconderci in campagna. Comincia in Italia una nuova vita: la vita clandestina”.

“(…) Bruno è un gappista determinato, dal sangue freddo eccezionale. I compagni di lotta ne ricordano il carisma: ti inchiodava con lo sguardo. Più giovane di tutti loro, impartisce ordini, risolve problemi, corre da un posto all’altro ‘con la furia di un ragazzo che aveva solo voglia di divorare, di divorare conoscenze, luoghi, persone’.” (Luisa Bellina, 2012) . Emilio Lussu, in una lettera dell’11 maggio 1945 alla sorella Franca Trentin, lo definisce come “uno dei più audaci capi dell’insurrezione di Milano. (...) È stato semplicemente magnifico e ha rischiato mille volte: gli hanno sparato addosso in tante occasioni e si è sempre salvato. Egli ha in modo luminoso tenuto alto il nome dei Trentin”. E in un’altra del 6 giugno: “Capo delle squadre giovanili all’insurrezione di Milano, comandava oltre 2 mila uomini. Ora fa dei comizi nelle fabbriche con successi strepitosi! Se l’è cavata per miracolo. In una spedizione, sullo stesso camion sono morti otto suoi giovani compagni presi di mira dai fascisti che vi lanciavano bombe. Si è salvato solo lui e lo chauffeur. Ha avuto anche altre avventure del genere. Insomma, è in vita. Ed è ben orgoglioso di portare il nome di Trentin” (dall’archivio personale di Franca Trentin).

Bruno non si limita a svolgere azioni militari, ma partecipa attivamente alla preparazione politica della Liberazione. Redige insieme a Vittorio Foa il proclama per l’insurrezione di Milano e prende la parola in piazza Duomo il 28 aprile 1945 a nome dei giovani combattenti del Partito d’Azione, subito dopo Luigi Longo, Sandro Pertini e Cino Moscatelli.  Per la sua partecipazione alla Resistenza gli verrà assegnata la croce al valor militare con la seguente motivazione: “Partigiano combattente - brigate G.L. - Partecipava con grande slancio alla lotta partigiana. Benché giovanissimo, dimostrava ottime capacità nell’organizzare alcune formazioni, alla testa delle quali compiva numerose azioni e concorreva efficacemente ai vittoriosi combattimenti delle giornate insurrezionali - Treviso - Milano settembre 1943 -  aprile 1945”.

Scriveva profeticamente poco prima di essere arrestato nel novembre 1943: “L’Italia finalmente si risveglia! Su tutta la superficie della penisola occupata dagli invasori tedeschi e dai loro degni sicari fascisti, il popolo italiano, quello del 1848, quello di Garibaldi e di Manin è in piedi e lotta (...) A partire da ora, i criminali di Matteotti, gli assassini di Amendola, di Rosselli e di tutte le migliaia di eroi che non hanno voluto piegarsi alla loro ignobile tirannia, cominciano a pagare il pesante tributo dei loro crimini (…) La guerra è aperta, oramai. Sorda, segreta, ma terribile. È lo spirito dei rivoluzionari che si facevano ammazzare nelle barricate ad animare oramai il popolo del Risorgimento. Dopo aver dormito vent’anni, questo popolo martire fa sentire all’immondo aguzzino in camicia nera tutte le terribili conseguenze del suo risveglio. È in piedi oramai. Lo si era creduto morto, servitore, vile e codardo, e invece è là!”. E invece è là, anche oggi, soprattutto oggi.

Cgil Cisl Uil: sospeso Primo Maggio a Padova e concertone a Roma

пт, 03/04/2020 - 20:34

“A causa del perdurare dell’emergenza sanitaria per il coronavirus, Cgil, Cisl e Uil hanno deciso oggi di sospendere ufficialmente la manifestazione nazionale del Primo Maggio prevista quest’anno a Padova e il Concerto di Piazza San Giovanni a Roma”. È quanto dichiarano in una nota congiunta i tre segretari Ccnfederali organizzativi Nino BaseottoGiorgio Graziani, Pierpaolo Bombardieri

“È più che evidente - sottolineano i tre dirigenti sindacali - l’impossibilità oggi di confermare tutti gli eventi pubblici previsti per il Primo Maggio visto il contesto difficile che sta vivendo tutto il Paese e anche il mondo del lavoro. Cgil, Cisl, Uil, consapevoli della gravità del momento, stanno valutando delle modalità alternative, in conformità con le prescrizioni di legge, per celebrare la giornata del Primo Maggio. Anche per il tradizionale rapporto positivo con la Rai cercheremo di dare voce al mondo del lavoro, sottolineando - concludono Baseotto, Graziani, Bombardieri - il contributo che sta offrendo in questa drammatica crisi sanitaria”.

Cgil, Cisl e Uil: Lombardia non si sottragga al proprio ruolo

пт, 03/04/2020 - 18:40

La Regione Lombardia non si sottragga al proprio ruolo e ai propri doveri e garantisca la presa in cura di tutti i cittadini e la sorveglianza sanitaria, rafforzando i servizi territoriali oltre che la tutela del personale nel settore sanitario. Lo chiedono in una nota congiunta Cgil, Cisl e Uil regionali, insieme ai sindacati di categoria della funzione pubblica, pensionati, medici.

"Il confronto (si fa per dire) con la Regione per fare il punto sulla gestione dell'emergenza epidemica e su quanto bisogna ancora fare per migliorare la risposta del sistema lombardo ci lascia del tutto insoddisfatti, stante l'ormai evidente inadeguatezza delle misure sino ad oggi adottate" – scrivono i sindacati -. Il numero dei contagi e purtroppo dei decessi che si verificano quotidianamente nel territorio, la condizione degli ospiti nelle Rsa e delle decine di migliaia di cittadini e cittadine che nelle loro case vivono in solitudine il dubbio e, in molti casi, la certezza della malattia, dimostrano che sul fronte di questa crisi sanitaria la Regione deve cambiare approccio e strategia".

Occorre ripartire dalla salvaguardia delle figure mediche e degli operatori delle strutture sanitarie, sociosanitarie e territoriali, compresi coloro che svolgono nelle strutture sanitarie e assistenziali attività di supporto o in appalto, come i servizi di pulizia e ristorazione, e gli operatori delle ambulanze. Secondo i sindacati è inoltre necessario che nei presidi ospedalieri siano garantiti percorsi in accettazione e degenza separati rispetto ai pazienti Covid-19, per il contenimento del contagio e la protezione dei pazienti ricoverati. Servono poi "consistenti risorse economiche e professionali" da destinare al rafforzamento dei servizi di medicina territoriale per la presa in cura e la sorveglianza attiva dei pazienti asintomatici al loro domicilio o nelle strutture ricettive di cosiddetta degenza di sorveglianza.

"Anche su questo punto non è sufficiente un atto di indirizzo regionale, e le responsabilità sui malfunzionamenti non ricadono esclusivamente sui livelli gestionali. Servono precise indicazioni di programma e una regia regionale in fase attuativa, con chiari obiettivi quantitativi sui servizi di continuità assistenziale da realizzare in ogni territorio e le dotazioni organiche da implementare" concludono i sindacati.

Toscana, accordo Regione-sindacati per premio agli operatori della sanità pubblica

пт, 03/04/2020 - 18:17

Dopo i tanti “grazie”, arriva un premio economico per gli operatori della sanità toscana impegnati in prima linea nell’emergenza Coronavirus: lo prevede un accordo siglato oggi tra Regione e i Cgil, Cisl e Uil e i sindacati di categoria Fp Cgil, Cisl Fp e Uil Fpl Toscana. L'importo complessivo, coperto da risorse della Regione, è di 38 milioni di euro. L'incentivo sarà rispettivamente di 45, 25 e 20 euro per ogni turno lavorato dal 17 marzo al 30 aprile, con una graduazione legata al reparto o al servizio nel quale si opera e non alla figura professionale.

I 38mila beneficiari delle misura, che sarà accreditata direttamente in busta paga, sono medici, infermieri, operatori socio-sanitari, tecnici sanitari e addetti al front-office. Nella platea saranno compresi anche i lavoratori interinali e i precari in genere purché impegnati all'assistenza. La Regione si è anche impegnata a contrattare coi sindacati, con lo stesso metodo, un incentivo economico per i lavoratori della sanità privata e degli appalti e ad aggiornare l'accordo oltre la scadenza, per individuare i possibili sviluppi.

"Si tratta di un’intesa importante che riconosce il valore dei lavoratori del sistema sanitario Regionale della Toscana – commentano Cgil e Fp Cgil Toscana -. Naturalmente non risolve tutti i problemi, a cominciare da quelli della sicurezza, che affliggono gli operatori in queste settimane. Siamo comunque davanti a un riconoscimento, non solo a parole, del loro impegno e della loro funzione sociale. È esattamente questo il senso dell'impegno del sindacato confederale che trova un positivo riscontro in questo accordo".

Bergamo, valanga di richieste di ammortizzatori sociali

пт, 03/04/2020 - 18:00

Una valanga di domande di ammortizzatori sociali, 9.500 presentate finora, 165 mila lavoratori coinvolti. Nella provincia di Bergamo il Covid-19 si sta abbattendo duramente sul tessuto economico e produttivo, oltre che drammaticamente sulla salute della popolazione. I numeri delle richieste ricevute dalla Cgil territoriale crescono di ora in ora, con caselle di posta elettronica del sindacato che straripano con centinaia, ma per alcuni settori produttivi migliaia di comunicazioni di avvio di procedure di cassa integrazione, di ricorso al fondo o al trattamento d’integrazione salariale, al fondo di solidarietà bilaterale per l’artigianato.

“Qui si va ben oltre la preoccupazione, quello a cui assistiamo è qualcosa di mai visto” ha commentato Gianni Peracchi, segretario generale Cgil Bergamo.  “Se per alcuni comparti è più semplice avere il numero esatto dei lavoratori interessati, per altri è più arduo. Per questo stimiamo che i lavoratori interessati in tutta la nostra provincia siamo oltre 165.000. Siamo cioè a più della metà dei 313.000 addetti dipendenti del settore privato. Occorre attrezzarsi subito per capire come governare quello che succederà dopo”.

LE RICHIESTE SETTORE PER SETTORE
Da una ricognizione effettuata nelle ultime ore emerge che sono oltre 1.300 le richieste avanzate per l’industria metalmeccanica, da aziende che secondo la Fiom Cgil contano da poche unità ad alcune migliaia di dipendenti, come per Brembo e Tenaris. Ecco perché è difficile calcolare il numero preciso delle persone coinvolte: da una prima stima (molto incerta) parla di almeno 70mila persone. Per i settori del commercio, degli appalti, del terziario, del turismo e degli studi professionali sono circa 2.150 le richieste di ammortizzatori per altrettante aziende, negozi, catene, imprese (attorno ai 40mila dipendenti). I settori dell’edilizia e delle costruzioni, insieme all’industria del legno e agli impianti fissi, hanno inviato a Fillea Cgil fino ad ora circa 1.350 comunicazioni di procedure, per il 95% relative a imprese edili (intorno a 9mial lavoratori). Per l’industria chimica, tessile, gomma plastica, energia, alla Filctem Cgil sono state inoltrate 355 richieste di cassa ordinaria (15.800 lavoratori).

Nei trasporti e nelle cooperative di facchinaggio, la Filt Cgil ha ricevuto richieste da circa 190 aziende (6mila persone). Sono, invece, 2.800 le imprese artigiane (appartenenti a diversi comparti) ad aver richiesto per circa 11.000 lavoratori il sostegno del fondo solidarietà bilaterale per l’artigianato. Dal Nidil Cgil arriva il dato delle richieste di trattamento di integrazione salariale per i lavoratori somministrati, inviate dalle agenzie per il lavoro: 814. Anche per questa categoria è difficile fare una stima del numero complessivo degli addetti coinvolti: si va da realtà con 1 solo addetto ad aziende in cui i lavoratori somministrati sospesi sono 115-245. Per il settore socioassistenziale ed educativo, più la sanità privata e l’igiene ambientale, alla Fp Cgil sono giunte fino ad ora circa 180 richieste (5.000 lavoratori). Nell’ambito del mondo dell’istruzione privata, alla Flc Cgil di Bergamo sono giunte 277 domande di ammortizzazione da scuole per un totale di 4.382 lavoratori coinvolti. Per grafici, cartai, cartotecnici alla Slc Cgil sono arrivate 96 richieste tra cassa ordinaria, in deroga e FIS, per un totale di oltre 1.600 lavoratori. Per il comparto agricolo e agroalimentare infine le aziende che hanno chiesto il ricorso all’ammortizzazione sociale sono fino a questo momento 25, con un totale di 1.600 lavoratori.

Coronavirus: Fp Cgil, ritardo dpi in dipartimenti Presidenza consiglio ministri

пт, 03/04/2020 - 17:45

"Ritardi nel rifornimento di adeguati Dispositivi di Protezione Individuale tra i dipartimenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, insieme al bisogno di adottare misure ancora più incisive, come la rilevazione della temperatura corporea in ingresso negli uffici". Ad affermarlo è la Funzione Pubblica Cgil in merito a quanto si sta registrano all'interno delle articolazioni della Presidenza.

"Abbiamo apprezzato - osserva il sindacato - tempi e modalità dell'intervento di indirizzo del Segretario Generale in merito alle misure da adottare per prevenire il contagio da Covid-19 ma non possiamo dire altrettanto del tempismo e dell'attenzione rivolta ai propri collaboratori per buona parte delle articolazioni della Presidenza. L'autonomia organizzativa che caratterizza gli assetti dipartimentali in questo caso non ha rappresentato una specificità da mettere in valore ma un profondo e grave limite che ha generato (e in taluni casi ancora genera) senso di pesante incertezza, quando non instabilità, preoccupazione e incomprensibile ritardo da parte della totalità delle lavoratrici e dei lavoratori. A maggior ragione dopo i casi di contagio registrati proprio al Dipartimento della Protezione Civile cui tutti noi facciamo riferimento nell'emergenza".

Inoltre per la Fp Cgil, "ora che lo stato di crisi entra in una fase non più meramente emergenziale, con cui bisogna sapere e poter fare i conti, non è più sostenibile mettere in sospensione le normali relazioni tra amministrazione e rappresentanze delle lavoratrici e dei lavoratori. Vanno individuate nuove e più tempestive modalità relazionali, utilizzando gli strumenti tecnologici adeguati. Per questo sollecitiamo una convocazione urgente delle organizzazioni sindacali, delle Rsu, degli Rls, del Cug, con le modalità che si riterranno più opportune, al fine di fare il punto, sullo stato di attuazione delle diverse disposizioni impartite nella fase dell'emergenza, in maniera analitica per i singoli Dipartimenti, comprenderne problematicità e prospettive, i livelli di criticità riscontrate tra il personale". Infine, conclude la Fp Cgil, "ci rendiamo conto che sulla Presidenza del Consiglio ricadono oggi responsabilità nella gestione dell'emergenza Covid-19, tuttavia diciamo fin da ora che per noi è prioritario chiudere il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro 2016-2018, per il personale del Comparto e per l'Area della Dirigenza, e che nei modi e nei tempi compatibili in questa fase vanno riprese al più presto le trattative per la loro definizione".

Torino, firmati accordi per oltre 100mila lavoratori

пт, 03/04/2020 - 17:34

Cgil, Cisl e Uil Torino esprimono "forte preoccupazione per la situazione determinatasi nei luoghi di lavoro nell’area metropolitana di Torino a causa dell’emergenza Coronavirus. All’emergenza sanitaria che vede migliaia di lavoratrici e lavoratori impegnati nel nostro territorio a garantire le risposte pubbliche, negli ospedali, nelle Rsa, nei servizi sociali, si aggiungono quelli dei supermercati, della vigilanza e dei settori che producono beni essenziali, in un contesto che pone la necessità di garantire un reddito alle lavoratrici ed ai lavoratori sospesi dal lavoro". E' quanto si legge in una nota unitaria delle confederazioni torinesi, che "sono impegnate in confronti con i datori di lavoro per la copertura delle giornate di sospensione lavorativa e per la stipula di centinaia di accordi sindacali di cassa integrazione ordinaria, in deroga, dei fondi di integrazione salariale, ordinari e bilaterali alternativi o di settore".
 
Gli accordi, ad oggi, garantiscono la copertura di oltre 100.000 lavoratrici e lavoratori in tutti i settori, così suddivisi: 17.000 delle aziende chimiche, gomma plastica, tessili; oltre 50mila delle aziende meccaniche; più di 8.000 del commercio, turismo, terziario, pubblici esercizi, appalti di pulizia e mensa nelle scuole, appalti di vigilanza e guardiania; 20.000 delle aziende artigiane; 6.221 dell’edilizia; 3.500 dei trasporti (trasporto pubblico locale, servizi di terra all’aeroporto di Caselle, impianti a fune sciistici, logistica e autotrasporto, autostrade); 3.200 della cultura-spettacolo-sport, telecomunicazioni, industria grafica e dell’editoria; 3.100 della formazione professionale e delle scuole private; 2.400 delle cooperative sociali operanti negli appalti dei servizi educativi, dei centri diurni, delle mense scolastiche; migliaia di lavoratori/ci della somministrazione, soprattutto delle aziende manifatturiere, ma presenti in tutti i settori; 500 dell’industria alimentare; 300 lavoratori delle piccole assicurazioni.

La preoccupazione più grande, nell'immediato, riguarda la mancanza di reddito per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori che utilizzano gli ammortizzatori (la stragrande maggioranza delle aziende, non avendo liquidità, non anticipa l'integrazione salariale e non è ancora operativo l'accordo per l'anticipo da parte delle banche, sottoscritto tra Ministero del Lavoro, Parti Sociali tra cui sindacati e Abi I il 30 marzo 2020), per coloro che non hanno ammortizzatori o svolgono lavori “poveri”, ad esempio part-time involontari, appalti, precari e discontinui.
 
I sindacati ricordano che, "insieme alle proprie strutture regionali e nazionali, si stanno confrontando con le istituzioni e le associazioni datoriali per garantire una risposta celere alla necessità di reddito di migliaia di famiglie, anche del nostro territorio. Se il sistema nel suo complesso non sarà in grado di rispondere anche a questa emergenza, migliaia di lavoratrici e i lavoratori scivoleranno verso la povertà e graveranno in maniera significativa sui Comuni per sostegni economici e alimentari, la cui entità sarà pesantemente condizionata dalle ristrettezze economiche in cui questi versano da tempo".
 

Sindacati: no a deroghe a tempi guida e riposo autotrasportatori

пт, 03/04/2020 - 17:10

Le associazioni datoriali dell’autotrasporto hanno chiesto ai Ministeri competenti di aumentare i tempi di guida per gli autisti di mezzi pesanti e di ridurre di quelli di riposo. “Si tratta di modifiche che se accolte metterebbero a repentaglio la salute e la sicurezza dei lavoratori, oltre che quella dell’utenza di strade e autostrade - dichiarano unitariamente Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti, che si dicono irritati e contrariati per le richieste volte a derogare le norme di impiego -. Siamo certi che da parte ministeriale non verranno prese in considerazione. Ma se questo non avvenisse, ci riserviamo di agire, anche con proteste nazionali ed europee a tutela delle lavoratrici e lavoratori del settore”. Nel recepire il regolamento europeo, spiegano i sindacati, è già stata applicata la deroga all’orario di lavoro, è stata aumentata la flessibilità della prestazione e portata a un impegno complessivo massimo di 61 ore settimanali, con una media semestrale di 58”.

“Nella situazione cui versa il Paese, dove la logistica e i trasporti con i suoi lavoratori sono diventati fondamentali - sostengono infine Filt Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti - gli autisti degli automezzi vanno tutelati e messi nelle condizioni di lavorare in sicurezza. Invece viene chiesto loro di continuare la propria attività in prima linea, con maggiore stress psico-fisico, mentre devono poterlo fare con le doverose precauzioni e soprattutto nel rispetto delle regole in vigore”.

Emergenza affitti, Sunia: rifinanziare il fondo di sostegno con altri 300 milioni

пт, 03/04/2020 - 17:09

Quarantasei milioni di euro come contributo per gli affitti, per gli inquilini che non possono far fonte al pagamento dei canoni di locazione e hanno subito sfratti esecutivi per morosità incolpevole. Sono previsti dal decreto firmato ieri, con il quale queste risorse economiche vengono assegnate alle Regioni, fondi che verranno poi trasferiti ai Comuni. “È sicuramente una risorsa importante – commenta il segretario generale del Sunia Stefano Chiappelli -, ma poiché l’atto ha un iter, una ripartizione e una destinazione che difficilmente potranno incidere nel breve periodo, bisogna prevedere una forte accelerazione e integrazione per contribuire ad alleviare la gravissima emergenza abitativa causata dal Coronavirus. Senza contare che questi fondi sono destinati a chi lo sfratto per morosità lo ha già subito, mentre sono necessarie e urgenti misure per prevenire il ricorso al giudice”.

Per fare fronte all’emergenza affitti, il Sunia chiede un rifinanziamento del fondo di sostegno all’affitto di almeno 300 milioni di euro e l’unificazione sostanziale dei due fondi previsti dalle norme attuali (sostegno affitti e morosità incolpevole) trasformandoli in strumenti permanenti e strutturali della politica abitativa per l’affitto sostenibile. Inoltre, è indispensabile una semplificazione delle procedure di assegnazione dei contribuiti, da versare direttamente al proprietario a seguito della domanda presentate al Comune, eliminando bandi interminabili e rivedendo le condizioni farraginose. Infine, ci vorrebbe un raccordo tra queste misure e gli incentivi anche fiscali a partire dall’Imu ai proprietari che sottoscrivono con gli inquilini patti contrattuali di rinegoziazione e passaggio dal canale libero a quello concordato.

Voucher? No, grazie

пт, 03/04/2020 - 15:52

“In un settore dove l’attività ispettiva fa emergere un’incidenza di lavoro illegale vicina al 70 percento, dove sono radicati sottosalario, sfruttamento, caporalato, se qualcuno pensa cinicamente di sfruttare l’emergenza sanitaria per reintrodurre i voucher in agricoltura, rischia di lavorare per le organizzazioni criminali e deve sapere che troverà la nostra durissima opposizione”. È quanto affermano in una nota congiunta i segretari generali della Cgil Puglia, Pino Gesmundo, e della Flai Cgil Puglia, Antonio Gagliardi. Il sindacato nazionale si è già mosso in tal senso: i segretari generali di Cgil Cisl Uil – Landini, Barbagalllo e Furlan – e delle categorie nazionali – Mininni, Rota e Mantegazza – hanno inviato una lettera al presidente del Consiglio Conte e alle ministre del Lavoro e dell’Agricoltura, Catalfo e Bellanova, per chiedere di intervenire “al fine di evitare che il governo, nel momento della conversione in legge del decreto Cura Italia o nella predisposizione del prossimo, modifichi in peggio la normativa attuale sui voucher in agricoltura. Scelte diverse ci porterebbero a dover assumere una posizione di forte contrapposizione con l’esecutivo”.

“Le organizzazioni datoriali agricole – commentano Gesmundo e Gagliardi – che chiedono di liberalizzare i voucher in agricoltura, anche con il sostegno di alcune forze politiche non solo di opposizione, lo fanno sulla base di un'esigenza strumentale, cioè quella di poter attirare lavoratori italiani nella prossima stagione delle grandi raccolte, per sostituire la mancanza di lavoratori dell’Est. Parlano anche di studenti e pensionati, o percettori di reddito, facendo finta di non conoscere la normativa”. Infatti le imprese agricole “possono già ricorrere a prestazioni occasionali di lavoro per titolari di pensione o giovani under 25 iscritti a un ciclo di studi. Allo stesso modo la norma vale per disoccupati e anche per percettori di sostegno al reddito, e si applica però solo per chi non ha più di 5 dipendenti. Per imprese di dimensioni maggiori il ritorno ai voucher così come li abbiamo conosciuti sarebbe uno spalancare ancor più le porte al lavoro nero e grigio, alla precarizzazione estrema, un modo per aggirare più facilmente l’applicazione del contratto collettivo anche alla luce dell’inasprimento delle sanzioni derivanti dalla legge 199/2016”.

Anche dalla Flai Cgil della Sicilia viene un netto no all’utilizzo dei voucher in agricoltura. “L’emergenza sanitaria - dice il segretario generale regionale del sindacato Cgil dell’agroindustria, Tonino Russo - non può essere un grimaldello per l’uso di strumenti che mortificano i diritti dei lavoratori mettendo a rischio anche, in questa situazione la loro sicurezza, rendendo il lavoro in agricoltura ancora più precario. Gli strumenti contrattuali per il lavoro stagionale - sottolinea Russo - esistono e sono quelli che vanno utilizzati”. La richiesta dei voucher viene in questi giorni dalle associazioni datoriali di settore, per sopperire anche alla carenza di manodopera straniera. “Si pensi piuttosto fare emergere il lavoro nero o irregolare - sottolinea Russo - a dare dignità all’occupazione del settore e ovviamente a garantire la piena attuazione delle norme anti-contagio”. Il segretario della Flai sottolinea che “ soprattutto in un periodo difficile come quello che stiamo vivendo il rispetto delle regole e l’affermazione dei diritti sono fondamentali. Per venire a capo della crisi e per superarla - aggiunge - non servono scorciatoie sulla pelle dei lavoratori. Essere uniti significa partire dal rispetto reciproco in questo caso del lavoro e di chi lo compie”. La Flai Sicilia chiede all’assessorato regionale all’agricoltura di proseguire il dialogo e il confronto sul tema del lavoro agricolo di qualità, “cercando le soluzioni adatte ad affrontare questo straordinario e difficile periodo”.

Coronavirus, 11 giorni di sciopero alla Lucchini

пт, 03/04/2020 - 15:45

Undici giorni di sciopero consecutivi per non riaprire la fabbrica ed evitare così il rischio di contagio da Coronavirus. Lo hanno proclamato Fiom Cgil, Fim Cisl, e Uilm Uil dell’alto Sebino, in provincia di Bergamo, per "contrastare l’atteggiamento cieco della Lucchini  – spiegano i sindacati -, che intende riaprire la produzione, nonostante non sia stato concordato nulla in termini di prevenzione e di tutela della salute dei lavoratori”.

Dopo diversi incontri e ore di discussione, è stato anche proposto al gruppo siderurgico di Lovere come mediazione di far rientrare al lavoro esclusivamente quei lavoratori che volontariamente avessero deciso di riprendere l'attività.  “Ma ci troviamo costretti a proclamare 11 giorni di sciopero - concludono Barbara Distaso, Fiom, Luca Tonelli, Fim, ed Emilio Lollio, Uilm -, dal 3 al 13 aprile compresi, cioè fino al perdurare del decreto ministeriale attualmente in vigore, per tutelare la salute di tutti i lavoratori Lucchini e dei loro cari”.

Genova, il ponte della speranza. E della sicurezza

пт, 03/04/2020 - 15:22

La ricostruzione del Ponte Morandi di Genova è forse l’opera strategica che ha conquistato purtroppo la ribalta nazionale, perché densa anche di significati emotivi. Per questo esula dalle dinamiche quotidiane, ma con l’emergenza Covid-19 la ricostruzione del ponte è stata coinvolta nel dibattito sulla necessità o meno di fare proseguire i lavori. La Fillea Cgil genovese, ci fa sapere il segretario generale Federico Pezzoli, è sempre stata dell’opinione che il cantiere deve andare avanti, visto l’alto valore simbolico, ma con un rallentamento e, soprattutto, con la priorità delle priorità: la sicurezza dei lavoratori. Le soluzioni ci sono, come è emerso il 31 marzo dalla videoconferenza tra sindacati, aziende e istituzioni, che ha superato le polemiche nate di recente tra l’amministrazione comunale e i rappresentanti dei lavorati. “È stato fatto un ragionamento comune - ci dice Pezzoli -, che ha coinvolto tutti i numerosi attori in campo. Sul ponte lavorano infatti 300 persone, la metà sono edili, quelli della Cossi costruzioni di Sondrio sotto il cappello di Impregilo, della I.co.p. Spa, di Eureka 2008, altri sono metalmeccanici del settore subappalti di Fincantieri e della Fagioli. Molti lavoratori sono trasfertisti che vengono da nord e sud Italia, anche dalle zone dichiarate ‘rosse’ a causa del Covid-19. Quindi la situazione è complessa e non si sarebbe intellettualmente onesti se non si riconoscesse che i protocolli sottoscritti a livello nazionale e territoriale per la sicurezza sono stati rispettati”.

Il segretario generale della Fillea Cgil di Genova ci racconta anche che il panico si è diffuso quando è stato rinvenuto un caso di positività di un lavoratore, anche perché “stiamo parlando di addetti che operano a 40 metri di altezza e che devono avere la testa sgombra dalla paura del contagio, perché altrimenti aumenta il rischio di incidenti”. Fortunatamente il caso è rientrato, ma intanto viene provata la temperatura a tutti ogni volta che entrano ed escono dal cantiere e quando vanno a mangiare, vengono sanificati tutti gli ambienti, dal campo base alla mensa. Pezzoli conferma che la querelle, durata alcuni giorni, è stata superata facendo un salto di qualità quando il Consorzio per Genova, il sindaco, i sindacati confederali hanno creato un comitato interaziendale antiCovid-19 per studiare ulteriori misure volte a ridurre il contagio e a imprimere un’ulteriore stretta, mettendo la salute al primo posto e dando concretezza ai protocolli sottoscritti. 

E arriviamo così alla videoconferenza del 31 marzo nel quale son stati decisi il controllo per parte sindacale dell’applicazione dei protocolli, la sanificazione costante degli ambienti, l’incremento del numero dei bagni chimici e la presenza di una guardia giurata per regolare l’affluenza alla mensa. E ancora, con il comitato interaziendale sono state esaminate le interferenze tra le varie società presenti in cantiere ed è stato dato il via alle visite in cantiere delle organizzazioni sindacali e i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriale. Infine, accertato che i tamponi scarseggiano, saranno sottoposti a controlli rapidi che stabiliscono se una persona ha sviluppato anticorpi, quindi se è positivo al Covid-19. 

Il virus e la salute mentale dimenticata

пт, 03/04/2020 - 15:11

Nel Global Action Plan 2020-2030 l’Oms ha da poco aggiunto un obiettivo strategico che riguarda “la salute mentale nelle emergenze umanitarie”. Proprio in questi giorni la stessa organizzazione ha diffuso l’importante “Covid-19: Guida operativa per mantenere i servizi sanitari essenziali durante un epidemia”, che indica tra i servizi essenziali da garantire quelli riferiti alle persone con problemi di salute mentale e, più in generale, alle persone non autosufficienti e con patologie croniche.

 

Per l'Oms la salute mentale è fondamentale nelle emergenze umanitarie

Nonostante queste autorevoli prese di posizione, in Italia la situazione è ancora molto problematica: “Le importanti misure disposte dal Governo per il potenziamento delle risorse del Ssn e del personale impegnato in prima fila per fronteggiare l’emergenza della pandemia da Covid-19 non tengono conto della salute mentale”. Così si legge nell’appello lanciato dalla Conferenza nazionale salute mentale, sottoscritto da un vasto cartello di organizzazioni (tra cui la Cgil), e inviato a una serie di autorità tra cui il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro della Salute Roberto Speranza.

 

Garantire il funzionamento dei servizi di salute mentale

Tra le richieste più significative rivolte alla politica c’è quella di garantire il funzionamento della rete territoriale della salute mentale, come dei servizi territoriali rivolti agli anziani, alle persone con disabilità, alle persone con malattie croniche. Perché, se è vero che il Covid -19 uccide e va contenuto, le altre fragilità, le diverse patologie che investono soprattutto i più deboli, non vanno in certo in pausa, anzi in queste situazioni si acuiscono. “Purtroppo è così – spiega Gisella Trincas Maglione, presidente dell’Unasam (l’Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale, tra le firmatarie dell’appello) –. La privazione della libertà di movimento e quella di stare con gli altri per condividere il nostro tempo è dolorosa per tutti, figuriamoci per le persone fragili dal punto di vista mentale. Ma fino a oggi il governo di questo problema non si è proprio occupato. La questione di come affrontare il tema della salute mentale non compare in nessuno dei provvedimenti presi finora”.

Quali sono gli aspetti più negativi di questa situazione per le persone fragili dal punto di vista mentale?

Considera che un aspetto su cui generalmente si cerca di intervenire in tempi “normali” è spezzare l’isolamento in cui molte di queste persone si chiudono. È ovvio quindi che l’isolamento a cui sono costrette dalla pandemia le danneggia pesantemente. Poi naturalmente le reazioni sono diverse. Ho un fratello e una sorella in queste condizioni: Raffaele sta in una comunità terapeutica e dovrebbe andare a vivere in una casa con un’altra persona, ma è terrorizzato dal virus e non esce mai; mia sorella invece, Maria Antonietta, che sta a Casamatta (comunità integrata con sede a Cagliari e fondata dalla nostra intervistata, ndr), esce tranquillamente per fare brevi passeggiate con gli operatori. Ovviamente nella situazione di disagio vanno anche considerate quelle realtà familiari in cui ci sono tensioni, conflitti – magari con presenza di anziani – e in cui dunque non ce la si fa a reggere questa situazione.

E qui sono proprio i servizi per la salute mentale che dovrebbero svolgere un ruolo importante…

Il problema è proprio questo. Subito dopo le prime dichiarazioni di emergenza sanitaria, i servizi di salute mentale hanno bloccato tutte le attività riabilitative di gruppo – quelle più utili in virtù du quanto dicevamo sopra – e anche i tirocini, le borse lavoro, perché ovviamente le aziende che accolgono le persone hanno dichiarato la loro impossibilità a proseguire. Anche i gruppi di mutuo aiuto sono stati fermati.

 

Tutte le attività di gruppo sono state bloccate

Esistono fortunatamente associazioni di familiari e utenti che cercano di mantenere un minimo di contatto con le persone, magari al telefono, ma questo non è sufficiente. Non solo: il passo successivo è stato il blocco dell’attività ordinaria dei centri di salute mentale il che ha comportato, nella stragrande maggioranza dei territori, il loro coinvolgimento solo nei casi di emergenza, per i quali però ci sono altri servizi ( il 118 e gli Spdc, i servizi psichiatrici di diagnosi e cura, ndr) che hanno ben altre competenze in materia.

Voi lamentate da parte del governo una mancanza di indirizzo generale, insomma anche in questo caso – come per la sanità in generale – le Regioni e le varie Asl sembrano andare un po’ tutte per proprio conto...

È così. Non c’è stato nessuno indirizzo: solo un generico “state a casa”, in assenza di un minimo di richiamo alle responsabilità che pure le istituzioni dovrebbero avere. Quindi la situazione è molto differenziata: in alcune realtà i centri di salute mentale hanno addirittura ricevuto l’ordine di tenere le porte chiuse per evitare assembramenti, in altri i servizi funzionano con ingressi contingentati, talvolta si continua a lavorare in esterno domiciliare con le cooperative.

Quindi qualche esempio positivo c’è…

Sì. A Catania, Modena, Gorizia e Trieste, ad esempio, stanno provando a mantenere delle attività, con luoghi di incontro per piccoli gruppi o costruendo comunità virtuali con le piattaforme digitali. Però vorrei precisare: in assenza di linee guida, nella stragrande maggioranza dei territori non è così, spesso ci si limita a qualche contatto telefonico e anche per le emergenza la situazione è compromessa perché le strutture, per evitare i contagi, hanno drasticamente ridotto la presenza del personale e vanno avanti con un numero limitato di operatori. Il che rischia di far precipitare situazioni che magari prese in tempo non sarebbero “degenerate”. Faccio solo un esempio.

 

Se non si interviene tempestivamente le situazioni possono degenare

In provincia di Cagliari una paziente del centro di salute mentale, non particolarmente grave, ha sviluppato una psicosi per il coronavirus, ma ci sono voluti 10 giorni perché i servizi potessero intervenire e, a quel punto, si è dovuti ricorrere a un Tso che probabilmente con un’azione più tempestiva si sarebbe potuto evitare. Insomma, in molti casi a fare danni non è il virus, ma l’inadeguatezza del nostro sistema sanitario nell’affrontarlo. Io credo che, pur in emergenza e con tutte le protezioni e le tutele adeguate per i lavoratori, servizi così importanti non debbano essere depotenziati in una fase come questa.

Tanto più che anche in condizioni normali non è che godessero di buona salute…

 

Perché non sono state requisite le strutture private?

Il coronavirus arriva in una fase in cui già molti centri di salute mentale venivano accorpati, costringendo le persone a spostamenti a causa appunto di uno sguarnimento dei servizi sul territorio. In più gli Spdc sono stati in molti casi requisiti per creare posti in terapia intensiva. Noi non siamo tra quelli che rivendicano più posti in ospedale, ma certo così saranno sempre meno. Trovo davvero incredibile che in piena emergenza non si siano, invece, requisite le cliniche private, così come del resto è previsto dalla Costituzione. Si va sempre a pescare tra i più deboli e indifesi. Insomma, tutto questo ci preoccupa, anche perché nessuno è in grado di dire quanto questa situazione durerà ed è dunque impossibile capire quanta sofferenza recherà alle persone fragili e alle loro famiglie, anch’esse molto esposte.

E sulla controversa questione delle “brevi passeggiate” come ci si regola nel vostro caso?

Qui siamo al paradosso. Abbiamo sollecitato più volte indicazioni dal ministero della Salute, senza ottenere mai alcuna risposta. Insomma, si può uscire con i cani mentre è controverso farlo con i bambini e con le persone in sofferenza mentale. Anche in questo caso ognuno fa da sé: in alcune Regioni, ad esempio la “mia” Sardegna, brevi passeggiate con operatori o familiari si possono fare. In altre no, o non è chiaro. E poi non capisco perché chiudere i parchi, anziché regolamentarne l’accesso e le distanze di sicurezza con i vigili? Questo purtroppo è un paese in cui spesso, anziché assumersi responsabilità, si preferisce praticare la scorciatoia della via securitaria.

Cgil: cancellare subito discriminazioni per buoni spesa

пт, 03/04/2020 - 15:09

“Stiamo venendo a conoscenza di inaccettabili discriminazioni da parte di alcune amministrazioni nell’erogazione dei buoni spesa - dichiarano i segretari confederali della Cgil Rossana Dettori e Giuseppe Massafra. - Chiediamo l’immediata eliminazione di ogni disposizione comunale che ponga criteri di accesso o priorità alle misure per garantire generi di prima necessità a chi è duramente colpito dalla crisi, a esclusione di quelli legati alla condizione di bisogno del nucleo familiare”.

Ci sono persone in condizioni di indigenza che in questa fase emergenziale rischiano di finire in situazioni di maggiore marginalità. Sono gli stranieri privi di titolo di soggiorno, per esempio, e i senza fissa dimora, non più raggiungibili neanche da quelle forme di sostentamento garantite prima dell'emergenza. Anche a loro dovrebbero essere garantiti i buoni spesa introdotti in seguito all’ordinanza della Protezione civile del 29 marzo per supportare i bisogni alimentari delle persone.

Per la Cgil “è una responsabilità dello Stato, in tutte le sue articolazioni, occuparsi di chi è più in difficoltà e in questo momento rischia di essere lasciato solo”. Per Dettori e Massafra “devono quindi essere eliminati i requisiti di cittadinanza e/o residenza richiesti da alcune amministrazioni, in quanto oltre a essere al di là di ogni limite di decenza, sono anche privi di ogni fondamento in un periodo in cui tante persone sono impossibilitate a muoversi dalle misure restrittive in atto, anche per tornare al proprio comune di residenza”.